Di Stefano Pizzin.
C’è una fotografia che circola da anni sui social media arabi: re Abdulaziz Ibn Saud, fondatore del regno dell’Arabia Saudita, seduto accanto a Franklin Delano Roosevelt sul cacciatorpediniere USS Quincy nel febbraio del 1945. I due si guardano — un beduino diventato monarca assoluto di una penisola che nessuno ancora capisce bene cosa sia, e il presidente di una repubblica che sta per diventare la prima potenza mondiale — e concordano questo: gli americani avrebbero garantito sicurezza, i sauditi petrolio. Un patto semplice, brutale, duraturo e che regge ancora oggi.
L’Arabia Saudita è uno di quei Paesi che si capisce meglio partendo dal presente, e risalendo a ritroso. Perché la sua storia non è quella di una nazione come lo intendiamo noi — con rivoluzioni, costituzioni ed elezioni. È la storia di una famiglia che ha conquistato un territorio, ci ha trovato sotto il petrolio, ha stretto un’alleanza con i predicatori più rigidi dell’islam sunnita, e da quel momento in poi ha gestito tutto — la politica estera, l’economia, la teologia, la vita delle persone, il prezzo del greggio mondiale. In sintesi: un Regno che è un’azienda di famiglia.
Con la fede e con la spada
La storia comincia nel XVIII secolo, nel cuore polveroso del Nejd, l’altopiano centrale della penisola arabica. Nel 1744 Muhammad ibn Saud, signore di una piccola oasi chiamata Dir’iyya, stringe un’alleanza con Muhammad ibn Abd al-Wahhab, predicatore che ha fatto della purificazione islamica la sua missione personale. Ibn Abd al-Wahhab era convinto — con la certezza dei riformatori religiosi che non temono mai di esagerare — che l’islam del suo tempo si fosse corrotto: il culto dei santi, la venerazione delle tombe, le pratiche popolari, tutto questo era bid’ah, innovazione biasimevole, deviazione dall’unico islam vero, quello delle origini. Il rimedio era il ritorno al salaf, i pii antenati, e la purga, anche fisica se necessario, di tutto il resto.
L’accordo tra il principe e il predicatore è il fondamento dell’Arabia Saudita moderna, e niente di quello che è venuto dopo si capisce senza di esso. Ibn Saud avrebbe sostenuto la dottrina di Ibn Abd al-Wahhab con la spada e Ibn Abd al-Wahhab avrebbe legittimato il suo potere con la religione. Un do ut des che in Europa abbiamo conosciuto bene: il potere temporale fornisce la forza, quello religioso l’ideologia.
Il wahhabismo — o salafismo, come preferisce definirsi nella sua versione più contemporanea, per sfuggire all’etichetta geograficamente limitante — è una corrente teologica che non ammette sfumature. Non c’è spazio per l’interpretazione allegorica, per la filosofia islamica, per il sufismo con le sue estasi mistiche, per il culto degli imam sciiti: tutto questo è deviazione. L’unica lettura è quella letterale, l’unica fonte è il Corano e gli hadith autentici, interpretati dall’unica autorità religiosa riconosciuta: quella dell’ulema wahhabita. Questa dottrina, che nei suoi fondamenti è una forma di islam minoritario e periferico — lo storico Hamid Algar nel suo libro su Ibn Abd al-Wahhab la definisce senza troppi giri di parole «una deviazione settaria» —, avrebbe inondato il mondo musulmano grazie a un meccanismo moltiplicatore che nessuno aveva previsto: il petrolio e i soldi, tanti soldi.
Il primo Stato saudita — Dir’iyya — viene distrutto dagli ottomani nel 1818. Il secondo collassa per conflitti interni nel 1891. Il terzo — quello che esiste ancora oggi — nasce nel 1902, quando Abdulaziz ibn Abd ar-Rahman Al Saud, detto Ibn Saud, prende Riyadh con un colpo di mano leggendario: trenta uomini scalano le mura di notte e uccidono il governatore rivale all’alba. Da quel momento fino al 1932, Ibn Saud conquista sistematicamente tutta la penisola arabica — l’Hejaz con le città sante di Mecca e Medina (a spese della dinastia Hashemita che dovrà accontentarsi del Regno di Giordania), il Najd, l’Al-Ahsa sul Golfo Persico — unificandola in un unico regno che prende il nome dalla sua famiglia. Nel 1932 nasce ufficialmente il Regno dell’Arabia Saudita. Sei anni dopo gli americani della Standard Oil of California trovano il petrolio: la dinastia aveva appena consolidato il suo potere, e l’universo (per alcuni Allah in persona) gli consegnava il mezzo per mantenerlo in eterno.
