Di Stefano Pizzin.
È il 2010, siamo a Zurigo, Sepp Blatter, presidente della FIFA — già allora una figura che avrebbe fatto impallidire un venditore di tappeti — annuncia il nome del Paese che ospiterà i Mondiali di calcio del 2022. Sul palco, gli emissari del Qatar non riescono a nascondere una gioia scomposta, quasi incredula. Hanno vinto. Un paese grande come l’Abruzzo, senza uno straccio di tradizione calcistica, con temperature estive che rendono impossibile giocare a pallone da maggio a settembre, si è aggiudicato l’evento sportivo più seguito del pianeta. Come? Con i soldi, naturalmente. Ma perché l’ha fatto? Per comprarsi una storia, un’identità, un vestito buono per stare nel mondo globale. Poco importa che aveva già il gas e un sacco di soldi, ogni Paese ha una ossessione, quella dei qatarioti è farsi riconoscere come uno Stato moderno e al passo con i tempi e le manifestazioni sportive internazionali vanno benissimo; va un po’ meno essere la solita monarchia dei petrodollari (in questo caso gas dollari) con tanti immigrati schiavi, troppa religione e pochissima democrazia.
La penisola dimenticata
La penisola del Qatar è un’escrescenza geografica: un dito di sabbia che sporge nel Golfo Persico da quella che oggi si chiama Arabia Saudita. Per secoli il territorio è stato ai margini di qualunque grande progetto imperiale. Gli Ottomani ci misero il piede, formalmente, nel 1871, ma senza convinzione: era terra povera, abitata da tribù nomadi e pescatori di perle, lontana dagli interessi strategici di Istanbul. Quando l’impero crollò, i britannici presero il controllo dell’area quasi per inerzia, nell’ambito di quella vasta rete di protettorati con cui Londra teneva sotto controllo le rotte verso l’India.
Il Trattato del 1916 trasformò il Qatar in un protettorato britannico. La famiglia Al Thani — che aveva già consolidato il potere locale nel decennio precedente — ottenne il riconoscimento ufficiale della propria autorità in cambio della cessione della politica estera a Londra. Era un accordo che faceva comodo a entrambi: i britannici avevano uno scalo strategico nel Golfo, gli Al Thani una garanzia contro i vicini, e di vicini scomodi il Qatar ne aveva eccome. A ovest, l’Arabia Saudita — allora in piena fase di consolidamento sotto Ibn Sa’ud — guardava alla penisola come a un territorio che avrebbe potuto tranquillamente assorbire. A nord-est, il Bahrein rivendicava sovranità su parti del territorio qatariota e, in particolare, sull’isola di Hawar, una disputa che sarebbe rimasta aperta fino al 2001, quando la Corte internazionale di giustizia dell’Aia si pronunciò a favore del Bahrein. In questo contesto, il protettorato britannico fu per gli Al Thani una polizza assicurativa. Londra non aveva particolari interessi economici nel Qatar prebellico — la pesca delle perle era un’attività modesta, soggetta alle fluttuazioni del mercato internazionale e destinata a crollare con l’arrivo delle perle coltivate giapponesi negli anni Trenta. Quello che il protettorato garantiva era la sopravvivenza di uno Stato che, senza protezione esterna, avrebbe probabilmente cessato di esistere come entità autonoma nel giro di pochi decenni.
Come il miracolo di gas e petrolio trasformò un paese di pescatori
Il petrolio fu scoperto nel 1939, a Dukhan, nella parte occidentale della penisola. La Seconda guerra mondiale ne ritardò lo sfruttamento su larga scala, ma già negli anni Cinquanta le esportazioni erano avviate e il paese cominciava a cambiare a una velocità che non aveva precedenti nella sua storia. In meno di trent’anni, il Qatar passò da una società semi-nomade, con un’economia basata sulla pesca e sul commercio di perle, a uno Stato dotato di infrastrutture moderne, scuole, ospedali e una burocrazia statale finanziati dalla rendita energetica.
