Di Stefano Pizzin.
Cosa sono gli Emirati Arabi Uniti? I grattacieli di Dubai o il deserto? Uno dei centri finanziari del mondo o uno dei tanti petrostati? Escort di lusso, sceicchi miliardari, affaristi, ingegneri, architetti, Islam tollerante e schiavi che arrivano dal Terzo Mondo? Il futuro del pianeta globalizzato o un regno senza libertà, senza tasse e high-tech? Un po’ di tutto. Proviamo a vederlo, fuori dai luoghi comuni ma sempre dentro la griglia di una «visione del mondo», la mia.
Sette emirati, una bandiera, una trasformazione quasi senza precedenti nella storia moderna. Gli Emirati Arabi Uniti sono nati nel 1971 da un accordo tra sceiccati beduini che fino a pochi decenni prima vivevano di pesca delle perle e commercio costiero, e che in mezzo secolo si sono trasformati in uno degli Stati più ricchi, più internazionalizzati e più paradossali del pianeta. Dubai è diventata una parola nel vocabolario globale: simbolo di grattacieli impossibili, di isole inventate, di lusso ostentato, di un capitalismo senza limiti che coesiste con un sistema politico senza opposizione, senza partiti, senza elezioni. Capire gli Emirati significa capire una contraddizione vivente: un paese ultramoderno nella forma, profondamente autoritario nella sostanza, che ha scelto di aprirsi al mondo per sopravvivere al mondo stesso, di modernizzarsi per restare fermo.
Dalle perle al petrolio: una storia rapida e radicale
Prima che il petrolio cambiasse tutto, la costa dell’attuale UAE (United Arab Emirates) era conosciuta dai britannici come «Pirate Coast» — un nome che tradisce la prospettiva coloniale più che la realtà storica. Le tribù locali, i Qawasim e i Bani Yas erano le più influenti, controllavano le rotte commerciali nel Golfo Persico e avevano con l’Impero britannico un rapporto fatto di trattati imposti dalla Corona. Dal 1820 in poi Londra firmò una serie di accordi con i capi tribali locali — i «Trucial States», gli Stati della tregua — che garantivano ai britannici il controllo del mare in cambio di una protezione formale. Quelle relazioni ibride, tra protettorato e vassallaggio, durarono fino al 1971.
La scoperta del petrolio ad Abu Dhabi nel 1958 e a Dubai qualche anno dopo cambiò radicalmente il tragitto della storia. Quando la Gran Bretagna annunciò nel 1968 il ritiro dall’area, lasciando un vuoto strategico, gli sceicchi Zayed bin Sultan Al Nahyan di Abu Dhabi e Rashid bin Said Al Maktoum di Dubai si trovarono davanti a una scelta: unirsi o restare piccoli Stati vulnerabili. Dopo trattative complesse che coinvolsero anche il Qatar e il Bahrain che poi non aderirono all’Unione, il 2 dicembre 1971 nacquero gli Emirati Arabi Uniti. La data è oggi festa nazionale, celebrata con fuochi d’artificio che illuminano le avveniristiche skyline di grattacieli che mezzo secolo fa nessuno avrebbe immaginato.
La velocità della trasformazione non ha paragoni: Abu Dhabi, oggi sede del governo federale e signora del 90% delle riserve petrolifere nazionali, nel 1960 era una città di sabbia e palme da dattero; Dubai era un villaggio di pescatori e mercanti. Sharjah, Ajman, Umm al-Quwain, Ras al-Khaimah, Fujairah completano l’Unione, ognuno con la propria dinastia regnante, le proprie risorse e il proprio peso specifico nella federazione, molto ridotto rispetto ai due emirati dominanti.
Il sistema politico: una federazione senza democrazia
La Costituzione del 1971 — formalmente «provvisoria» per vent’anni, poi resa permanente — crea una struttura istituzionale originale: al vertice c’è il Consiglio Supremo della Federazione, composto dai sette emiri regnanti, che elegge il Presidente e il Primo Ministro. Per consuetudine, la presidenza spetta ad Abu Dhabi e il premierato a Dubai: dal 1971 al 2022 il presidente è stato lo sceicco Khalifa bin Zayed Al Nahyan. Alla sua morte, il fratello Mohamed — conosciuto come MBZ, il vero architetto della politica estera emiratina dell’ultimo decennio — è salito alla presidenza. A Dubai, Mohammed bin Rashid Al Maktoum cumula le cariche di emiro, primo ministro federale e padrone del brand «Dubai Inc.».
