Di Stefano Pizzin.
Mentre sto scrivendo questo pezzo le agenzie riportano la notizia che il governo serbo ha avvertito quello ungherese del ritrovamento di un ordigno esplosivo, insieme all’attrezzatura necessaria per farlo detonare, presso un’infrastruttura per il gas che collega la Serbia e l’Ungheria. Il premier serbo Vučić è un alleato e ammiratore di quello ungherese e questa vicenda, vera o falsa che sia, potrebbe essere il trucco finale per manipolare l’esito delle prossime elezioni. Staremo a vedere, intanto ricominciamo con la storia che voglio raccontare.
C’è una scena ricorrente nella politica ungherese degli ultimi anni: Viktor Orbán che parla davanti a decine di migliaia di sostenitori sul Ponte Margherita di Budapest, il Danubio scorre alle spalle, il parlamento neogotico a fare da quinta scenografica, il microfono come scettro. Adesso la chiamano «Marcia per la pace» ma l’unica pace che re di Budapest vuole difendere è la propria, quella di chi governa l’Ungheria, con una breve interruzione, dal 1998, e che il 12 aprile si troverà davanti alla sfida elettorale più seria della sua carriera. Non sarà una passeggiata. Per la prima volta in sedici anni, i sondaggi — tutti, con la sola eccezione degli istituti finanziati dal governo — indicano un vantaggio dell’opposizione. Il Partito del Rispetto e della Libertà, Tisza, fondato appena due anni fa da Péter Magyar, oscilla tra il 40 e il 46 per cento nei rilevamenti più recenti; Fidesz si ferma tra il 28 e il 35. L’istituto Median, considerato tra i più attendibili, amplia il divario fino a 16 punti tra gli elettori già orientati. Sono numeri che, in una democrazia normale, annuncerebbero un’alternanza di governo. Ma l’Ungheria non è più una democrazia normale.
Come si diventa Orbán
Viktor Orbán nasce nel 1963 a Székesfehérvár, figlio di un ingegnere minerario. In giovinezza è un liberale della Lega dei Giovani Democratici — Fidesz, appunto — che con un discorso audace alla cerimonia di risepoltura di Imre Nagy chiede il ritiro delle truppe sovietiche e si guadagna una certa notorietà. Studia giurisprudenza a Budapest e poi con una borsa di studio a Oxford, interrotta per rientrare in politica. Il punto è che il Fidesz delle origini è un partito liberale, antiautoritario, europeista. Orbán di allora non assomiglia per nulla a Orbán di oggi, e questa trasformazione — da liberale a campione dell’illiberalismo — è la chiave di volta per capire tutto il resto.
La prima stagione al governo arriva nel 1998, con una coalizione di centrodestra. Quattro anni di governo ordinari per gli standard dell’epoca, abbastanza da fargli perdere le elezioni del 2002 di misura. Seguono otto anni all’opposizione, durante i quali Orbán compie la metamorfosi decisiva: abbandona ogni residuo liberale, abbraccia il nazional-conservatorismo cristiano, inizia a coltivare un elettorato che la crisi del 2008 — devastante in Ungheria, con il crollo del fiorino e un prestito d’emergenza del FMI — renderà disponibilissimo a soluzioni radicali. Nel 2010 torna al potere con una maggioranza dei due terzi che gli consente di modificare la Costituzione. Da quel momento, Orbán non si limita a governare: costruisce un sistema. In un discorso del 2014 a Băile Tuşnad, in Romania, tra gli esponenti della minoranza ungherese, conia la formula che lo renderà famoso in tutto il mondo: «democrazia illiberale». Una formula che, bisogna riconoscerlo, ha il pregio della chiarezza: non si tratta di nascondere nulla, ma di dichiarare apertamente che il liberalismo — come insieme di diritti individuali, indipendenza della magistratura, pluralismo dei media, garanzie costituzionali — è un ostacolo al governo efficace, non una sua condizione. E l’Unione europea? Non c’era e se c’era dormiva.