Ma la vera svolta non fu il petrolio: fu il gas. Negli anni Settanta, le esplorazioni nel fondale marino del Golfo rivelarono l’esistenza di un giacimento di gas naturale di proporzioni straordinarie — il North Dome, che i qatarioti chiamano North Field e gli iraniani South Pars, perché si estende senza interruzione sotto il confine marino tra i due paesi. È il giacimento di gas naturale più grande del mondo, e buona parte si trova sotto le acque territoriali qatariote. Il petrolio aveva reso il Qatar ricco; il gas lo avrebbe reso indispensabile. Lo sfruttamento del gas su scala industriale richiese decenni di investimenti e tecnologia — soprattutto per la liquefazione, che permette di trasportare il gas naturale via nave sotto forma di GNL (gas naturale liquefatto) verso mercati lontani come Giappone, Corea del Sud ed Europa. Negli anni Novanta e Duemila, il Qatar divenne il maggiore esportatore mondiale di GNL, trasformando quello che era un sottoprodotto dell’estrazione petrolifera in un motore economico autonomo e molto più potente. Come ha osservato Jill Crystal nel suo fondamentale Oil and Politics in the Gulf (1990), la rendita energetica nei piccoli emirati del Golfo ha prodotto uno specifico modello di Stato in cui la rendita sostituisce la tassazione, e la tassazione è la premessa storica della rappresentanza politica. Niente tasse, niente parlamento: la formula è brutale nella sua semplicità, ma descrive con precisione ciò che accadde nel Qatar del dopoguerra. La famiglia Al Thani distribuiva benessere — sussidi, terreni, impieghi pubblici — e in cambio riceveva obbedienza e legittimità.
Il problema — e lo si capisce solo col senno di poi — era che questo modello creava una dipendenza strutturale dal prezzo delle materie prime energetiche che avrebbe reso il Paese vulnerabile a qualunque oscillazione del mercato internazionale. Negli anni Sessanta e Settanta, con il petrolio in ascesa, la questione sembrava irrilevante. Negli anni Novanta, con il gas che entrava a pieno regime, la rendita sembrava inesauribile. Diventerà urgentissima negli anni a venire.
Uno Stato assoluto con sfumature tribali
Nel 1971, con il ritiro britannico dal Golfo, il Qatar divenne indipendente. Era uno Stato piccolo, già ricco di petrolio e con il gas all’orizzonte, governato da una monarchia assoluta che non aveva alcuna intenzione di condividere il potere con chicchessia. La Costituzione del 2003 — approvata con referendum e formalmente in vigore — prevede un Consiglio consultivo (Majlis al-Shura) in parte elettivo, ma il potere reale resta saldamente nelle mani dell’emiro e della famiglia Al Thani, che occupa posizioni chiave in ogni settore della vita pubblica: difesa, esteri, economia, sicurezza. La struttura tribale della società qatariota non è sparita con la modernizzazione: si è adattata. Le principali tribù — Al Murra, Al Manasir, Al Hajri — mantengono una rete di fedeltà e clientelismo che si intreccia con le istituzioni formali dello Stato. L’emiro governa attraverso un sistema di alleanze familiari e tribali che richiede una continua negoziazione, che però avviene lontano da qualunque sguardo pubblico e lontana da ogni procedura democratica.
Un elemento cruciale di questa struttura è la demografia. I cittadini qatarioti — con passaporto e diritti — sono circa 380.000 in un paese che ne conta oltre 2,7 milioni. Il resto è composto da lavoratori stranieri: indiani, nepalesi, pakistani, filippini, bangladesi, che costituiscono oltre l’ottanta per cento della popolazione residente. Questa proporzione non ha paralleli nel mondo, e le sue implicazioni — politiche, economiche, etiche — sono enormi. Ma ci torneremo.