La pompa di benzina del mondo
Bisogna fare un piccolo sforzo di immaginazione per capire cosa significasse, nel 1938, trovare petrolio in Arabia Saudita. Non c’era quasi niente: qualche oasi, carovaniere, pastori nomadi, città commerciali lungo le coste. La modernità — intesa come strade, ospedali, scuole, amministrazione pubblica — era pressoché assente. L’economia era quella del pellegrinaggio a La Mecca e del commercio carovaniero. Ibn Saud era un monarca medievale che governava un territorio medievale con strumenti medievali. Il petrolio non cambiò soltanto le finanze del regno ma la natura stessa del potere. Tra il 1938 e il 1970, la produzione saudita cresce in modo esponenziale. L’Aramco — Arabian American Oil Company — gestisce gli impianti, forma i tecnici, porta la tecnologia. Gli americani incassano la quota maggiore dei profitti, i sauditi incassano le royalties e usano quel denaro per mettere in piedi uno Stato che altrimenti non avrebbero potuto costruire. È un modello coloniale attenuato, temperato dall’interesse reciproco: gli americani hanno bisogno del petrolio, i sauditi hanno bisogno delle armi e della protezione a stelle e strisce; un matrimonio di interesse, di quelli che durano.
Nel 1960 l’Arabia Saudita è tra i fondatori dell’OPEC — l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio —, insieme a Iran, Iraq, Kuwait e Venezuela. L’obiettivo dichiarato è coordinare le politiche di produzione per stabilizzare i prezzi, quello reale è riprendere il controllo di una risorsa che è tecnicamente dei Paesi produttori ma nella pratica è gestita dalle grandi compagnie occidentali. Il processo di nazionalizzazione dell’Aramco sarà lungo — si conclude formalmente solo nel 1988 — ma la direzione è chiara: il petrolio torna ai sauditi. Il momento di massima potenza della grande pompa di benzina saudita arriva nell’ottobre del 1973. La guerra dello Yom Kippur — Egitto e Siria attaccano Israele che risponde con il pieno sostegno americano — fornisce ai Paesi arabi dell’OPEC il pretesto per usare il petrolio come arma politica. L’embargo verso gli Stati Uniti e i suoi alleati produce uno shock senza precedenti: in pochi mesi il prezzo del greggio quadruplica, passando da circa tre dollari al barile a quasi dodici. Arriveranno le code ai distributori, il razionamento della benzina, le domeniche senza automobili per fare capire agli occidentali quanto la loro prosperità dipenda da una pompa nel deserto del Nejd.
La crisi del 1973 non è soltanto un evento economico: è un momento di rivelazione geopolitica. Per la prima volta dal 1945, i Paesi del Terzo Mondo — o almeno alcuni di essi — dimostrano di poter ricattare le grandi potenze industriali. Henry Kissinger, che in quegli anni amministra la politica estera americana, capisce che il rapporto con Riyadh va ridefinito su basi più solide. Nasce il sistema dei petrodollari: i sauditi vendono il petrolio in dollari, reinvestono i profitti in titoli del Tesoro americano e in armamenti americani, gli americani, un’altra volta, si sobbarcano la sicurezza del regime. Un circolo virtuoso per entrambe le parti — e vizioso per chiunque viva nelle vicinanze.
La seconda crisi petrolifera arriva nel 1979, sull’onda della rivoluzione khomeinista in Iran e della successiva guerra Iran-Iraq. I prezzi tornano a salire, il mondo occidentale torna a tremare. Ma questa volta c’è anche un altro elemento: la rivoluzione iraniana non è solo una crisi energetica, è una sfida teologica e politica all’ordine saudita. Khomeini sostiene che i Saud siano corrotti, indegni di custodire i luoghi santi e servi degli americani. Come diceva Nenni: «quando fai il puro arriva uno più puro che ti epura». Parte allora una competizione per la leadership del mondo islamico che dura ancora oggi.
Allah, il re e la Costituzione che non c’è (come il Parlamento, i partiti, la stampa libera)
L’Arabia Saudita non ha una costituzione scritta o, meglio, la sua costituzione è il Corano. Il Basic Law of Governance del 1992 — il documento più vicino a una carta fondamentale che il Regno possieda — recita esplicitamente all’articolo primo che «it regno dell’Arabia Saudita è uno Stato arabo islamico sovrano. La sua religione è l’islam. La sua costituzione è il libro di Dio Onnipotente e la Sunnah del Suo Profeta». Non c’è separazione dei poteri, non c’è parlamento eletto, non c’è partito politico, non c’è libertà di stampa, non c’è sindacato. Il re è il capo dello Stato, il capo del governo, il custode dei luoghi santi e il comandante delle forze armate. Il sistema istituzionale saudita poggia su tre gambe. La prima è la famiglia reale — migliaia di principi, alcuni influenti, molti parassitari, tutti parte di un sistema clientelare che distribuisce rendite petrolifere in cambio di fedeltà. La seconda è l’establishment religioso — l’ulema wahhabita, organizzato attorno al Consiglio degli Alti Ulema, che legittima il potere reale in cambio del controllo sull’istruzione, sulla giustizia e sulla vita morale della popolazione. La terza è l’esercito e i servizi di sicurezza, che garantiscono la stabilità interna e dipendono direttamente dal re. Questo sistema ha una logica interna: il regime compra il consenso con le rendite petrolifere (sussidi, servizi gratuiti, assenza di tasse dirette per i cittadini), legittima il proprio potere con la religione (siamo i custodi delle città sante, governiamo in nome di Dio), e reprime il dissenso con gli apparati di sicurezza. È un triangolo stabile finché il petrolio dura, finché i predicatori sono compiacenti e finché nessuno da fuori rompe l’equilibrio. Tutte e tre queste condizioni sono messe sotto pressione nell’Arabia Saudita di oggi.