L’architettura del potere
Quello che Orbán costruisce in sedici anni non è semplicemente un governo di destra: lui si appropriò dello Stato. La distinzione è importante. Jan-Werner Müller, nel suo Cos’è il populismo? (Il Saggiatore), spiega che il populismo non è solo retorica antiélite — è la pretesa esclusiva di rappresentare «l’il vero popolo», con la conseguenza pratica che chiunque dissenta non è semplicemente un avversario politico ma un nemico del popolo stesso. Orbán ha applicato questo schema con una coerenza e una pazienza che i suoi critici occidentali spesso sottovalutano, liquidandolo come un semplice demagogo.
La prima mossa, nel 2011, è stata una nuova Costituzione — la «Legge fondamentale» — approvata in poche settimane senza una vera partecipazione pubblica. Poi è venuta la riforma della legge elettorale: riduzione dei parlamentari, eliminazione del secondo turno, un sistema di compensazione che avvantaggia strutturalmente il partito più forte, il diritto di voto alle minoranze ungheresi dei Paesi vicini. Poi la magistratura: con la legge organica n. 61, un organo monocratico — il Presidente dell’Ufficio Nazionale per la Magistratura — ha assorbito tutte le competenze sui giudici, sui bilanci, sulle nomine, svuotando il Consiglio Giudiziario Nazionale di qualsiasi funzione reale. Poi i media: acquistati uno dopo l’altro da oligarchi vicini a Fidesz, confluiti in una fondazione — KESMA — che li gestisce come un unico apparato di propaganda. La televisione pubblica è diventata il ministero dell’informazione del regime; i giornali indipendenti sono sopravvissuti con difficoltà. L’Ungheria non è più un sistema politico ordinario: il governo ha realizzato una forma di «cattura dello Stato» che svuota i contrappesi istituzionali e trasforma le istituzioni da arbitri neutrali in strumenti di sopravvivenza del partito di governo. La conseguenza paradossale è che anche un vantaggio nei sondaggi da parte dei suoi avversari potrebbe non essere sufficiente quando il campo di gioco è strutturalmente truccato.
Trianon, Horthy e i fantasmi della storia
Per capire il consenso di Orbán — soprattutto nell’Ungheria profonda, nelle province dove Fidesz raccoglie ancora oggi il suo bacino più solido — bisogna passare per la storia, che in questo Paese è una ferita non rimarginata. Il Trattato del Trianon (il palazzo di Versailles dove il 4 giugno del 1920 venne sancita la sorte dell’Ungheria dopo la I Guerra mondiale) rimane, a più di un secolo di distanza, il trauma fondativo del nazionalismo ungherese. L’Ungheria, alla fine della Grande Guerra, perse i due terzi del suo territorio e un terzo della popolazione di lingua magiara, distribuita tra Romania, Cecoslovacchia, Jugoslavia e Austria. Una mutilazione che le élite ungheresi — incluso il regime di Miklós Horthy, l’ammiraglio reazionario senza flotta che governò il Paese dal 1920 al 1944 — non accettarono mai come definitiva. Orbán ha fatto di Trianon una delle pietre angolari del suo discorso identitario: nel centenario del trattato ha istituito il Giorno dell’Unità Nazionale, con celebrazioni ufficiali in tutto il Paese. È un messaggio preciso: l’Ungheria è una nazione ferita, circondata da indifferenza e ostilità, e solo un governo forte può difenderne la dignità. L’Europa è così lontana che a Budapest hanno rispolverato il turanismo, un’ideologia in voga nel XIX che riscopre gli antichi legami tra ungheresi, turchi fino agli Stan dell’Asia centrale.
L’eredità di Horthy è più controversa e più scivolosa. Il regime horthysta fu alleato della Germania nazista, deportò oltre quattrocentomila ebrei ungheresi ad Auschwitz nel 1944 — in pochi mesi, con una brutalità e un’efficienza che impressionò persino gli stessi nazisti. Eppure nell’immaginario della destra ungherese, Horthy è spesso rievocato come un patriota pragmatico, un difensore dell’ordine in tempi di caos, una vittima delle circostanze più che un complice. Orbán non riabilita Horthy esplicitamente — è troppo prudente per questo — ma non esattamente si affretta a condannarlo, e il risultato è un’ambiguità che solletica certi sentimenti ombrosi che ristagnano nella storia magiara.