L’islam qatariota
Se ho qualche attento lettore, si sarà accorto che il Qatar assomiglia molto agli Emirati: combustibili fossili con cui produrre ricchezza, garantire una vita senza tasse ai cittadini facendo loro dimenticare la necessità di istituzioni democratiche, cercare di comprarsi un ruolo internazionale, un sistema economico che si regge su una immigrazione sfruttata, e una religione onnipresente. Ecco, sulla tema della religione Doha si differenzia sia dagli Emirati che dall’Arabia Saudita. Il Qatar è un paese islamico sunnita, e la sua tradizione religiosa è wahhabita — o, per usare il termine che i suoi seguaci preferiscono, salafita. Ciò lo accomuna all’Arabia Saudita, da cui ha mutuato storicamente l’orientamento teologico. Ma qui le somiglianze si fermano. Il wahhabismo qatariota è — per così dire — una versione ammorbidita, più aperta alla presenza straniera, meno ossessivamente normativa nei comportamenti pubblici. Le donne guidano, possono lavorare in molti settori, non sono obbligate al velo integrale. L’alcol è vietato ai musulmani ma disponibile in hotel e locali frequentati dagli stranieri. È un Islam di Stato che ha fatto i conti con la modernità globale, anche se a modo suo.
Il rapporto del Qatar con i Fratelli Musulmani è uno dei nodi più controversi della sua storia recente. A differenza dell’Arabia Saudita e degli Emirati, che considerano la Fratellanza un’organizzazione terroristica, il Qatar ha mantenuto canali aperti con movimenti islamici come Hamas e con figure legate alla Fratellanza in Egitto e altrove. Yusuf al-Qaradawi — teologo egiziano, figura centrale dell’islam politico contemporaneo — ha vissuto a Doha per decenni, predicando ogni venerdì con un’audience televisiva di milioni di persone. Questo ha a che fare non solo con la teologia ma con la politica estera: il Qatar ha usato questi legami come leva diplomatica, come canale di mediazione, e assicurazione sulla vita in uno spazio regionale dominato da potenze molto più grandi.
Grattacieli nel deserto, diritti nel cassetto
Doha è una di quelle città che sembrano progettate da un algoritmo. Grattacieli di vetro e acciaio si specchiano nel Golfo, autostrade a sei corsie attraversano un deserto che fino a sessant’anni fa era abitato da beduini. Il Museo Nazionale del Qatar — progettato da Jean Nouvel, ispirato alla rosa del deserto, inaugurato nel 2019 — è un capolavoro architettonico che potrebbe stare a Parigi o a Tokyo. Education City raccoglie campus di alcune delle università più prestigiose del mondo: Georgetown, Northwestern, Cornell. Il Qatar più che raggiungere la modernità se la è comprata e importata. Il problema è che la modernità importata tende a fermarsi alla soglia di certi diritti: non esistono partiti politici, la libertà di stampa è limitata, l’omosessualità è illegale. Le lavoratrici domestiche — quasi tutte straniere — sono escluse dalle protezioni del codice del lavoro. Il sistema della kafala, che lega il lavoratore migrante al datore di lavoro in una forma di dipendenza che i critici non esitano a chiamare servitù, è stato formalmente riformato nel 2020, ma la sua applicazione resta discontinua e i meccanismi di controllo sono fragili.
Non si può liquidare il Qatar come uno Stato medievale in abiti moderni. Alcune riforme ci sono state: l’introduzione di un salario minimo nel 2020, i passi avanti sui diritti delle lavoratrici, la riduzione di alcune restrizioni alla libertà di movimento dei lavoratori migranti. Ma il passo è lento, e spesso la spinta viene dall’esterno — dalla pressione internazionale, dalle campagne delle ONG, dall’imbarazzo mediatico — più che da una convinzione interna. Come ha scritto Mehran Kamrava in Qatar: Small State, Big Politics (2013), il Qatar è uno Stato che ha scelto la modernizzazione come strumento di sopravvivenza, non come progetto di libertà.
Il prezzo umano del miracolo qatariota
I Mondiali del 2022 hanno portato all’attenzione globale un problema che esisteva da decenni: le condizioni di lavoro dei migranti impiegati nei cantieri qatarioti. Il Guardian ha pubblicato nel 2021 dati agghiaccianti: oltre 6.500 lavoratori migranti — prevalentemente provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka — morti in Qatar tra il 2010 e il 2020. Le autorità qatariote hanno contestato la metodologia e il nesso causale, e in effetti i numeri includono morti per cause diverse, non solo incidenti sul lavoro. Ma anche accettando le stime più conservative, il quadro resta inquietante: calore estremo, orari estenuanti, alloggi sovraffollati, impossibilità pratica di cambiare datore di lavoro o lasciare il Paese senza il suo consenso. A tutto questo gli sceicchi hanno risposto con un mix di riforme parziali, campagne comunicative e risentimento nazionalista — quest’ultimo, paradossalmente, il più efficace nel breve periodo, soprattutto in un contesto arabo in cui la critica occidentale viene facilmente letta come ingerenza neocoloniale. Ma la questione rimane: con 2,3 milioni di lavoratori stranieri che reggono l’intera economia, il Qatar non può permettersi di affrontarla davvero senza rimettere in discussione il modello su cui è costruito il suo benessere.