C’è un aspetto del sistema che merita una nota a parte: la Mutawween, la polizia religiosa, nota anche come haia — «Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio». Per decenni, questi uomini con bastoni e barbe lunghe hanno pattugliato i centri commerciali, separato i sessi negli spazi pubblici, chiuso i negozi durante le preghiere, arrestato le donne non accompagnate da un mahram (un tutore maschio). Un potere capillare, ottuso e umiliante, che ha condizionato la vita quotidiana di milioni di persone. Mohammed bin Salman li ha ridimensionati drasticamente dopo il 2017 — togliendo loro il potere di arresto —, ma il fatto che siano esistiti per decenni in quella forma la dice lunga su cosa significhi vivere in un Paese in cui la teologia e la polizia sono la stessa cosa.
La Mecca travel agency
C’è qualcosa di vagamente perturbante (e fortemente ironico) nel fatto che la città più sacra dell’islam assomigli sempre di più a Las Vegas. La Mecca, che ogni musulmano è tenuto a visitare almeno una volta nella vita — il hajj, il pellegrinaggio, è uno dei cinque pilastri dell’islam —, è oggi circondata da grattacieli di lusso, catene alberghiere internazionali e centri commerciali. Le Makkah Royal Clock Tower, inaugurate nel 2012, sono visibili dalla Masjid al-Haram, la Grande Moschea che ospita la Kaaba: torri di vetro e acciaio che schiacciano simbolicamente il cuore della spiritualità islamica sotto il peso dell’industria dell’ospitalità cinque stelle. I sauditi hanno trasformato il pellegrinaggio in una macchina economica formidabile. Circa due milioni di fedeli ogni anno per il hajj, altrettanti o di più per la umra — il pellegrinaggio minore, praticabile in qualsiasi periodo dell’anno —: alberghi, voli, catering, trasporti, souvenir. L’Arabia Saudita incassa miliardi di dollari dalla devozione. Una contraddizione che non passa inosservata a chi crede che la vocazione del wahhabismo sia la sobrietà e il rifiuto del superfluo. Ibn Abd al-Wahhab avrebbe probabilmente demolito le Makkah Royal Clock Tower come idoli moderni. I suoi eredi ne affittano le suite a 2.000 dollari a notte.
Mecca e Medina sono vietate ai non musulmani — una delle poche restrizioni al turismo che rimane inviolata. Tutto il resto dell’Arabia Saudita si è aperto agli stranieri solo di recente: fino al 2019, i visti turistici praticamente non esistevano. Mohammed bin Salman li ha introdotti come parte della sua strategia di diversificazione economica. Il risultato è che oggi si può andare a visitare le rovine nabatee di Al-Ula, fare snorkeling nel Mar Rosso, sciare sulla neve artificiale di uno ski resort costruito nel deserto di Neom. Un Paese che per settant’anni ha detto al mondo «non siete i benvenuti» ora chiede al mondo di venire a spendere soldi.
Esportare carburante e fondamentalisti
A partire dagli anni Settanta, con l’esplosione delle entrate petrolifere, l’Arabia Saudita ha iniziato un programma sistematico di esportazione del wahhabismo. Non è un piano segreto — è una politica dichiarata, sostenuta dallo Stato e dalla famiglia reale: costruire moschee, fondare scuole coraniche (madrasse), finanziare organizzazioni islamiche in Africa, Asia, Europa, America. L’obiettivo dichiarato è la diffusione dell’islam «utentico». L’effetto collaterale è la diffusione di una versione dell’islam intransigente, antisciita, spesso antioccidentale, in Paesi che avevano tradizioni islamiche ben diverse. Le stime sono difficili da verificare con precisione, ma alcuni ricercatori parlano di 75-100 miliardi di dollari spesi tra il 1975 e il 2002 per la diffusione del wahhabismo nel mondo. Gilles Kepel, nel suo La jihad. Ascesa e declino, descrive minuziosamente come questo denaro abbia trasformato il panorama islamico globale: le moschee salafite nei suburbs europei, le madrasse pakistane che formano i talebani, le organizzazioni islamiste in Indonesia e Malaysia, la rifondazione in chiave wahhabita di comunità musulmane africane che per secoli avevano praticato un islam sincretico e pacifico. L’Arabia ha fatto con il wahhabismo quello che l’Unione Sovietica faceva con il marxismo-leninismo: esportare un’ideologia rivoluzionaria attraverso organizzazioni finanziate dallo Stato. La differenza è che i sovietici almeno avevano la coerenza di essere atei. I sauditi esportavano il radicalismo religioso di giorno e trattavano con l’America capitalista di notte. Una schizofrenia ideologica che alla lunga ha prodotto risultati imprevedibili e, l’11 settembre del 2001, catastrofici.