Poi c’è il comunismo. Quarant’anni di Repubblica Popolare Ungherese — compresi i fatti del 1956, la rivolta soffocata dai carri armati sovietici, la repressione, il bonario grigiore degli anni di Kádár (quando il Paese era chiamato “la baracca più allegra del lager”) — hanno lasciato una diffidenza profonda in un bel pezzo della nazione verso qualsiasi idea vagamente socialista o progressista, verso le istituzioni internazionali percepite come agenti di controllo esterno, verso l’élite cosmopolita che vorrebbe sradicare le antiche tradizioni. Orbán ha saputo usare questa memoria con destrezza: la retorica anti-Bruxelles attinge spesso, consciamente o no, al repertorio anti-sovietico. «Non siamo disposti a essere una colonia», ripete e il suo elettorato rurale capisce esattamente di che cosa parla.
I gay, i migranti e le altre ossessioni
Quando nel 2021 il Parlamento di Budapest approva la cosiddetta legge anti-LGBTQ — che vieta la «promozione» dell’omosessualità e della «riassegnazione di genere» tra i minori, accostando di fatto l’omosessualità alla pedofilia — la Commissione Europea apre immediatamente una procedura d’infrazione. Orbán risponde indicendo un referendum consultivo sulla questione e chiamandolo «referendum sulla protezione dei bambini». La retorica è quella tipica del ricatto morale: i bambini sono in pericolo, i «burocrati di Bruxelles» vogliono imporre ai genitori ungheresi cosa insegnare ai propri figli, il governo difende la famiglia naturale contro il woke occidentale. L’ossessione per l’identità sessuale è funzionale, serve a costruire un nemico interno — o meglio, a identificare una minoranza come vettore di una minaccia culturale esterna. Il meccanismo è classico: si prende una questione minoritaria, la si connette a un’influenza straniera (Soros, Bruxelles, i «liberal» di qualsiasi provenienza), e si trasforma il tutto in una guerra di civiltà. La grottesca coerenza del sistema si è però infranta nel 2020, quando l’eurodeputato di Fidesz József Szájer è stato beccato a scappare da una festa privata in violazione delle norme anti-Covid — una festa gay, per la precisione — con dell’ecstasy nello zaino. Orbán ha gestito la cosa con la consueta efficienza: Szájer si è dimesso, i media lo hanno cancellato, e la pagina è stata girata. Nessuna riflessione pubblica. Si va avanti.
I migranti sono l’altra ossessione, anzi la prima in ordine cronologico. Nel 2015, quando l’Europa è alle prese con i flussi dal Mediterraneo, Orbán costruisce una recinzione al confine con la Serbia e lancia una campagna di comunicazione — cartelloni, spot televisivi, «consultazioni nazionali» — che descrive i migranti come una minaccia esistenziale alla sicurezza e all’identità ungherese. L’Europa lo condanna ma poi, nei fatti, prende ispirazione. Danimarca, Svezia e, infine, l’intera politica migratoria europea si sono spostate nel tempo nella direzione che Orbán aveva indicato dieci anni fa. Orban nega i valori europei, Bruxelles prima lo critica ma poi applica le sue pratiche. Ma chi emigra in Ungheria? Quasi nessuno; in compenso nell’ultimo decennio quasi 600 mila ungheresi hanno lasciato il Paese alla ricerca di una vita migliore.
