di Massimo Bulli.
Potrebbe stupire – e dovrebbe stupire – l’attacco che la destra italiana, e molti giornali ad essa allineati, hanno condotto nei confronti dell’opposizione in occasione dell’attacco israeliano e americano all’Iran e della morte dell’Ayatollah Khamenei, prendendo a pretesto le contestazioni rivolte dalle opposizioni al Governo in carica per la mancata presa di distanza da una serie di atti di guerra illegittimi e illegali condotti nei confronti di una nazione sovrana.
Su molte testate sono apparse scritte e vignette nelle quali si parlava delle “vedove dell’Ayatollah Ali Khamenei”, riferendosi ai leader della opposizione italiana oppure titoli come: IRAN, È GUERRA – «L’AYATOLLAH È MORTO» SINISTRA ITALIANA IN LUTTO, e in generale una intensa campagna di denigrazione nei confronti della “sinistra”: termine generico nel quale viene sbrigativamente raggruppata tutta la politica che non è di destra, colpevole di non inneggiare alla guerra e di non celebrare aggressioni militari anche a danno dei civili (oltre 160 bambine e ragazze morte in una scuola centrata da un missile) e omicidi mirati in margine a una guerra nemmeno dichiarata.
Potrebbe e dovrebbe stupire, ma evidentemente ormai ben poco stupisce.
Alla trasmissione Otto e mezzo di Lilli Gruber, Beppe Severgnini ha dato una definizione che può aiutare a comprendere il clima nel quale questo succede:
«Ci stiamo abituando in maniera pericolosissima all’idea che la guerra sia un sistema abituale per risolvere le questioni. Siamo entrati nello schema del videogioco: il videogioco è entrato nelle nostre teste».
Ed è vero: non c’è etica o morale che tenga. Lo schema è quello del videogioco: si gioca per uccidere e per vincere. Le ragioni degli altri non esistono. (Attenzione: incidentalmente questa frase riassume uno dei principi di Goebbels, ministro della propaganda della Germania nazista).
Non stupisce in una società che sempre meno si affida al ragionamento e sempre più si abbevera alla fonte degli slogan, dei motti, delle frasi fatte e dei pifferai che predicano soluzioni semplici per problematiche complesse.
Eppure, se non l’etica o la morale, perlomeno una minima intelligenza dovrebbe suggerire che non è vero che qualunque situazione o congiuntura possa essere risolta con le bombe. Sappiamo che per anni gli occidentali hanno trattato con precauzione le questioni medio-orientali e, quando questo non è stato fatto, il risultato è stato un caos mai risolto.
L’intervento americano in Iraq, in Afghanistan, in Libia, in Siria non ha prodotto nuovi equilibri: le popolazioni vivono male e continuano a esportare terrorismo, e gli equilibri in quelle regioni appaiono sempre precari.
La mancanza di capacità di convivere con altri popoli e di creare i presupposti per rapporti civili e distesi ci fa vivere tutti male, ma si continuano a preferire i pistoleri, a inneggiare agli “sceriffi” dalla pistola (o dal missile) facile e a prendere in giro gli uomini di pace, a deridere grossolanamente le iniziative di quelle formazioni politiche che cercano la pace. Come se fossimo, appunto, in un videogioco e non nel mondo nel quale dobbiamo vivere.
Dovrebbe essere ovvio che lo sviluppo sociale, la mediazione, l’integrazione, la costruzione di una società migliore, la ricerca della pace e della pacifica convivenza dei popoli non sono cose semplici: passano necessariamente per tentativi ed errori. Passano per costruzioni articolate e pazienti, spesso fragili, che hanno bisogno di buona volontà e di fiducia.
Le gestioni autoritarie, invece, si nutrono di semplificazioni e di sensazioni di urgenza, perché nell’urgenza la semplificazione diventa necessaria. E quindi vanno ad attizzare i sentimenti più semplici e immediati: la paura, l’odio, che resuscitano sentimenti primitivi capaci di generare quelle che Freud definiva le “masse”, nelle quali l’individuo si annulla e prevale il “capo”, colui che può portare la massa alla “vittoria” – che vittoria non è mai.
Per fare questo diventa necessario creare il conflitto e, con il conflitto, la semplificazione dell’umanità in vincitori e vinti.
