Di Paolo Polli e Stefano Pizzin.
La sconfitta di Viktor Orbán non è solo un cambio di governo.
È la fine di un modello. Dopo sedici anni di potere ininterrotto, il leader ungherese è stato battuto da Péter Magyar, aprendo una fase nuova per il Paese e, soprattutto, segnando una battuta d’arresto per l’intero fronte sovranista europeo.
Quello che cade non è semplicemente un premier longevo, ma un sistema costruito nel tempo per svuotare la democrazia dall’interno. In Ungheria, sotto Orbán, il pluralismo dell’informazione è stato progressivamente ridotto, l’indipendenza della magistratura messa sotto pressione, le libertà civili compresse e il dissenso delegittimato. Un processo lento ma sistematico, condotto senza strappi apparenti ma con una direzione chiara: concentrare il potere e ridurre i contrappesi.
Per anni questo modello è stato raccontato — anche in Italia — come un esempio di efficienza e di difesa dell’identità nazionale.
In realtà è stato un laboratorio politico regressivo, un precedente pericoloso per tutta l’Europa.
Orbán è stato, a tutti gli effetti, un “cattivo maestro”: ha dimostrato che è possibile erodere lo stato di diritto senza rompere formalmente con le istituzioni democratiche, piegandole dall’interno. L’aspirante autocrate ungherese è stato un modello di riferimento per la destra europea: “democrazia illiberale” (come l’ha chiamata lui stesso), nazionalismo, rifiuto dei diritti civili, liberismo economico per gli amici. Un modello che, adattandolo alla storia dei diversi Paesi, va bene per l’America Trump come per la Russia di Putin o l’Argentina di Milei e che, non a caso, si sono dati da fare, inutilmente, per mantenere Orban al potere.
La sua sconfitta assume un valore politico che riguarda direttamente anche il nostro Paese: una parte significativa della destra italiana lo ha sostenuto, legittimato e spesso celebrato.
Matteo Salvini ne ha fatto un alleato strategico e personale, arrivando fino a Budapest per sostenerlo in campagna elettorale. Giorgia Meloni lo ha indicato a lungo come un punto di riferimento, lodandone le politiche su identità, famiglia e sicurezza. Orbán è stato ospite d’onore delle loro manifestazioni, accolto come un simbolo e un esempio da seguire.
Oggi questa vicinanza non può essere archiviata con qualche prudenza dell’ultima ora. Perché non si trattava di semplici convergenze tattiche, ma di una condivisione di fondo: l’idea che i vincoli democratici possano essere aggirati, che il pluralismo sia un ostacolo, che i diritti possano essere subordinati a una visione identitaria e nazionale.
Non è un caso che l’Ungheria di Orbán sia stata anche un elemento di rottura dentro l’Unione europea. Più volte Budapest ha frenato decisioni comuni, soprattutto sul fronte della politica estera, costruendo nel tempo un rapporto privilegiato con la Russia. Un’ambiguità che ha indebolito l’Europa proprio nei momenti di maggiore tensione internazionale, trasformando l’Ungheria in un punto di ingresso delle influenze del Cremlino.
La sconfitta di Orbán rompe questo equilibrio e manda un segnale chiaro: quel modello non è invincibile, e soprattutto non è inevitabile.
Per l’Ungheria è una possibilità di ritorno pieno allo stato di diritto. Per l’Europa è una boccata d’ossigeno. Per l’Italia è una domanda politica che resta aperta: da che parte si vuole stare davvero.
Perché oggi non cade solo un leader. Viene messo in discussione un intero modo di intendere il potere. E chi, in questi anni, lo ha indicato come esempio, non può far finta che nulla sia successo.
Un’ultima osservazione: molti fanno presente che non ci si dovrebbe esaltare troppo per una vittoria, quella di Péter Magyar, un uomo che viene dalle fila dello stesso partito orbaniano e che non è certo di sinistra. Lo sappiamo, ma sappiamo anche che delle volte bisogna sostenere chi ha le maggiori possibilità di vittoria e che l’obiettivo da raggiungere (la caduta di Orban in questo caso) è più importante dei successi parziali della propria parte politica (fu così con la lotta al fascismo).
Però la sinistra non può solo giocare di rimessa: deve assumere con forza il protagonismo nella lotta contro lo destra globale, senza titubanze, consapevole che per combattere i Trump i Putin, non possiamo accodarci a un’Europa troppo spesso debole e tremebonda, incapace di avere una propria politica autonoma.
L’Unione europea non può essere solo uno spazio economico ma un insieme di valori di libertà e giustizia sociale e questo ci distingue dalla destra, quella moderata come quella radicale. Quei problemi di equità, di accesso ai servizi, di dignità del lavoro, sono sempre sul tavolo, sempre più pressanti in un mondo globalizzato e in continua trasformazione, e se non li affronta la sinistra finiranno nelle pessime mani del prossimo sovranista di turno.
Oggi abbiamo contribuito a battere Orban, ma non basta: abbiamo un’Europa e un’Italia da ricostruire.