L’uomo che i sauditi hanno creato e fingono di non conoscere
Osama bin Laden nasce a Riyadh nel 1957 da una famiglia di costruttori yemeniti arricchitisi con gli appalti sauditi, un’educazione wahhabita ricevuta nelle migliori scuole del Regno, una formazione universitaria in ingegneria a Gedda, il vanto di parlare un arabo colto e raffinato, è il prodotto tipico di quella classe colta e radicalizzata che il sistema saudita ha allevato per decenni. Quando nel 1979 i sovietici invadono l’Afghanistan, bin Laden parte come volontario — come migliaia di altri giovani arabi reclutati, finanziati e armati con il pieno sostegno dell’Arabia Saudita, del Pakistan e — immancabilmente — della CIA. I mujahidin afghani sono i «combattenti della libertà» che Reagan celebra alla Casa Bianca: i nemici del comunismo, quindi amici dell’Occidente. Il problema inizia quando i sovietici se ne vanno. I combattenti addestrati e indottrinati tornano nei loro Paesi d’origine — Algeria, Egitto, Arabia Saudita — e portano con sé una visione del mondo in cui la jihad armata è non solo lecita ma obbligatoria, convinti, in più, di avere abbattuto il comunismo. Bin Laden prende una svolta definitiva nel 1990, quando l’Arabia Saudita accetta le basi militari americane sul suo territorio per liberare il Kuwait dall’invasione irachena. Per lui è un tradimento intollerabile: le truppe degli infedeli nella terra delle città sante. Offre ai sauditi di difendere il regno con i suoi veterani afghani. Gli viene riso in faccia, e lui mette in piedi la più famosa organizzazione terroristica del XXI secolo.
L’11 settembre 2001 rivela al mondo una verità scomoda che i sauditi avevano accuratamente oscurato: quindici dei diciannove dirottatori erano cittadini sauditi. Non erano marginali della società, non venivano dalle banlieue di Parigi o dai campi profughi in Medioriente: erano figli di famiglie saudite medie, prodotti di scuole coraniche, formati in quell’ambiente di radicalismo teologico che lo Stato saudita aveva finanziato e incoraggiato per decenni. La Commissione del Congresso americano sull’11 settembre sollevò questioni spinose sui finanziamenti sauditi. Alcune pagine del rapporto restarono segrete per quattordici anni e quando furono declassificate nel 2016 non contenevano prove definitive di complicità statale, ma abbastanza materiale per confermare che il confine tra la famiglia reale e i finanziatori del terrorismo era straordinariamente poroso.
Il libro nero dei diritti umani
Ogni anno Amnesty International e Human Rights Watch pubblicano i loro rapporti sull’Arabia Saudita, e ogni anno il lettore che li sfoglia con attenzione si trova di fronte a un catalogo di orrori che sembra uscito da un romanzo gotico. Non perché la violazione dei diritti umani sia rara nel mondo, ma perché in pochi Paesi la repressione è così sistematica, così istituzionalizzata, così esibita.
L’Arabia Saudita è una delle nazioni con il più alto tasso di esecuzioni capitali al mondo. Nel 2022 ha eseguito 196 esecuzioni — il numero più alto degli ultimi trent’anni. Le esecuzioni avvengono per decapitazione, a volte seguita dalla crocifissione del corpo che viene esposto in pubblico come monito. La flagellazione è una pena ordinaria. Le confessioni ottenute con la coercizione sono ammesse in tribunale. Il sistema giudiziario è gestito da giudici religiosi — i qadi — che applicano una versione particolarmente rigida della sharia. Non c’è codice penale scritto per molti reati: il giudice decide sulla base della sua interpretazione dei testi islamici. Questo garantisce una discrezionalità enorme, spesso usata contro dissidenti politici, giornalisti, attivisti. La blasfemia, l’apostasia, l’ateismo, sono teoricamente punibili con la morte anche se, negli ultimi anni, si preferisce la prigione a lungo termine.