Al Jazeera, il microfono che ha cambiato il mondo arabo
Nel 1996, l’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani — che aveva appena deposto suo padre con un colpo di palazzo (senza spargimento di sangue, come si usa in famiglia) — fondò Al Jazeera. L’idea era semplice nella sua audacia: un’emittente televisiva satellitare in arabo che facesse giornalismo vero, con ospiti che si contraddicevano in diretta, corrispondenti che filmavano guerre e proteste, conduttori che facevano domande scomode ai governanti arabi. Era una cosa che non si era mai vista. L’impatto fu straordinario. In un panorama mediatico arabo dominato da televisioni di Stato che trasmettevano discorsi presidenziali e canzoni patriottiche, Al Jazeera fu una piccola rivoluzione. Copriva la seconda Intifada, la guerra in Afghanistan, l’Iraq di Saddam e poi quello post-invasione, con una franchezza che i media occidentali faticavano a eguagliare. La Primavera Araba del 2010–2011 sarebbe stata diversa senza Al Jazeera: non impossibile, ma diversa. L’emittente fu il megafono delle piazze dal Cairo a Tunisi, da Bengasi a Sana’a, con un coraggio editoriale che le valse espulsioni, accuse di faziosità e, nel 2017, la chiusura forzata nei paesi che ruppero i rapporti con Doha.
Al Jazeera è anche — va detto — uno strumento di politica estera e non l’ha mai nascosto del tutto. La copertura generosa dei Fratelli Musulmani, il sostegno editoriale alla causa palestinese, l’attenzione sistematica alle opposizioni nei paesi rivali del Qatar: sono scelte che riflettono interessi precisi. Ma questo non annulla il suo contributo reale al pluralismo mediatico arabo. Come tutti gli strumenti potenti, Al Jazeera è una cosa e il suo contrario nello stesso momento: giornalismo genuino e propaganda sofisticata, microfono per chi non ha voce e leva per chi ha già troppo potere. Sicuramente è diventata per il piccolo emirato uno strumento in più da usare verso l’Occidente e i vicini.
Il blocco del 2017, quando i vicini tagliarono i ponti
Il 5 giugno 2017, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto annunciarono simultaneamente la rottura delle relazioni diplomatiche con il Qatar. Chiusero lo spazio aereo, il confine terrestre saudita (l’unico che il Qatar ha), e i porti. Presentarono un elenco di tredici richieste che includevano la chiusura di Al Jazeera, la riduzione dei rapporti con l’Iran, l’espulsione delle forze militari turche e la rottura con i movimenti islamisti. Era, nella sostanza, una richiesta di resa.
Il Qatar non si arrese. La risposta di Doha fu un misto di fermezza, diplomazia frenetica e ingegneria logistica: le importazioni di cibo — prima quasi interamente transitanti via Arabia Saudita — furono deviate via mare e via Turchia. L’Iran aprì il suo spazio aereo. Ankara inviò soldati e forniture alimentari con una rapidità che sorprese tutti, ed Erdogan trasformò la crisi in un’occasione per proiettare la Turchia come potenza protettrice nel mondo sunnita. C’era anche una dimensione energetica nella crisi: il gas qatariota, che raggiunge i mercati via mare in forma liquefatta, non poteva essere bloccato come le merci terrestri. La natura stessa dell’industria del GNL — navi cisterna, contratti a lungo termine, clienti asiatici ed europei — aveva reso il Qatar meno vulnerabile di quanto i suoi avversari avessero calcolato.