Il consenso e la frattura
Sarebbe troppo comodo liquidare il consenso di Orbán come il prodotto esclusivo della propaganda e della manipolazione. Sedici anni al potere con maggioranze parlamentari dei due terzi non si spiegano solo con un sistema elettorale distorto e un’egemonia mediatica. C’è una base sociale reale, e ignorarla significa non capire nulla di quello che sta succedendo in Ungheria — e, per estensione, in buona parte d’Europa. Il consenso orbaniano si concentra geograficamente nell’Ungheria fuori Budapest: le province orientali, le città medie, le comunità rurali. È un elettorato che ha percepito i cambiamenti degli anni Novanta — la transizione al mercato, la privatizzazione, la disoccupazione — come una perdita più che come una liberazione; che diffida delle istituzioni europee tanto quanto diffidava di quelle sovietiche; che apprezza la stabilità e la continuità di governo, anche a costo di sacrificare qualche libertà astratta che non sente come propria. Le misure sociali di Fidesz — sussidi alle famiglie numerose, agevolazioni fiscali per le coppie sposate, assegni per il terzo figlio, mutui agevolati per i giovani — hanno un impatto concreto su questo elettorato e rispondono a preoccupazioni genuine: il crollo della natalità, l’emigrazione dei giovani, la difficoltà economica delle famiglie.
Budapest è un’altra storia. La capitale ha eletto un sindaco di opposizione, Gergely Karácsony, nel 2019 e ha confermato la scelta nel 2024. È una città sempre più europea nel senso pieno del termine: cosmopolita, universitaria, con una scena culturale vivace — Béla Tarr, László Krasznahorkai (Nobel per la letteratura nel 2025), una tradizione intellettuale che non ha mai smesso di resistere. La frattura città-campagna che percorre tutta l’Europa orientale è qui particolarmente netta: Budapest vota contro Orbán, l’Ungheria di mezzo e di provincia vota per lui.
L’Europa come nemico utile, Putin e Trump i nuovi amici
Il rapporto di Orbán con l’Unione Europea è uno degli esempi più riusciti di cinismo politico degli ultimi vent’anni. L’Ungheria è nell’UE dal 2004, dipende strutturalmente dai fondi europei — il ministro delle Finanze Márton Nagy ha giustificato il deficit 2025 proprio con i ritardi nell’arrivo dei fondi comunitari — e non ha mai seriamente ventilato l’ipotesi di uscirne. Eppure Orbán ha costruito gran parte della sua narrativa interna sul conflitto con Bruxelles: le procedure d’infrazione (nel 2021 per la legge anti-LGBTQ, nel 2025 per le norme sui media, per violazione del Trattato e per distorsione della concorrenza), il congelamento dei fondi, le accuse di violazione dello stato di diritto — tutto viene presentato al suo elettorato come la prova che l’Ungheria è circondata di nemici che ne vogliono compromettere la sovranità.
L’articolo 7 dei Trattati, che consentirebbe la sospensione del diritto di voto dell’Ungheria in Consiglio, richiede l’unanimità dei ventisette. L’unanimità non c’è — grazie a Paesi come Slovacchia, Polonia (per un certo periodo), Bulgaria e, tanto per fare sempre brutte figure, l’Italia, il cui governo ha inviato messaggi video di supporto alla campagna di Fidesz nel gennaio 2026, con Meloni e Salvini nel ruolo di supporter entusiasti. La solidarietà internazionale della destra nazional-populista è una realtà, non una fantasia giornalistica: Orbán ha costruito negli anni una rete di relazioni con Fico in Slovacchia, con Vučić in Serbia, con i Patrioti per l’Europa in tutta l’UE. E poi c’è Putin.