Il Consiglio Nazionale Federale, teoricamente il ramo legislativo, è composto da 40 membri: metà nominati dagli emiri, metà «eletti» da un corpo elettorale selezionato dagli emiri stessi. Già, negli Emirati non si scelgono gli eletti ma gli elettori. Il Consiglio non ha potere legislativo reale — può proporre leggi, non approvarle — e non è permessa una opposizione organizzata. I partiti politici sono illegali e le elezioni libere non esistono. Gli Emirati non si presentano come una democrazia, ma come una «monarchia illuminata» che garantisce prosperità, sicurezza e stabilità in cambio di obbedienza politica. Ricchezza e sicurezza in cambio della libertà: un patto sociale non scritto ma potente, che la maggioranza dei cittadini emiratini sembra accettare, anche perché i benefici materiali sono reali e generosi.
Il sistema funziona perché il petrolio lo finanzia. Gli emiratini — una minoranza nel proprio paese, come vedremo — non pagano imposte sul reddito, ricevono sussidi enormi su energia, istruzione, sanità, abitazioni, e hanno accesso privilegiato ai posti nel settore pubblico con stipendi molto competitivi. La critica politica è appena tollerata, almeno fino a un certo punto oltre il quale diventa reato (e quel punto è molto discrezionale): le leggi sulla cybersicurezza e sull’offesa allo Stato sono usate per perseguire dissidenti, giornalisti e attivisti. Amnesty International e Human Rights Watch documentano regolarmente casi di detenzione arbitraria, tortura e processi sommari. Il caso più noto è quello di Ahmed Mansoor, attivista per i diritti umani condannato nel 2018 a dieci anni di carcere per aver usato i social media per «disturbare l’ordine pubblico»: in sostanza aveva segnalato gli abusi delle autorità e promosso un appello pubblico per l’introduzione di riforme democratiche. Mansoor — merita ricordare — ha denunciato pubblicamente l’azienda italiana Hacking Team, accusandola di avere installato, tramite un documento infetto, uno spyware nel suo computer che ha consentito alle autorità di monitorare i suoi movimenti e di leggere la posta elettronica.
Oltre il petrolio, ma non troppo
La narrativa preferita dai governanti emiratini è quella della diversificazione: «abbiamo costruito un’economia che sopravviverà all’esaurimento del petrolio». C’è una parte di verità in questa storia: Dubai, che ha esaurito le proprie riserve petrolifere negli anni Novanta, ha trasformato se stessa in un hub globale di commercio, finanza, turismo, logistica e tecnologia. L’aeroporto internazionale di Dubai è stato per anni il più trafficato del mondo per passeggeri internazionali. Il porto di Jebel Ali è il più grande del Medio Oriente. La Dubai International Financial Centre è una piazza finanziaria con una propria corte di giustizia in lingua inglese, basata sul diritto comune britannico, progettata per rassicurare gli investitori stranieri.
Ma la realtà è più complessa. Abu Dhabi possiede oltre il 90% delle riserve petrolifere e del gas degli UAE e il suo fondo sovrano, l’Abu Dhabi Investment Authority (ADIA), è tra i più grandi del mondo con asset stimati tra 700 miliardi e un trilione di dollari. Mubadala, altro fondo sovrano di Abu Dhabi, ha investimenti in tutto il mondo dall’industria aerospaziale all’intelligenza artificiale e oggi — il nostro Paese torna nelle vicende dell’Emirato — starebbe per entrare in due fondi da un miliardo di euro assieme a Cassa Depositi e Prestiti per intraprendere operazioni immobiliari in Italia e all’estero. La ricchezza petrolifera così non è scomparsa: si è trasformata in capitale finanziario globale. L’economia reale degli Emirati dipende ancora enormemente dagli idrocarburi, che rappresentano circa il 30% del PIL federale — una percentuale destinata a ridursi lentamente, non certo a collassare nel breve periodo.