Il blocco durò tre anni e mezzo. Si concluse nel gennaio 2021 con la Dichiarazione di Al-Ula (una città in Arabia Saudita, nella regione di Medina, dove i qatarioti e i rappresentanti dei Paesi vicini trovarono un accordo). I termini esatti dell’accordo non sono stati resi pubblici, ma è chiaro che il Qatar non ha accettato le tredici richieste originali: ha mantenuto Al Jazeera, i rapporti con la Turchia, i canali con Hamas. La riconciliazione formale ha normalizzato le relazioni senza eliminare le tensioni di fondo — che restano, sopite ma non risolte, come una frattura tettonica in attesa del prossimo terremoto. La vicenda ha mostrato come le monarchie del Golfo, così simili come struttura politica ed economica, siano perennemente in competizione tra loro.
Iran, Turchia e la geometria variabile: come si sopravvive in un vicinato pericoloso
Il rapporto del Qatar con l’Iran è uno dei paradossi più affascinanti della sua politica estera, e ha una radice materiale precisa: i due paesi condividono il giacimento di gas naturale più grande del mondo. Il North Field qatariota e il South Pars iraniano sono la stessa enorme sacca di metano che si estende sotto le acque del Golfo senza rispettare i confini tracciati dagli uomini. Questa prossimità sotterranea rende necessaria una qualche forma di convivenza, indipendentemente dalle simpatie politiche e religiose. Ma il Qatar ha scelto qualcosa di più della convivenza: ha mantenuto relazioni diplomatiche con Teheran anche quando i suoi vicini sunniti le tagliavano, ha evitato di partecipare alle coalizioni anti-iraniane e ha usato i canali con l’Iran come parte del suo arsenale diplomatico. Questo non significa simpatia ideologica. Il Qatar è un paese sunnita wahhabita che guarda con preoccupazione all’espansionismo sciita iraniano in Iraq, Siria, Libano, Yemen. Ma guarda con altrettanta preoccupazione all’egemonia saudita nel Golfo, e in questo calcolo l’Iran è un contrappeso utile. È realpolitik pura, condita con la geografia: un paese che confina con un solo vicino terrestre non può permettersi di avere nemici su tutti i fronti. Un equilibrismo difficile, facile a rompersi, come nel marzo scorso quando Teheran, per rispondere ai bombardamenti americani e israeliani, ha coinvolto i Paesi del Golfo, compreso il Qatar, con il lancio di missili e droni.
La Turchia, in questo schema, occupa un ruolo diverso ma complementare. Erdogan ha investito nel Qatar non solo economicamente — ha una base militare a Doha, la prima fuori dal territorio nazionale turco — ma politicamente. Entrambi i paesi hanno simpatie per i movimenti islamisti moderati ed entrambi hanno interesse a contenere l’influenza saudita ed emiratina. È un’alleanza di comodo, ma le alleanze di comodo sono spesso le più solide, perché non dipendono da religioni e ideologie.
I Mondiali: quanto vale una narrazione?
I Mondiali del 2022 sono stati molte cose insieme: uno spettacolo calcistico di buon livello, un disastro di diritti umani parzialmente mascherato, un trionfo di marketing nazionale, e — inaspettatamente — una delle più grandi vetrine della storia per il mondo arabo-islamico. L’Argentina ha vinto, Messi ha avuto il suo momento, il Marocco ha stupito tutti. Ma ciò che il Qatar voleva dai Mondiali non era una vittoria sul campo: era una storia. La strategia è quella che alcuni studiosi chiamano «sport-washing» — l’uso di grandi eventi sportivi per ripulire l’immagine internazionale di un paese. Non è un’invenzione qatariota: la Germania nazista l’ha fatto nel 1936, la Cina nel 2008, la Russia nel 2014 e nel 2018. Ma il Qatar l’ha portato a un livello di sistematicità senza precedenti: Qatar Airways, PSG (comprato nel 2011 attraverso il fondo sovrano QSI), investimenti nel calcio europeo, sponsorizzazioni sportive globali. Il pallone è diventato il vettore principale della narrazione qatariota nel mondo.