Il rapporto con Mosca è il punto più controverso e, almeno in apparenza, il più difficile da spiegare ai suoi stessi elettori. Orbán ha mantenuto relazioni commerciali e politiche con la Russia anche dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, si è opposto sistematicamente alle sanzioni più dure, ha bloccato o rallentato gli aiuti militari europei a Kiev, ha potenziato la centrale nucleare di Paks con finanziamenti e tecnologia russa. Nel frattempo, l’Ungheria importava ancora oltre l’ottanta per cento del suo gas naturale dalla Russia nel 2023. Orbán presenta tutto questo come «neutralità» e «difesa della pace»; i suoi critici lo definiscono il principale cavallo di Troia di Putin nell’Unione Europea. Nelle ultime settimane i media hanno raccontato che il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó, durante i vertici con i colleghi dell’UE, riferiva il resoconto delle riunioni al capo della diplomazia russa Lavrov. Con Putin amico e i servizi di Mosca impegnati attivamente a fare vincere le elezioni a Orban, è diventato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky il nemico numero uno: nella martellante propaganda degli orbaniani è dipinto come un ladro, un drogato, un guerrafondaio, uno che vuole spolpare gli ungheresi e perfino invaderli. Vicenda singolare in un Paese che omaggia pubblicamente il premier Nagy e il generale Maléter che vennero giustiziati nel 1958 per essersi opposti ai carri armati di Mosca, ma comprensibile nella logica di una destra mondiale che condivide tanti “valori” a partire dal fastidio verso la democrazia.
Con Trump il rapporto è più recente ma altrettanto organico. L’endorsement presidenziale è arrivato in video dallo Studio Ovale durante il CPAC Hungary di marzo 2026. Il segretario di Stato Rubio ha visitato Budapest a febbraio e il vicepresidente Vance vi arriva a pochi giorni dal voto. Un documento del Dipartimento di Stato scovato dal sito Politico ha descritto il rapporto USA-Ungheria come una «nuova età dell’oro». Orbán è diventato, nell’immaginario della destra globale, qualcosa di più di un capo di governo: è un modello, una dimostrazione pratica che il sovranismo nazional-conservatore è compatibile con la vittoria elettorale e con la permanenza nell’Occidente istituzionale (a patto che una volta vinte le elezioni si trucchino le regole). Un Putin che sa stare a tavola.
L’oleodotto dell’amicizia
La vicenda del Druzhba — «amicizia», in russo — è quasi una metafora perfetta dell’intera postura orbaniana. Il Druzhba è un oleodotto di epoca sovietica, lungo circa quattromila chilometri, che collega i pozzi del Tatarstan russo alle raffinerie dell’Europa centrale passando attraverso Bielorussia e Ucraina. Ungheria e Slovacchia sono i soli due Paesi dell’Unione Europea a dipenderne ancora per una quota significativa del loro fabbisogno petrolifero — una dipendenza che i governi di Budapest e Bratislava hanno coltivato per scelta, ignorando ogni pressione a diversificare, incluso l’oleodotto croato Adria che attraversa il territorio magiaro senza essere mai stato seriamente sfruttato. Il 27 gennaio 2026 una stazione di pompaggio viene danneggiata — da un drone russo, secondo Kiev — e il flusso verso Ungheria e Slovacchia si interrompe. Orbán risponde con la sua consueta eleganza: «Niente petrolio, niente denaro» — e minaccia di bloccare il prestito UE da 90 miliardi di euro già approvato dal Consiglio europeo per l’Ucraina. Annuncia poi la sospensione progressiva delle forniture di gas ungherese a Kiev — gas di cui l’Ucraina importava oltre il 45 per cento dall’Ungheria nel 2025 — condizionandone la ripresa al ripristino del flusso petrolifero. Il cancelliere tedesco Merz definisce la mossa «un atto di grave slealtà che avrà conseguenze profonde ben oltre questo episodio». Orbán, naturalmente, non ci sente da quell’orecchio: è in campagna elettorale, e l’immagine di un’Ungheria sotto assedio energetico per colpa di Kiev gli serve quanto il pane. Zelensky alla fine accetta di riparare il gasdotto, precisando però che i danni sono «più gravi del solito», quindi ci vorrà un bel po’ di tempo, e che le accuse di sabotaggio deliberato sono infondate: la colpa, insiste, è dei ripetuti attacchi russi all’infrastruttura. Vecchia storia da quelle parti: farsi la guerra in nome dell’amicizia.