Raif Badawi, blogger condannato nel 2014 a dieci anni di carcere e mille frustate per «insusto all’islam» tramite il suo sito web, è diventato il simbolo internazionale di questa repressione. Mille frustate, da eseguire in pubblico in lotti da cinquanta. Le prime cinquanta furono eseguite nel gennaio 2015; le successive furono sospese per «ragioni mediche» — il corpo di Badawi non guariva abbastanza in fretta. Il caso suscitò proteste internazionali. I sauditi non modificarono la sentenza. Badawi fu liberato nel 2022, ma con il divieto di lasciare il Paese per dieci anni. C’è poi la questione della minoranza sciita, concentrata soprattutto nella provincia orientale (Al-Ahsa), la stessa dove si trovano i principali giacimenti petroliferi. Gli sciiti sono discriminati sistematicamente nell’impiego pubblico, nell’esercito e nella magistratura. Le rivolte del 2011-2012, soffocate nel sangue, produssero decine di condanne a morte eseguite in blocco nel 2016 — tra cui quella dello sceicco Nimr al-Nimr, figura religiosa sciita la cui unica colpa era predicare contro il regime.
Le donne
Da anni, la questione simbolo della condizione femminile in Arabia Saudita è stata la guida dell’automobile. Le donne non potevano guidare — erano l’unico Paese al mondo con questo divieto. Mohammed bin Salman ha eliminato il divieto nel 2018, e i media internazionali hanno celebrato l’evento come una svolta epocale. Non volendo essere ingeneroso, dirò che è stata effettivamente una svolta, nel senso in cui l’abolizione di una norma assurda e discriminatoria è sempre qualcosa di buono, ma ridurre la condizione delle donne saudite alla questione della patente è un po’ come ridurre l’apartheid sudafricano alla presenza dei bagni separati per il colore della pelle. Il nodo fondamentale rimane il sistema della tutela maschile — il mahram o wilaya. Ogni donna saudita è formalmente soggetta a un tutore maschio: prima il padre, poi il marito, in mancanza il fratello o lo zio o persino il figlio. Per decenni, le donne non potevano viaggiare all’estero, aprire un conto in banca, sottoscrivere un contratto, ricoverarsi in ospedale, sposarsi o divorziare senza il consenso del tutore. Bin Salman ha ridotto — non eliminato — queste restrizioni: oggi le donne sopra i ventuno anni possono ottenere il passaporto e viaggiare autonomamente ma il sistema di tutela nella sua sostanza rimane; un po’ poco per parlare di «nuovo rinascimento arabo».
Le attiviste per i diritti delle donne che hanno combattuto per queste riforme — tra cui Loujain al-Hathloul, la più nota — sono state arrestate proprio nei mesi in cui le riforme venivano annunciate: un tempismo che la dice lunga sulle priorità del regime. Al-Hathloul è stata detenuta per quasi tre anni, sottoposta — secondo le sue testimonianze e quelle dei familiari — a torture e violenze sessuali in carcere. Rilasciata nel 2021, resta sotto libertà vigilata. Il messaggio implicito è trasparente: le riforme le decide il principe, non le attiviste. Chi si permette di chiederle prima che il principe le conceda viene punito. Le donne rappresentano oggi circa il trenta per cento della forza lavoro — una percentuale in crescita; possono accedere agli stadi, ai concerti, ai ristoranti misti. Formalmente, molto è cambiato. Ma il sistema patriarcale sottostante — sorretto dalla teologia wahhabita e dalla cultura tribale — è più duro delle leggi che lo esprimono.
Il principe nuovo e vecchio
Mohammed bin Salman — MBS, come lo chiamano tutti — è nato nel 1985, il quindicesimo figlio di re Salman. Non era destinato al trono: c’erano troppi zii, troppi cugini, troppi fratelli maggiori davanti a lui. Ma tra il 2015 e il 2017, con una velocità che ha stupito anche i più ferrati osservatori dell’Arabia Saudita, ha eliminato sistematicamente tutti i rivali — con arresti, defenestrazioni, accordi — e si è installato come principe ereditario e di fatto co-reggente del regno. Suo padre, re Salman, novant’anni e la salute malferma, MBS governa.
Il suo programma si chiama «Vision 2030». L’obiettivo dichiarato è diversificare l’economia saudita riducendo la dipendenza dal petrolio — le entrate petrolifere che oggi rappresentano ancora circa il sessanta-settanta per cento del PIL —, sviluppare il turismo, l’industria dell’intrattenimento, la tecnologia, il manifatturiero. Sul fronte sociale: le donne possono guidare, i concerti sono ammessi, il cinema è tornato dopo decenni di divieto, le discoteche stanno aprendo nelle zone turistiche speciali e, ciliegina sulla torta: i Mondiali di calcio nel 2034. MBS ha anche ridimensionato il potere della polizia religiosa e avrebbe smesso di finanziare il wahhabismo all’estero — o almeno così sostiene. Tutto questo è reale? Sì, ma c’è un rovescio della medaglia che è altrettanto reale: MBS ha concentrato più potere nelle proprie mani di qualsiasi sovrano saudita dai tempi di Ibn Saud. Nel novembre 2017 fa arrestare centinaia di principi, ministri e uomini d’affari e li rinchiude nell’hotel Ritz-Carlton di Riyadh, ufficialmente per una campagna anticorruzione, in realtà per farsi dare soldi e potere. Sequestrati ma con un catering di lusso e le immancabili suite da duemila dollari a notte; c’è dell’inarrivabile umorismo in tutto ciò. In ogni caso, chiunque possa rappresentare una minaccia politica viene neutralizzato o costretto a versare miliardi.