Ha funzionato? In parte. Il Qatar è sicuramente più noto oggi di quanto non fosse nel 2010. Ma la notorietà porta su di sé gli occhi del mondo e questi si posano sulle morti nei cantieri, sui diritti LGBTQ+, sull’impatto ambientale — tutte cose che i qatarioti non avevano messo nel giusto conto. Nel medio periodo, la capacità di trasformare i Mondiali in un vantaggio duraturo dipenderà da riforme che per ora procedono a rilento. Ma se proprio vogliamo rispondere: allora sì, ha abbastanza funzionato, visto che i sauditi ne hanno subito copiato lo schema, accaparrandosi i Mondiali del 2030.
L’economia della dipendenza e il problema dell’acqua
Il Qatar è il più grande esportatore mondiale di gas naturale liquefatto, e questa posizione gli ha consentito — soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 — di tornare al centro della geopolitica energetica globale. L’Europa, disperata di ridurre la dipendenza dal gas russo, si è rivolta a Doha con un’urgenza che ha riportato i leader europei a far la fila negli aeroporti come commessi viaggiatori. Il Qatar ha firmato contratti a lungo termine con Germania, Italia, Olanda. Il petrolio continua a scorrere, ma è il gas — con le sue infrastrutture di liquefazione, le navi metaniere, i terminal di rigassificazione sparsi nei quattro continenti — a dare a Doha un peso specifico sproporzionato alle sue dimensioni. Il fondo sovrano Qatar Investment Authority gestisce asset per oltre 450 miliardi di dollari, con investimenti che spaziano da Heathrow alle banche europee, dai grattacieli londinesi alle tenute agricole in più paesi.
La dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti è un’altra variabile strutturale che il Qatar non può ignorare. La base aerea di Al Udeid — la più grande base militare americana in Medio Oriente, con oltre diecimila soldati — è al tempo stesso uno scudo e una catena. Garantisce — almeno lo si credeva fino al 28 febbraio 2026 — protezione contro qualunque avventura militare dei suoi vicini, ma vincola anche la politica estera di Doha in modi che non sempre corrispondono agli interessi qatarioti. E vale la pena ricordare che le stesse infrastrutture del GNL — le tecnologie di liquefazione, i sistemi di navigazione, i contratti finanziari — dipendono in larga misura da know-how e capitali occidentali.
C’è infine il problema dell’acqua, che tende a essere dimenticato nelle analisi geopolitiche ma che potrebbe diventare il limite più stringente del modello qatariota (e del resto dei Paesi del Golfo). Il Qatar non ha fiumi, non ha laghi, non ha falde acquifere significative. L’acqua potabile viene quasi interamente dalla desalinizzazione dell’acqua marina, un processo enormemente energivoro che dipende dal gas. C’è quindi una relazione circolare e inquietante: il Qatar usa il gas per produrre l’acqua che consente alla popolazione di sopravvivere nel deserto. Se mai venissero meno le fonti di energia o le infrastrutture tecnologiche che le sostengono, il problema del Qatar non sarebbe il PIL: sarebbe la sete. Poche settimane fa un ministro qatariota ha candidamente ammesso che se gli impianti di desalinizzazione venissero colpiti, il Paese non avrebbe più che qualche mese di acqua disponibile; e i missili iraniani, come si è visto, non distinguono molto tra una nave da guerra, un impianto petrolifero e uno per la produzione di acqua potabile.
Mediatori, complici, testimoni
Il Qatar ha costruito negli anni una reputazione come mediatore: ha ospitato negoziati tra Hamas e Israele, tra i talebani afghani e gli americani, tra gruppi libici rivali, tra Etiopia e Tigray, ci hanno provato perfino con Russia e Ucraina. È un ruolo che combina utilità pratica e autolegittimazione: Doha può sedersi al tavolo con tutti perché non ha (formalmente) nemici irriducibili. Questo le ha guadagnato un accesso diplomatico sproporzionato alle sue dimensioni.
Nel conflitto israelo-palestinese, il ruolo del Qatar è diventato cruciale e controverso. Doha ospita la leadership politica di Hamas dall’inizio degli anni Dieci, una scelta che l’ha posta al centro di ogni negoziato per il rilascio degli ostaggi dopo il 7 ottobre 2023, ma che ha anche alimentato le accuse di connivenza con il terrorismo. Con la guerra di Gaza esplosa nell’ottobre 2023 e l’escalation regionale che ha coinvolto Libano, Yemen, Siria e infine l’Iran stesso, il Qatar si è trovato in una posizione sempre più scomoda. Mediatore tra parti che non vogliono davvero la pace, alleato degli americani che finanziano Israele, vicino di un Iran sotto pressione militare crescente, ospite di Hamas mentre Gaza viene rasa al suolo: ogni scelta è una scelta sbagliata, e non scegliere è anch’essa una scelta.
La campagna americana e israeliana contro l’Iran mette il Qatar in una posizione da brivido. Una guerra regionale che investisse il Golfo non colpirebbe soltanto le infrastrutture iraniane, metterebbe a rischio le piattaforme offshore, le navi metaniere, i terminali di liquefazione su cui poggia l’intera economia qatariota. I missili iraniani sono arrivati, e al momento hanno fatto più danni simbolici che reali, ma il senso della minaccia portata dagli ayatollah è chiaro: il Qatar ha molto da perdere da una guerra e non abbastanza forza per impedirla.
Le fragilità di uno Stato che ha comprato tutto tranne il tempo
Il Qatar ha acquistato molte cose: sicurezza, prestigio, influenza, tecnologia, cultura. Non ha potuto acquistare la certezza del futuro. Le sue fragilità strutturali sono reali e, in alcuni casi, difficilmente risolvibili nel breve periodo, e il tempo è una variabile decisiva.
La dipendenza dalla rendita energetica è la prima. Il Qatar ha avviato piani di diversificazione — Qatar National Vision 2030 è il documento programmatico ufficiale — ma la transizione energetica globale minaccia nel lungo periodo la domanda sia di petrolio che di gas naturale, anche se per quest’ultimo i tempi saranno più lunghi di quanto i più ottimisti prevedano. Nel frattempo, Doha ha intelligentemente riposizionato il GNL come «combustibile di transizione», un argomento che ha trovato orecchie favorevoli in Europa dopo il 2022, ma è una soluzione temporanea e non strutturale.
La dipendenza dalla tecnologia e dalla sicurezza americane è la seconda. Se Washington decidesse di ridurre la propria presenza nel Golfo — uno scenario non impossibile in un’era di crescente isolazionismo americano — il Qatar si troverebbe improvvisamente esposto, senza l’ombrello che ne ha garantito la sopravvivenza. La diversificazione delle garanzie di sicurezza (Turchia, una piccola presenza francese, rapporti con la NATO) è in corso, ma incompleta. Una questione che pareva non incombente, invece in questi giorni, con i missili iraniani e la svogliata protezione americana, è diventata un’angoscia esistenziale.
La questione della successione e della coesione interna è la terza. La famiglia Al Thani è numerosa — si parla di migliaia di membri — e i conflitti interni non sono sconosciuti. L’attuale emiro, Tamim bin Hamad Al Thani, al potere dal 2013, sembra godere di una base di consenso solida, ma in monarchie assolute le successioni sono sempre momenti di vulnerabilità.
Timothy Mitchell, nel suo Carbon Democracy (2011), ha scritto che il petrolio non produce democrazia — produce Stati che comprano la legittimità invece di guadagnarsela. Il Qatar è la dimostrazione più compiuta di questa tesi, con l’aggiunta di una variabile che Mitchell — scrivendo prima del boom del GNL qatariota — non aveva calcolato per intero: uno Stato che compra la legittimità con il gas deve anche comprare continuamente la propria rilevanza, ed essa, nel sistema internazionale, costa sempre di più. A Doha, nel frattempo, i grattacieli continuano a crescere, il gas continua a bruciare, i lavoratori nepalesi continuano ad arrivare all’aeroporto Hamad International con le valigie di chi non ha alternative migliori, e l’emiro Tamim guarda al Golfo sapendo che il tempo è l’unica cosa che i soldi non riescono davvero a comprare: perché il tempo scorre veloce, e tra un Mondiale di pallone e un gran premio di Formula 1, ti ritrovi sotto i missili e a corto d’acqua, e gas e petrolio non li puoi bere.