Di Cosimo Risi.
L’errore di valutazione può costare caro a Donald Trump, come sta costando caro al suo omologo russo. L’Iran non è il Venezuela, la comparazione sarebbe addirittura banale. Ha la capacità non solo di resistere ma anche di contrattaccare su un fronte ampio. Tutta la regione del Golfo è sotto la minaccia di bombardamenti, lo Stretto di Hormuz è pericoloso per le navi non battenti bandiera amica, le milizie sciite operano in Libano e Iraq, sono al momento “dormienti” in Yemen. Una ragione tattica per giocarle da carta estrema e bloccare anche il Mar Rosso come il Golfo Persico?
I militari USA chiedono rinforzi al Pentagono: uomini, mezzi, risorse. Il miliardo di dollari al giorno rischia di essere speso ancora per settimane e non portare alla rapida vittoria da sbandierare come l’ennesimo vessillo del Make America Great Again. Le elezioni di midterm spaventano i Repubblicani, l’aumento del prezzo della benzina ed il possibile impiego di uomini sul terreno sono una cattiva presentazione per la campagna elettorale. I Democratici, per quanto scossi dalla sconfitta alle presidenziali, possono trovare consensi nell’elettorato tradizionalmente più attento agli affari interni che agli affari esteri. Oltretutto quella contro l’Iran verrebbe presentata come una guerra voluta da Israele e subita dall’America, pur essendo marginale rispetto all’interesse nazionale. L’Iran non è una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti e la solidarietà con Israele si è consumata generosamente con Gaza e con il Libano.
Un complesso di ragioni induce Trump alla solita girandola di dichiarazioni contraddittorie. Spicca la determinazione a non arretrare a cospetto della resistenza iraniana e, insieme, di cercare una via negoziale. Gli ultimi fuochi della resistenza prima del collasso sono difficili da spegnere. La sola Big Armada non basta a turare tutte le falle nel sistema di attacco. Gli alleati europei, in parte per codardia (è l’accusa di Trump) e in parte per l’indignazione di non essere stati informati, tentennano nell’appoggiare la campagna di Hormuz.
Sono molteplici i motivi che spingono il Presidente ad annunciare che da giorni sono in corso “colloqui costruttivi” con la parte iraniana e con il leader più rispettato dopo la moria degli altri. L’interlocutore è il Presidente del Parlamento. Solo che Mohammad-Bagher Ghalibaf smentisce le voci che lo vorrebbero a colloquio con gli Americani. Steve Witkoff e Jared Kushner sono in campo e si muovono fra i mediatori. Egitto, Turchia e Pakistan distribuiscono i messaggi fra le parti. È quindi plausibile la smentita dell’iraniano circa i contatti diretti quanto fondata è la dichiarazione dell’americano che le conversazioni comunque si svolgono. Sarebbe previsto un incontro diretto a Islamabad nei prossimi giorni. Il Pakistan, dunque, prenderebbe il posto dell’Oman, dopo che il Sultanato è stato bersagliato dagli iraniani.
Israele, che pure ha un’agenda parzialmente diversa, sostiene lo sforzo americano e s’impegna parimenti a non attaccare le centrali elettriche dell’Iran per alcuni giorni. Continua invece la campagna di Libano e rimuove centinaia di migliaia di persone dalla parte meridionale ad evitare che fra la popolazione continui ad annidarsi Hezbollah. La milizia rimane comunque attiva e bersaglia le città dell’Alta Galilea.
Un’attività sottotraccia sarebbe svolta dalla Cina. Pechino vede minacciate le forniture di petrolio che passano attraverso Hormuz e non accetta che gli Stati Uniti controllino anche questa rotta del petrolio. Hanno perso il Venezuela di Maduro, perdere anche l’Iran degli Ayatollah sarebbe troppo. La Cina agisce sul doppio binario: dare manforte all’Iran sul piano dell’assistenza militare, ma senza un intervento diretto; esercitare la pressione diplomatica perché la crisi si sciolga al più presto.
Gli effetti del blocco di Hormuz, per non parlare della minaccia americana di occupare l’Isola di Kharg, si avvertono sui mercati mondiali. Non tutte le borse sono in ritirata, l’inflazione cresce ovunque, quella diretta dei prezzi della benzina e quella indiretta delle merci prodotte con l’apporto degli idrocarburi.
La vittoria del “no” al referendum italiano può avere anche una motivazione internazionale. L’elettorato sarebbe sconcertato dalle scelte di politica estera. L’Unione nel suo insieme dà l’impressione di oscillare fra l’adesione acritica alle ragioni americane e le velleità di autonomia. La conseguenza è che ci troviamo al centro del conflitto in Ucraina ed ai margini del conflitto nel Golfo. Una posizione ad alto rischio che si riflette sui conti della spesa: il richiamo di primo impatto per i cittadini.