Di Cosimo Risi.
La Terza Guerra del Golfo, le prime due furono combattute contro l’Iraq di Saddam Hussein, vede un bilancio in chiaroscuro. La controffensiva iraniana continua, rabbiosa e indiscriminata, verso i vari bersagli, segnatamente le postazioni militari USA nell’area e Israele nel suo complesso.
I missili ed i droni colpiscono i paesi arabi del Golfo. Gli episodi più clamorosi sono a danno di Dubai, la piattaforma araba verso la comunità mondiale degli affari e del turismo. L’aeroporto riapre su scala ridotta, la vita riprende con qualche apprensione.
Il Presidente emiratino Mohammed bin Zayed, considerato lo stratega più fine del Golfo, ed il Principe di Dubai Hamdan bin Mohammed Al Maktun passeggiano nel centro commerciale e si trattengono al ristorante. Bisogna rassicurare il pubblico straniero che il pericolo è cessato, anche se l’immagine di paese sicuro è stata scalfita nei due giorni di spavento collettivo e di inefficacia della difesa contraerea.
Colpite le basi americane in Bahrein, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, neppure l’Oman, il mediatore della prima ora, è risparmiato dalla vendetta iraniana. Tutti i paesi limitrofi sono responsabili di intelligenza con il nemico e di sostanziale solidarietà con Israele. Nessuno però dei paesi colpiti interviene direttamente nelle ostilità. Il Principe saudita Mohammed bin Salman valuta e per il momento si astiene. Un impegno diretto porterebbe il Regno al fianco di Israele, uno stato che si è impegnato a riconoscere a conclusione della causa palestinese. Il prezzo politico sarebbe maggiore del vantaggio da ricavare nel porsi in seno alla coalizione vincente.
L’attacco alla base britannica a Cipro porta l’Unione europea, non la NATO di cui Nicosia non è membro, al centro del mirino. Il Regno Unito invia alcune navi a protezione. L’Unione europea non trova una posizione comune. La Spagna si chiama fuori con un “no” di principio a qualsiasi guerra. Francia, Germania, Italia si coordinano militarmente con il Regno Unito. Roma fa la sua parte con l’invio di alcune navi verso Cipro.
La divisione verte sulla valutazione giuridica dell’intervento americano-israeliano: legittimo in quanto “pre-emptive attack” (l’attacco nell’imminenza dell’attacco nemico), oppure illegittimo in quanto “preventive attack” (l’attacco in assenza di una effettiva e imminente minaccia). Alcuni richiamano il precedente della Seconda Guerra del Golfo. Gli Americani e la coalizione dei volenterosi attaccarono l’Iraq sulla base della (falsa) asserzione che Saddam Hussein accumulava armi di distruzione di massa.
La rappresaglia iraniana si è ridotta dell’80% rispetto ai primi giorni. L’esaurimento delle scorte ed il disordine decisionale a Teheran pesano quanto le continue raffiche di bombardamenti. L’onda lunga riguarda lo Stretto di Hormuz, le navi non battenti la bandiera amica cinese non passano. Il prezzo del petrolio schizza oltre i cento dollari al barile, le borse sono in calo.
Il sistema iraniano cerca di uscire dallo stato confusionale della prima ora e nomina Mojtaba Khamenei successore del padre nella carica di Guida Suprema. Una personalità da valutare per le sue sfaccettature, si sa degli immobili di proprietà a Londra e della propensione ad abitarli. Le forze armate, nelle loro varie componenti, mantengono una certa autonomia decisionale e continuano a contrattaccare sia pure con minore intensità. Le cellule dei “proxies”, le milizie amiche sparse nel quadrante arabo, colpiscono ai fianchi.
In Yemen, gli Houthi si muovono con circospezione, probabilmente per capire come volge il conflitto e dimostrare una certa indipendenza di azione. In Libano, Hezbollah è attivo. Il Governo libanese bandisce la milizia armata, ma non ha la forza per disarmarla. Le IDF hanno così l’occasione per penetrare nel sud del Paese e completare la pulizia interrotta nei mesi scorsi a seguito dell’intesa. Si sospetta che le IDF siano entrate in Libano per restarci a tempo indeterminato, essendo improbabile che le LAF (Lebanese Armed Forces) siano in grado di prendere il controllo. Dopo Gaza scarnificata ed affidata ad una guida internazionale e l’annessione strisciante della Cisgiordania, si arricchirebbe così il disegno del Grande Israele.
Il regime regge, la perdita di oltre 50 alti dignitari lo ha fiaccato e non divelto. I bombardamenti hanno fortemente ridotto il numero dei missili balistici e dei lanciatori. Si evoca il ricorso alle forze terrestri per recuperare l’uranio arricchito. La prospettiva inquieta sia per la difficoltà di penetrare nei siti che per le prevedibili perdite.
Lo scenario del cambio di regime appare dunque meno viabile, prende corpo l’ipotesi che il conflitto duri a lungo e veda uno sbocco grazie ad un accomodamento con la leadership in carica e non con una nuova. Si conta sulla stanchezza che prevarrà a Washington dopo la lunga e dispendiosa azione militare senza lo sbocco auspicato sul piano politico. Anche se il Presidente potrà annunciare la vittoria avendo distrutto buona parte dell’arsenale nemico.
Il Governo di Israele ha perciò premura di raggiungere l’obiettivo di sempre: distruggere o fortemente ridurre la capacità militare d’Iran. La contesa politica interna vive una fase di fair-play. Gli oppositori plaudono all’azione congiunta con gli Americani. Si preparano alla scadenza elettorale di giugno, sperano di rovesciare la coalizione di destra e destituire Benjamin Netanyahu.
Hanno una insperata sponda presso alcuni Repubblicani d’America. Donald Trump sarebbe stato spinto da Netanyahu e dai suoi sodali a Washington verso una guerra che non incontra l’interesse nazionale: l’Iran non sarebbe una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti.