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Perché NO

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di Paolo Polli.

Siamo chiamati a votare su una riforma costituzionale che interviene su uno dei pilastri dell’architettura repubblicana: l’ordine giudiziario e l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Chi la propone la presenta come una modernizzazione necessaria, un passo avanti nel nome dell’efficienza e del garantismo. Ma se si guarda con attenzione al suo contenuto, appare evidente un paradosso: la riforma non affronta i problemi reali della giustizia italiana e, nello stesso tempo, rischia di alterare uno degli equilibri più delicati della nostra Costituzione.

La divisione della magistratura in due corpi separati — giudicante e requirente — la trasformazione dei meccanismi di rappresentanza, l’indebolimento del sistema di autogoverno: tutti questi elementi compongono un disegno che, lungi dal rafforzare la giustizia, rischia di renderla più vulnerabile nei confronti del potere politico.

Chi conosce la storia della nostra Repubblica sa bene che l’indipendenza della magistratura non è un dettaglio tecnico. È una delle garanzie fondamentali della libertà dei cittadini.

I Costituenti del 1948 — reduci da una stagione in cui la giustizia era stata piegata alla volontà del regime — costruirono un sistema di contrappesi limpido e rigoroso.

Non per diffidenza verso la politica in quanto tale, ma per la consapevolezza che ogni democrazia ha bisogno di limiti, di equilibri, di istituzioni che si controllino reciprocamente.

È questo equilibrio che oggi rischia di essere incrinato.

A rendere il quadro ancora più preoccupante contribuisce il clima politico nel quale questa riforma viene proposta. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli attacchi verbali nei confronti della magistratura provenienti da esponenti di primo piano dell’esecutivo.

Le parole utilizzate dalla Presidente del Consiglio hanno assunto spesso toni che, per il ruolo istituzionale che ricopre, dovrebbero essere improntati a maggiore equilibrio e senso delle istituzioni.

Non meno problematiche appaiono alcune posizioni espresse dal Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e ancor più alcune prese di posizione provenienti dal suo capo di gabinetto.

Anche quando presentate come critiche legittime al funzionamento del sistema giudiziario, queste dichiarazioni contribuiscono ad alimentare un clima di contrapposizione con la magistratura che non può non suscitare preoccupazione.

In una democrazia matura il confronto tra poteri dello Stato è fisiologico. Ma quando la critica assume il tono di una sistematica delegittimazione, il rischio è quello di incrinare quel principio di reciproco rispetto istituzionale su cui si fonda l’equilibrio costituzionale.

Ma sarebbe un errore, in questo momento, fermarsi alla sola dimensione tecnico-giuridica. La questione è, prima ancora, politica e culturale.

Questa riforma non nasce nel vuoto. Si inserisce in un processo più ampio di revisione degli assetti istituzionali: dal premierato all’autonomia differenziata, fino alle future modifiche della legge elettorale.

Tasselli diversi di un progetto che tende a ridefinire in profondità l’equilibrio della nostra Repubblica.

Nel frattempo i problemi concreti del Paese restano largamente irrisolti.

La giustizia continua a soffrire di carenze strutturali: personale insufficiente, risorse limitate, uffici sovraccarichi, processi troppo lunghi.

È su questo terreno che servirebbero riforme coraggiose e investimenti seri. Non su quello di un intervento costituzionale che rischia di indebolire un equilibrio costruito con tanta prudenza dai padri della Repubblica.

E tutto questo accade in una fase storica particolarmente complessa. L’Italia si muove dentro una delle stagioni più incerte dalla fine della Seconda guerra mondiale: tensioni geopolitiche, trasformazioni economiche profonde, nuove competizioni tra grandi potenze.

In un contesto del genere servirebbe una classe dirigente, visione europea, capacità di interpretare il tempo che stiamo vivendo.

Preoccupa, invece, vedere affermarsi una linea politica che oscilla tra provincialismo e subordinazione.

Da un lato una crescente fascinazione per modelli politici estranei alla tradizione europea — basti pensare alla disinvolta sintonia con figure come Donald Trump — dall’altro un progressivo raffreddamento del rapporto con i partner naturali dell’Italia: gli altri Paesi europei.

È una scelta miope.

Per un Paese della dimensione economica e geopolitica dell’Italia, l’Europa non è semplicemente uno scenario internazionale tra gli altri.

È la condizione stessa della nostra forza politica, economica e diplomatica. Fuori da quella dimensione, il rischio è quello di diventare — per usare una celebre immagine — un vaso di coccio tra vasi di ferro.

Ma c’è di più: modelli come Trump o Orbán sono quelli di chi vuole superare la divisione dei poteri e cerca di assoggettare la giustizia al potere dell’esecutivo. Lo ha fatto Orbán in Ungheria, e Trump ha più volte mostrato di volerlo fare negli Stati Uniti.

Per questo il voto su questa riforma assume un significato che va oltre il suo contenuto immediato.

Dire NO significa difendere l’indipendenza della magistratura e l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Ma significa anche riaffermare una certa idea della Repubblica: quella nata nel 1948, fondata sulla divisione dei poteri, sul pluralismo delle istituzioni, sulla vocazione europea del Paese.

La Costituzione non è un reperto del passato.

È la bussola che continua a orientare la nostra vita democratica.

Difenderla oggi non è un gesto rituale.

La democrazia resta forte solo finché qualcuno ha il coraggio di dire NO.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org