La modernizzazione di MBS ha una logica precisa: svecchiare l’Arabia Saudita quanto basta per mantenerla competitiva nell’economia globale e per acquietare una popolazione giovane e sempre più irrequieta — il sessanta per cento dei sauditi ha meno di trent’anni —, senza però concedere nulla sul piano politico. Concerti sì, parlamento no. Cinema sì, libertà di stampa no. Donne al volante sì, attivisti in prigione sì. È la modernizzazione come cosmesi: si cambia la superficie per non cambiare la struttura.
Il caso Khashoggi
Il 2 ottobre 2018, Jamal Khashoggi entra nel consolato saudita di Istanbul per ottenere documenti relativi al suo futuro matrimonio. Non ne uscirà mai. Giornalista e commentatore, un tempo consulente della famiglia reale, poi diventato critico di MBS sulle pagine del Washington Post, Khashoggi viene assassinato all’interno del consolato da un commando di quindici agenti sauditi arrivati appositamente da Riyadh. Il suo corpo viene smembrato e i resti, secondo alcune ricostruzioni, vengono disciolti in acido. L’operazione è di una brutalità e di un’incompetenza uniche: i turchi avevano il consolato sotto sorveglianza e registrarono tutto. La CIA, nella sua valutazione, concluse che MBS aveva «approvato» l’operazione. I sauditi prima negarono, poi ammisero l’omicidio ma sostennero che si trattava di un’operazione «deviata» non autorizzata dal principe. Sedici agenti furono condannati da tribunali sauditi a pene varie; nessuno scontò la condanna completa, e i «cervelli» dell’operazione — gli ufficiali più vicini a MBS — furono prosciolti. La reazione internazionale fu rumorosa nei giorni immediatamente successivi ma si esaurì in poche settimane. Germania e Canada sospesero i contratti per la vendita di armi, l’America di Trump non fece nulla. Poi tutto tornò come prima e il presidente Biden, che in campagna elettorale aveva promesso di trattare l’Arabia Saudita come uno «Stato paria», si recò a Riyadh nell’estate del 2022 e salutò MBS con il famoso fist bump (pugno contro pugno). Il petrolio vale più del sangue di un giornalista.
Il caso Khashoggi mostra come funziona il sistema di impunità che circonda i potenti quando siedono sopra un giacimento petrolifero. I principi del diritto internazionale, la tutela dei giornalisti, la responsabilità per i crimini commessi all’estero: tutto svanisce davanti alla necessità di mantenere i prezzi del petrolio a un livello accettabile e di non destabilizzare i mercati. Sono retorico? Può essere, ma è la verità.
Arabia e Iran: la sfida religiosa, economica e militare
Per capire la politica estera saudita degli ultimi quarant’anni bisogna guardare all’Iran. Per i sauditi l’Iran non è semplicemente un rivale politico ed economico. È una minaccia esistenziale su tre livelli simultanei: religioso (sciiti contro sunniti), etnico (persiani contro arabi) e geopolitico (un asse iraniano che dal Libano alla Siria, dall’Iraq allo Yemen, circonda l’Arabia Saudita come una mezzaluna ostile).
La rivoluzione del 1979 è il punto di svolta. Khomeini non si limita a rovesciare lo Scià: propone un modello alternativo di governo islamico — la velayat-e faqih, la tutela del giurista islamico — che è una sfida diretta alla legittimità saudita. Se l’Iran sciita può governare in nome di Dio, perché non dovrebbe farlo anche sul Golfo? Se i custodi delle città sante sono corrotti e servi degli americani, chi li può deporre? La rivoluzione iraniana non è solo una rivoluzione: è un’idea esportabile, e i sauditi lo capiscono immediatamente. La loro prima risposta è sostenere Saddam Hussein nella guerra contro l’Iran (1980-1988): decine di miliardi di dollari di finanziamenti, armi, sostegno diplomatico. L’obiettivo è semplice: tenere l’Iran occupato, preferibilmente esausto. La guerra si conclude con un milione di morti e nessun vincitore, il che per i sauditi è già un buon risultato. Dopo il 2003, con la caduta di Saddam e l’ascesa di un Iraq governato da una maggioranza sciita filoiraniana, il senso di accerchiamento saudita cresce. L’«asse della resistenza» — Iran, Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, gli Houthi in Yemen, le milizie sciite in Iraq e Siria — è percepito a Riyadh come una strategia di contenimento sistematico. La risposta saudita oscilla tra il finanziamento di forze sunnite antagoniste e l’intervento militare diretto, come nello Yemen dal 2015.