Tutti i valori che vengono creati in questi casi – patria, onore, difesa delle tradizioni, difesa della religione, difesa della “famiglia tradizionale”, eccetera – sono spesso funzionali soltanto a sostenere e dare spessore alla violenza fine a se stessa, che crea le gerarchie alla cui vetta siedono i capi e alla cui base si trovano le genti, le “masse”, convinte di fare parte di qualcosa di vincente e di epico, senza accorgersi di essere masse di manovra e carne da cannone.
Anche la comunicazione, quando è finalizzata a trasmettere valori di pace, armonia, inclusione, tolleranza e pacifica convivenza, è delicata e fragile: ha bisogno di essere curata con attenzione per non suscitare incomprensioni e stravolgimenti. La comunicazione autoritaria, invece, è breve e concisa: non ha bisogno di ragionamenti; anzi, usa ragionamenti artefatti per stravolgere la verità. In genere si avvale di slogan e motti, frasi brevi che richiamano le tifoserie calcistiche.
Una efficace espressione che descrive questo fenomeno è l’arcinota frase: «Una bugia fa in tempo a viaggiare per mezzo mondo mentre la verità si sta ancora mettendo le scarpe» (attribuita a Mark Twain).
Le bugie, le fake news o le notizie sensazionalistiche si diffondono in modo estremamente rapido, quasi istantaneo. Sono accattivanti, semplici e fanno leva sulle emozioni, mentre la verità, al contrario, è lenta a emergere: richiede tempo per essere verificata, richiede prove, indagini e un’analisi attenta dei fatti. Lo slogan colpisce alla pancia ed è efficace subito.
Molto spesso l’individuo trae sollievo dall’annullarsi nella massa e nel seguire un motto che non richiede ragionamenti e gli promette una vittoria – legittima o estorta che sia – in un mondo diviso tra amico e nemico, tra vincere o perdere, dove le ragioni non contano: conta solo chi vince.
Negare i propri torti, annullare le ragioni degli altri, piegare la realtà alle proprie necessità, usare tutto per insultare e denigrare l’avversario, il “nemico”.
In questo caso insultare la sinistra per non avere celebrato l’aggressione all’Iran da parte di nazioni scellerate con le quali l’attuale Governo in carica vanta una imbarazzante amicizia diventa funzionale anche per creare una spinta nei confronti della partita che si sta giocando in Italia intorno al referendum sulla modifica della Costituzione.
La partita del referendum non viene giocata dal Governo sulla comprensione e sull’accettazione del quesito referendario, e lo sappiamo: il quesito originale era nebuloso ed è stato cambiato dalla Corte di Cassazione solo dopo una raccolta firme da parte delle opposizioni; il percorso è stato accelerato in modo esagerato e la comunicazione è stata semplificata all’estremo.
La partita si gioca sul fatto che il Governo si pone come il soggetto che fa le cose giuste “per il bene dell’Italia” e che viene osteggiato da una “sinistra” faziosa e nemica dell’innovazione. La proposta di legge viene presentata come un modo per “impedire ai giudici di ostacolare l’opera di governo” e quindi, di fatto, non come un percorso condiviso per una crescita comune, ma ancora una volta come una guerra: una lotta tra buoni e cattivi che bisogna “vincere”.
E quindi quale tattica migliore che trovare ogni maniera per screditare i “nemici”? Anche la guerra in Iran può tornare utile per creare una immagine negativa della sinistra a ridosso della data delle votazioni.
In estrema sintesi siamo prigionieri di un mondo nel quale lo spirito del Far West, della legge del più forte, sembra prevalere sempre più su ogni ragionamento e su tutti i valori etici e morali più preziosi.
Stiamo perdendo il controllo della situazione, tentati dalle sirene delle soluzioni sbrigative proposte come fossero competizioni sportive, tentati di credere di essere nel mondo della pubblicità o nei videogiochi.
Fermiamoci. Ragioniamo. Mettiamo un punto fermo.
Ciascuno di noi può dire: NO.
Non ci sto.
Non nel mio nome.
Io mi fermo qui.
E dico NO: intanto a un referendum, poi magari domani a un governo che appoggia le stragi e che non mi rappresenta.
Io dico NO.