Il modello economico emiratino ha alcune caratteristiche distintive che lo rendono difficile da replicare ma facile da ammirare per chi vede solo il luccichio dei grattacieli. Tasse quasi assenti — l’IVA al 5% introdotta nel 2018 è stata una piccola rivoluzione —, regolamentazione leggera, infrastrutture eccellenti, posizione geografica strategica tra Europa, Asia e Africa. Tutto questo ha attirato milioni di lavoratori stranieri, capitali, sedi regionali di multinazionali, élite in fuga da tassazione e instabilità. Il rovescio della medaglia è un’economia costruita su lavoro a basso costo importato, dipendente dalla crescita demografica artificiale, e vulnerabile alle crisi globali come ha dimostrato la pandemia del 2020, che ha svuotato Dubai di una quota significativa di residenti stranieri.
Uno Stato di stranieri
Forse nessun dato racconta gli Emirati meglio di questo: i cittadini emiratini sono circa il 10-11% della popolazione residente. Su nove milioni di abitanti, meno di un milione sono «emiratini» nel senso di titolari della cittadinanza. Il restante 89% sono stranieri: lavoratori dall’Asia meridionale (India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Nepal) che costituiscono la massa del lavoro edile, domestico e industriale; una classe media e professionale che include britannici, americani, europei, libanesi, egiziani, indiani qualificati; e poi imprenditori, manager, finanzieri da ogni latitudine fino a influencer, trafficoni e gente in cerca di soldi facili.
Questa struttura demografica non è accidentale: è il prodotto consapevole di una politica migratoria che usa il sistema del kafala, un meccanismo di sponsorizzazione — che vale per gli immigrati poveri — per cui ogni lavoratore straniero è legato a un datore di lavoro o sponsor che controlla il suo permesso di soggiorno. Il kafala è stato criticato da decenni come sistema di semi-schiavitù: il lavoratore non può cambiare impiego, non può lasciare il paese senza il permesso del datore di lavoro, e se il contratto viene rescisso rischia la detenzione e la deportazione. Gli Emirati hanno annunciato riforme al sistema a partire dal 2021, ma le modifiche sono parziali e la struttura di dipendenza rimane sostanzialmente intatta.
Le condizioni dei lavoratori a basso reddito, in particolare quelli del settore delle costruzioni, sono state documentate nella loro brutalità da organizzazioni internazionali e media investigativi. Il caldo estremo, gli alloggi sovraffollati, i salari trattenuti, la confisca dei passaporti (illegale ma diffusa), le morti sul lavoro — questi sono gli aspetti degli Emirati che le campagne di branding istituzionale non mostrano. La costruzione di Expo 2020 Dubai, slittata al 2021 per la pandemia, ha portato nuovi riflettori sulle condizioni di lavoro nel Paese, tuttavia non hanno prodotto cambiamenti significativi.
La religione come strumento di Stato
Gli Emirati Arabi Uniti sono uno stato islamico: la sharia è menzionata nella Costituzione come fonte principale della legislazione, l’alcol è legalmente vietato ai musulmani (ma venduto e consumato liberamente in hotel e zone franche destinate agli stranieri), il codice di abbigliamento nelle istituzioni pubbliche rispetta i canoni islamici. Ma la relazione degli Emirati con l’Islam è molto più pragmatica e strumentale di quanto la lettera della Costituzione suggerisca.
Il governo promuove una versione dell’Islam che chiama «moderata» o «tollerante» — in contrasto esplicito con il wahhabismo saudita e con l’islamismo politico dei Fratelli Musulmani. Questa distinzione non è teologica: è politica. Gli Emirati vedono nell’Islam politico organizzato, nelle sue varie forme, la principale minaccia alla propria stabilità interna. Hanno classificato i Fratelli Musulmani come organizzazione terroristica. Hanno combattuto attivamente la loro influenza in Libia, Yemen, Somalia, Sudan e altrove. Abu Dhabi finanzia istituzioni religiose, università e media in tutto il mondo arabo e oltre, per promuovere un Islam compatibile con le monarchie assolute e ostile ai movimenti di massa. Al tempo stesso, gli Emirati hanno scelto di presentarsi come laboratorio di tolleranza interreligiosa: nel 2019 Papa Francesco ha visitato Abu Dhabi, prima visita papale nella penisola arabica. Nel 2022 è stato inaugurato l’Abrahamic Family House, un complesso che ospita una moschea, una chiesa e una sinagoga nel cuore di Abu Dhabi. Queste iniziative sono genuine nella loro architettura simbolica, ma si collocano in un sistema che non tollera il dissenso religioso, che discrimina i lavoratori migranti non musulmani in modi sottili e meno sottili, e che usa la narrativa della tolleranza principalmente come asset diplomatico, di soft power e strumento di promozione nella sfida con l’Arabia Saudita.
Un attore globale in un corpo piccolo
Gli Emirati si sono costruiti in modo spregiudicato, con la propria posizione geografica e la propria ricchezza, un ruolo internazionale sproporzionato alle loro dimensioni. Con una popolazione di 9 milioni (di cui meno di 1 milione di cittadini) e un esercito di circa 65.000 effettivi, gli UAE si sono seduti al tavolo delle grandi potenze regionali e hanno coltivato relazioni privilegiate con Washington, Londra, Parigi e Pechino in un equilibrismo che molti Paesi più grandi non riescono a fare.
Il rapporto con gli Stati Uniti è la spina dorsale della sicurezza del Paese. La base aerea di Al Dhafra ad Abu Dhabi ospita migliaia di militari americani ed è una delle più importanti nel Golfo. Washington ha venduto agli Emirati armamenti sofisticatissimi, compresi i caccia F-35 (una vendita controversa che ha creato tensioni con Israele). In cambio, gli Emirati offrono basi, cooperazione di intelligence, e un interlocutore regionale affidabile — o quasi: la crescente relazione con la Cina ha creato frizioni notevoli con l’amministrazione americana.
Gli Emirati guardano anche a est: gli investimenti cinesi negli UAE sono enormi, Huawei ha una presenza profonda nelle infrastrutture digitali del paese, e il commercio bilaterale con la Cina supera quello con molti partner occidentali. Quando Washington ha scoperto che Huawei stava costruendo infrastrutture potenzialmente sensibili vicino alla base di Al Dhafra, ha spinto gli Emirati a fare delle scelte. Abu Dhabi ha così scelto una via mediana — rallentare alcuni contratti con Huawei ma non cancellarli — che riflette la logica fondamentale della politica estera degli Emirati: non diventare dipendenti da nessuno, e vendere la propria posizione strategica al miglior offerente.
Gli Accordi di Abramo e Israele: la svolta del 2020
Nel settembre 2020, sotto la mediazione dell’amministrazione Trump, gli Emirati Arabi Uniti hanno firmato gli Accordi di Abramo con Israele, normalizzando le relazioni diplomatiche con l’apertura di ambasciate, accordi commerciali, cooperazione nel settore della difesa e dell’intelligence. Era la prima normalizzazione arabo-israeliana dai tempi del trattato con la Giordania nel 1994. Bahrain e Marocco seguirono a ruota.
La mossa era razionale dal loro punto di vista: Israele è una potenza tecnologica e militare e la cooperazione sull’intelligence, sulla cybersicurezza, sulla difesa missilistica, offriva agli Emirati capacità che nessun altro partner poteva dare nella stessa misura. La tecnologia di sorveglianza israeliana — tristemente nota attraverso lo scandalo Pegasus, lo spyware israeliano usato per spiare giornalisti e attivisti politici — era già in uso negli UAE prima degli accordi ufficiali. Gli Emirati offrivano a Gerusalemme legittimità diplomatica, normalizzazione dei rapporti con una potenza economica araba, e un segnale al mondo che la pace era possibile anche senza la soluzione della questione palestinese. Quest’ultimo aspetto è stato forse la parte più controverso: gli Accordi di Abramo hanno di fatto messo in secondo piano la questione palestinese nella diplomazia araba. Abu Dhabi ha pagato un prezzo in termini di reputazione nel mondo arabo e musulmano, ma ha calcolato che i benefici strategici superassero i costi. Il massacro del 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza hanno rimescolato le carte: gli Emirati hanno condannato l’offensiva israeliana a Gaza con toni più duri rispetto agli anni precedenti, hanno aumentato gli aiuti umanitari ai palestinesi, e hanno congelato alcune delle iniziative di cooperazione più visibili con Tel Aviv. Ma la normalizzazione formale non è stata revocata. MBZ ha preferito tenere aperto il canale di comunicazione con lo Stato ebraico nonostante la pressione dell’opinione pubblica araba.
L’Iran: il vicino scomodo
Con l’Iran gli Emirati hanno una relazione complicatissima che mescola rivalità geopolitica, dipendenza economica e vicinanza geografica. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa una quota enorme del petrolio mondiale, è il confine naturale tra UAE e Iran. Tre isole — Abu Musa e le due Tunbs — sono rivendicate dagli Emirati ma occupate dall’Iran fin dal 1971, una ferita aperta che nessuna negoziazione ha mai sanato. Teheran e Abu Dhabi si fronteggiano attraverso il Golfo in una tensione permanente.
Eppure Dubai è, paradossalmente, uno dei principali partner commerciali dell’Iran e un canale fondamentale per aggirare le sanzioni occidentali. Decine di migliaia di iraniani vivono a Dubai, commercianti e imprenditori che usano la piazza finanziaria emiratina per fare affari che le sanzioni renderebbero impossibili altrove. Questo doppio binario — ostilità politica e dipendenza economica — è tipico della realpolitik dell’Emirato, dove le ideologie contano meno degli interessi, e l’interesse di Dubai è quello di essere utile a tutti; a pagamento, si intende.
Lo scontro tra USA e Israele da un lato e Iran dall’altro ha posto gli Emirati in una posizione delicatissima. Quando a gennaio 2024 la tensione nel Mar Rosso è esplosa con gli attacchi Houthi (finanziati e armati dall’Iran) alle navi commerciali, Abu Dhabi si è trovata nella posizione imbarazzante di avere basi americane sul proprio territorio, relazioni commerciali con l’Iran, e interessi economici nelle rotte marittime attaccate. La risposta emiratina è stata, ancora una volta, quella della massima ambiguità tattica: supporto privato agli USA, dichiarazioni pubbliche di moderazione, canali aperti con Teheran. Quanto questo può reggere è difficile dirlo e quando il 28 febbraio 2026 è partito il massiccio attacco americano e israeliano alla Repubblica islamica, Dubai si è ritrovata a essere il principale oggetto delle ritorsioni di Teheran, diventando bersaglio di missili e droni (quasi un migliaio nei primi giorni di guerra, più di quelli che Teheran ha lanciato su Israele) che hanno polverizzato il mito di luogo sicuro e protetto.
Il contrasto con l’Arabia Saudita: alleati rivali
La narrativa semplificata vuole UAE e Arabia Saudita come alleati naturali, due monarchie del Golfo, sunnite, anticomuniste al tempo della Guerra fredda, filo-occidentali. La realtà è più sfumata e negli ultimi anni si è fatta apertamente conflittuale in più di un teatro. I due paesi sono rivali economici, rivali per l’influenza regionale, e sempre più rivali per il modello di sviluppo da esportare.
La frattura più clamorosa si è consumata nello Yemen. Entrambi i Paesi partecipano alla coalizione militare contro i ribelli Houthi, ma con obiettivi divergenti. L’Arabia Saudita vuole ripristinare il governo centrale yemenita riconosciuto internazionalmente. Gli Emirati hanno sostenuto milizie locali — in particolare le Forze di Resistenza del Sud, separatiste — che mirano alla secessione e alla ricostituzione di uno Stato del Sud Yemen (per ironia della storia, la stessa entità statale che fino agli anni ’90 è era stata l’unica repubblica comunista del mondo arabo). Abu Dhabi vuole uno Yemen del Sud stabile, secolare (relativamente) e favorevole agli investimenti portuali emiratini, non uno stato islamico unificato sotto influenza saudita o del Qatar. Le due agende di Abu Dhabi e Riyadh si sono scontrate militarmente seppure attraverso le fazioni yemenite: nel 2019 le forze separatiste sostenute dagli EAU hanno avuto ripetuti scontri a fuoco con le forze governative sostenute dall’Arabia Saudita. Gli Emirati hanno poi ridotto la propria presenza militare diretta in Yemen, ma mantengono le loro milizie e i loro interessi.