La crisi e il nuovo avversario
Il modello orbaniano ha cominciato a scricchiolare, e le ragioni sono economiche. Nel 2024 l’Ungheria è stata classificata come la nazione più povera dell’Unione Europea per consumi individuali effettivi — l’indice che misura il benessere reale delle famiglie, non i parametri macroeconomici. Il FMI ha registrato per il 2025 una crescita dello 0,7 per cento a fronte di un’inflazione del 4,5. Il fiorino si è svalutato di oltre il 55 per cento rispetto all’euro dal 2010 a oggi. Il deficit di bilancio 2025 è aumentato del 40 per cento rispetto all’anno precedente. Il tasso di emigrazione ha toccato il suo picco storico: trentacinquemila ungheresi hanno lasciato il Paese solo nell’ultimo anno.
In questo contesto appare Péter Magyar. L’uomo è una figura ambivalente — e sarebbe sbagliato non notarlo. Non è un dissidente della società civile, non è un professore universitario che ha combattuto il sistema dall’esterno, non è un progressista osteggiato dal regime; è un ex militante di Fidesz, ex marito della ministra della Giustizia Judit Varga, un uomo che ha vissuto e prosperato nell’ecosistema orbaniano per vent’anni. Ha rotto con il sistema nel 2024, dopo lo scandalo della grazia presidenziale concessa da Katalin Novák — presidente, una marionetta di Orban poi dimessasi — a un criminale condannato per aver favorito un pedofilo. In quell’occasione Magyar è sceso in campo, ha denunciato la corruzione del sistema, ha lanciato Tisza — acronimo di «Rispetto e Libertà» — e ha ottenuto il 30 per cento alle elezioni europee del giugno 2024 dopo una campagna brevissima.
Magyar è conservatore, freddo sul sostegno all’Ucraina (anche se in campagna elettorale non ne vuole parlare), favorevole al muro anti-immigrazione al confine serbo. Non è, insomma, un candidato della sinistra liberale europea — il che spiega in parte il suo successo nell’Ungheria profonda, dove Tisza ha strappato consensi persino nelle province considerate fortezze di Fidesz. Il suo messaggio centrale è la corruzione: i patrimoni della cerchia orbaniana sono cresciuti mentre gli ungheresi stavano ogni giorno peggio, e chi ha fatto parte del sistema — come lui stesso — ne conosce i meccanismi dall’interno. Ha lanciato a febbraio 2026 un tour di campagna di 55 giorni intitolato «Ora o mai più», con comizi all’aperto in tutto il Paese. Decine di migliaia di persone si sono presentate anche in città dove l’opposizione non aveva mai osato mettere piede. Per la prima volta da anni il sistema di Viktor Orban sta scricchiolando e può cadere. La quasi totalità dei partiti di opposizione (socialisti, verdi, liberali) hanno abbandonato la corsa elettorale per lasciare campo libero a Magyar, una scommessa da all-in: chissà come andrà.
Il 12 aprile e le domande senza risposta
I sondaggi, dunque, sono impietosi. Ogni istituto indipendente — Publicus, Zavecz, Republikon, Median — assegna a Tisza un vantaggio tra gli 8 e i 16 punti su Fidesz. Il PolitPro Poll Trend aggregato accredita Magyar al 48,7 per cento e Orbán al 40,8, con una proiezione di 102 seggi per Tisza contro 86 per Fidesz: una maggioranza di governo netta per Magyar. Qui però bisogna fermarsi e ricordare una cosa: nel 2022, gli stessi istituti che oggi danno Tisza avanti di venti punti prevedevano un testa a testa tra Fidesz e la coalizione «Uniti per l’Ungheria». Il risultato fu una vittoria schiacciante di Orbán: 54 per cento e quarta supermaggioranza consecutiva. Un errore di previsione nell’ordine di venti punti percentuali. L’unico istituto che si era avvicinato al risultato reale era Nézőpont, l’istituto filogovernativo che oggi viene sistematicamente scartato dai media europei. Non vuol dire che Orbán vincerà — i segnali che questa volta sia diverso sono reali — ma la certezza della sua sconfitta sarebbe ingiustificata.
Il campo di gioco rimane strutturalmente truccato. Fidesz ha più risorse, un accesso mediatico incomparabilmente superiore, una macchina organizzativa capillare nei comuni. La campagna elettorale è già segnata da episodi inquietanti: video generati dall’intelligenza artificiale che mostrano soldati ungheresi uccisi davanti alle proprie figlie, con il messaggio implicito che una vittoria di Magyar significherebbe la guerra; richieste di revoca dell’immunità parlamentare a Magyar stesso per tre procedimenti giudiziari — diffamazione e una presunta aggressione — in tempi sospettosamente coincidenti con la campagna; la presenza, nella missione OSCE di monitoraggio elettorale, di una funzionaria con trascorsi al ministero degli Esteri russo, cosa che ha sollevato perplessità tra le organizzazioni della società civile ungherese, le voci su possibili attentati da parte degli ucraini o agenti stranieri per minacciare la sovranità ungherese (come quello all’oleodotto dalla Serbia).
Nessuno, per il momento, si sbilancia su cosa accadrà se Orbán dovesse perdere. La domanda circola tra gli analisti: cederebbe davvero il potere? Diversi think tank internazionali hanno cominciato a mappare le strade con cui un governo uscente potrebbe inventarsi qualche colpo di scena, contestare il risultato, invocare irregolarità, ricorrere a istituzioni di nomina fidesz-dependente per rallentare o bloccare il trasferimento. Non è fantapolitica, è la logica conseguente di un sistema in cui le istituzioni sono state svuotate della loro neutralità, di uno Stato che si identifica con il partito al potere e il suo leader.
Una conclusione provvisoria
Non si dovrebbe cedere all’ottimismo facile né al catastrofismo di maniera. Orbán è un politico con l’abilità di trasformare ogni crisi in un’opportunità narrativa e ha dimostrato una capacità di sopravvivenza che i suoi avversari continuano a sottovalutare. Il grottesco (un eurodeputato omofobo beccato a una festa gay) diventa, nelle sue mani, una prova di disciplina interna; la recessione provocata dalle sue politiche economiche, una colpa di Bruxelles; la corruzione, la normale distribuzione dei frutti della crescita; gli ucraini aggrediti dai russi, i pericolosi nemici che minacciano l’Ungheria. Eppure qualcosa sembra diverso questa volta. Non tanto nei numeri dei sondaggi — che vanno sempre letti con prudenza — quanto nella qualità del malcontento. Il disagio economico non è più astratto: è la spesa al supermercato, è l’affitto dell’appartamento a Budapest, è il figlio che se n’è andato a Vienna. Péter Magyar ha trovato un linguaggio per questo disagio che le vecchie opposizioni — frammentate, litigiose, incapaci di convergere su un unico candidato nelle elezioni precedenti — non erano riuscite a costruire.
Il 12 aprile dirà se l’Ungheria è ancora capace di un’alternanza democratica, o se il sistema costruito in sedici anni è ormai abbastanza solido da resistere anche a una vera sconfitta elettorale. È una domanda che non riguarda solo gli ungheresi: riguarda tutti quelli che si chiedono dove finisce la democrazia illiberale e dove comincia qualcosa d’altro, per cui non abbiamo ancora un nome esatto — ma che assomiglia, in forme diverse, a qualcosa che il Novecento ci ha già mostrato. Una roba che — anche se molti fanno finta di non accorgersene — piace ed è diventata il modello di una bella fetta della destra europea e internazionale, come il governo del nostro Paese — checcé ne dicano i pensosi opinionisti sempre distratti a guardare le magagne della sinistra. Un’ultima domanda, infine: Magyar riporterà davvero l’Ungheria a essere un membro fattivo dell’Unione europea, si allontanerà dalle sirene del putinismo, saprà rappresentare tutti gli ungheresi progressisti ed europeisti, che si affidano a lui? E se dovesse vincere non diventerà un nuovo Orban?
Nel frattempo, sul Ponte Margherita, si aspetta, mentre il Danubio continua a scorrere.