La guerra nello Yemen merita un paragrafo a parte. Nel 2014-2015, gli Houthi — un movimento armato sciita di ceppo zaidita, sostenuto dall’Iran — prendono la capitale Sanaa e avanzano verso il sud. L’Arabia Saudita guida una coalizione militare araba che interviene con bombardamenti aerei. Il risultato, dopo quasi dieci anni di conflitto, è la peggiore crisi umanitaria del mondo: centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati, colera, carestia. La coalizione saudita ha bombardato ospedali, scuole, e feste di matrimonio. Gli Houthi hanno lanciato missili su Riyadh e droni sugli impianti petroliferi. Il conflitto si è cristallizzato in una guerra di posizione che non ha vincitori, solo vittime — quasi tutte yemenite.
Nel 2023 la Cina ha mediato un accordo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Iran — uno dei gesti diplomatici più sorprendenti degli ultimi anni, e un segnale che Pechino sta riempiendo spazi che Washington lascia vuoti. L’accordo ha ridotto le tensioni senza eliminarle; poi, con l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, tutto il quadro regionale è tornato in movimento. Tra le altre cose, i sauditi hanno trovato in Yemen un nuovo e inatteso nemico: gli Emirati Arabi Uniti.
Con l’attacco americano e israeliano all’Iran del 28 febbraio 2026, tuttora in corso, si è passati dallo scontro indiretto a quello diretto e missili e droni iraniani hanno iniziato a volare minacciosi sopra i cieli dell’Arabia Saudita.
Israele, Hamas e il triangolo impossibile
Prima del 7 ottobre 2023, la tendenza era chiara: l’Arabia Saudita si stava avvicinando a Israele. Gli Accordi di Abramo del 2020 — promossi da Trump e firmati da Emirati Arabi, Bahrain, Sudan e Marocco — avevano già normalizzato i rapporti di quattro Paesi arabi con lo Stato ebraico. I sauditi erano il pezzo più ambito: un’intesa con Riyadh avrebbe significato che il Paese che ospita i luoghi più sacri dell’islam riconosceva Israele, cambiando definitivamente il paradigma della politica araba. Le trattative erano avanzate. MBS aveva fatto capire che la normalizzazione era possibile in cambio di garanzie di sicurezza, sostegno a un programma nucleare civile saudita, e concessioni — vaghe, reversibili — ai palestinesi. Netanyahu era interessato, gli USA pure, la strada sembrava spianata.
Poi è arrivato il 7 ottobre. Hamas, con un attacco di proporzioni inaudite, interruppe ogni processo di normalizzazione e trascinò la regione in una guerra che ha cambiato tutto. I sauditi si trovarono in una posizione scomoda: non potevano appoggiare apertamente Israele mentre le immagini di Gaza circolavano sui social media arabi. Ma non potevano nemmeno appoggiare Hamas, che è una fazione legata ai Fratelli Musulmani — il movimento politico islamista che i sauditi considerano una delle minacce principali alla propria stabilità. Il risultato è stato un’astensione pragmatica: condanne verbali dell’operazione israeliana a Gaza, nessuna azione concreta, corridoi diplomatici tenuti aperti. Gli attacchi israeliani e americani all’Iran hanno rimescolato ulteriormente le carte: i sauditi, che temono l’Iran ma temono anche un Medio Oriente in fiamme, si sono trovati a dover gestire una crisi che non hanno provocato ma che li riguarda.
I vicini scomodi
L’Arabia Saudita non è in guerra aperta solo con l’Iran. Nel cortile di casa le relazioni con i vicini del Golfo sono state, negli ultimi anni, di una complessità che sconfina nel paradosso.
Il caso Qatar è il più clamoroso. Nel 2017, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto rompono le relazioni diplomatiche con il Qatar e impongono un blocco terrestre, aereo e marittimo. Le accuse: finanziamento al terrorismo, relazioni con l’Iran, sostegno ai Fratelli Musulmani tramite Al Jazeera (la più importante televisione del mondo arabo). Il Qatar — piccolo paese ricchissimo di gas, che ospita la più grande base militare americana del Medio Oriente — risponde con fermezza: apre nuove rotte commerciali, rafforza le relazioni con la Turchia e l’Iran, e non cede alle tredici richieste presentate dai Paesi del blocco (tra cui la chiusura di Al Jazeera, la più irricevibile). Il blocco dura quasi quattro anni, fino al gennaio 2021, quando una riconciliazione — mediata tra gli altri dalla Turchia — pone formalmente fine alla crisi. I dissapori, però, restano.
Con gli Emirati Arabi Uniti la situazione è più sfumata, ma non meno tesa. Abu Dhabi e Riyadh sono alleati strutturali, entrambi monarchie assolute sunnite e grandi produttori di idrocarburi ma competono ferocemente per la leadership regionale. Dubai è la metropoli globale che Riyadh vorrebbe diventare, Abu Dhabi è il polo finanziario e culturale che il fondo sovrano saudita PIF cerca di emulare. La competizione tra i due modelli è silenziosa ma reale.
Il rapporto con il Bahrain è diverso ancora. Il piccolo emirato insulare è governato da una monarchia sunnita su una popolazione a maggioranza sciita. Nel 2011, quando le proteste della Primavera Araba arrivano anche a Manama, i sauditi intervengono militarmente con le truppe del Consiglio di Cooperazione del Golfo per schiacciare le manifestazioni. È un intervento in un Paese straniero, che viene giustificato con la minaccia iraniana e stabilisce un precedente: i sauditi non tollereranno rivoluzioni nel loro cortile.
Il sogno di Neom e la schiavitù del barile
La sfida più seria che l’Arabia Saudita deve affrontare è quella che gli economisti chiamano la «maledizione delle risorse»: quando un Paese dipende da un’unica risorsa naturale per il proprio reddito, tende a non sviluppare le istituzioni, le competenze e la diversificazione necessarie a sopravvivere alla fine di quella risorsa. Il petrolio non durerà per sempre — non tanto perché si esaurirà fisicamente, ma perché la transizione energetica globale ne ridurrà sistematicamente la domanda. L’Arabia Saudita lo sa e Vision 2030 è la risposta. Neom è il progetto simbolo di questa risposta: una città del futuro da costruire nel deserto del nordovest, costata finora centinaia di miliardi di dollari — The Line, una città lineare lunga 170 chilometri senza automobili; Trojena, una stazione sciistica di lusso; Sindalah, un resort marino. È un’utopia da fantascienza, o forse una distopia, a seconda dei gusti. Migliaia di beduini della tribù Howeitat sono stati espulsi con la forza dalla zona di costruzione — chi ha protestato è stato arrestato, uno è stato ucciso. Il progetto procede con molta più lentezza del previsto: i costi sono esplosi, le scadenze sono slittate e molte delle promesse più visionarie sono state ridimensionate.
La diversificazione economica è comunque reale su alcuni fronti: il turismo cresce, l’industria dell’intrattenimento esiste dove prima non esisteva, le donne entrano nel mercato del lavoro. Ma i fondamentali non cambiano: il petrolio è ancora la spina dorsale dell’economia, e finché il petrolio c’è, l’urgenza della riforma è gestibile. La visione del futuro saudita sembra essere: economia moderna, società moderatamente (assai moderatamente) liberale nei consumi, potere politico assoluto concentrato in un solo uomo. Una formula che ha dei precedenti nel mondo — Singapore nella versione Lee Kuan Yew, la Cina nella versione Xi Jinping — e che funziona, almeno per chi detiene il potere.
Il problema del wahhabismo rimane. MBS lo ha secolarizzato nelle sue applicazioni pratiche — ha ridotto il ruolo dell’ulema, ha ignorato le loro fatwe più restrittive —, ma non l’ha demolito come sistema di legittimazione. Il giorno in cui il principe avesse bisogno di mobilitare l’opinione religiosa, il wahhabismo sarebbe lì, pronto. È una riserva ideologica che si può congelare ma non smaltire.
Una conclusione provvisoria
Ibn Khaldun — il Machiavelli tunisino del XIV secolo, il più acuto analista del potere politico del mondo islamico — ha spiegato che le dinastie hanno un ciclo naturale, come gli organismi viventi. Nascono, crescono, declinano. La solidarietà tribale che le fonda si erode nel benessere e il lusso ammorbidisce la virtù guerriera, infine i discendenti spendono quello che i fondatori hanno conquistato. La famiglia Saud non è ancora alla fine del suo ciclo, MBS è giovane, il petrolio ancora abbondante e l’esercito fedele, ma le contraddizioni si accumulano: una popolazione giovane che vuole vivere come i coetanei del mondo globalizzato ma vive in uno Stato teocratico; un’economia dipendente da una risorsa con una data di scadenza; una legittimità religiosa che si regge su una teologia che il mondo — inclusa una buona parte del mondo musulmano — rifiuta; un sistema di alleanze internazionali fondato sul cinismo reciproco che può ribaltarsi al primo cambio di amministrazione a Washington o al primo crollo del prezzo del greggio.
La fotografia di Ibn Saud e Roosevelt è ancora lì, a ricordare che i patti fondativi durano. Ma sono trascorsi ottant’anni. Il mondo è cambiato. L’Arabia Saudita vuole cambiare anche lei — ma a modo suo, senza pagare il prezzo che ogni cambiamento serio richiede. A Riyadh vogliono la modernità, ma non hanno ben chiaro cosa sia.