Il Qatar è un altro punto di rottura. Nel 2017 Arabia Saudita e Emirati (insieme a Bahrain ed Egitto) hanno imposto un blocco totale al Qatar, accusandolo di finanziare il terrorismo e di essere troppo vicino alla Turchia e all’Iran. La crisi ha rivelato quanto profonde fossero le divergenze nell’interpretazione dell’ordine regionale. Il Qatar ospita Al Jazeera, la rete televisiva che ha dato voce alle Primavere Arabe e ai Fratelli Musulmani, una spina nel fianco per Abu Dhabi e Riyadh. Il blocco è durato fino al 2021 senza raggiungere gli obiettivi previsti: il Qatar non si è piegato e la rappacificazione formale non ha risolto le tensioni sottostanti.
Ma il contrasto più profondo tra emiratini e sauditi riguarda il futuro dell’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) e la strategia petrolifera. In più occasioni negli ultimi anni, gli Emirati si sono scontrati con l’Arabia Saudita sui livelli di produzione all’interno dell’OPEC+ (i 13 Paesi dell’OPEC più altri produttori di petrolio come Messico e Kazakistan). Abu Dhabi ha capacità produttive in espansione e vuole monetizzare le proprie riserve il più rapidamente possibile, consapevole che la transizione energetica globale potrebbe ridurre nel tempo il valore degli idrocarburi. Riyadh preferisce una strategia di prezzi sostenuti attraverso tagli alla produzione. Nel luglio 2021 la disputa è diventata pubblica, con gli Emirati che hanno minacciato di uscire dall’accordo OPEC+. Una mediazione ha evitato lo strappo formale, ma la tensione rimane.
Proiezione militare e soft power: la «piccola Sparta»
È stato il generale James Mattis, poi segretario alla Difesa americano, a coniare l’espressione «Little Sparta» per descrivere gli Emirati: un paese piccolo con capacità militari e volontà di usarle sproporzionate alla propria taglia. È un complimento nel gergo militare americano, ed è stato accettato con orgoglio da Abu Dhabi.
Gli Emirati hanno partecipato attivamente alle coalizioni militari occidentali: in Kosovo, in Afghanistan, in Libia. Hanno costruito una delle forze armate più professionali e tecnologicamente avanzate del mondo arabo, addestrate da istruttori americani, britannici e francesi. I loro piloti hanno volato missioni in Siria contro l’ISIS. La loro forza speciale, i «Presidential Guard», è considerata d’élite. Abu Dhabi spende tra il 5 e il 6% del PIL in spese militari — più di quasi qualunque paese NATO.
Oltre alla forza militare, gli Emirati proiettano influenza attraverso investimenti, aiuti e controllo di infrastrutture portuali strategiche. DP World, il colosso portuale emiratino, gestisce porti in decine di paesi dall’Africa all’Europa. Abu Dhabi e Dubai investono massicciamente in Africa subsahariana, nei Balcani, nell’Asia Centrale. Questi investimenti non sono filantropia: sono strumenti di influenza politica, accesso alle risorse, e posizionamento in una competizione geopolitica globale che vede gli Emirati giocare su più tavoli simultaneamente.
Il Paese sta svolgendo un ruolo controverso e significativo nel conflitto sudanese. Nonostante le smentite ufficiali, è acclarato che Dubai sta sostenendo militarmente e logisticamente le RSF (Rapid Support Forces) contro l’esercito regolare sudanese. Gli Emirati, in questo modo, traggono profitto dal commercio di oro dalle aree controllate dalle RSF ma, al tempo stesso, si rendono complici dei massacri e della crisi umanitaria provocati dalla guerra civile.
La transizione energetica tra greenwashing e realpetrolio
Nel novembre 2023, gli Emirati hanno ospitato la COP28, la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, ad Expo City Dubai. Una scelta che ha sollevato critiche immediate: il presidente della conferenza era Sultan Al Jaber, capo della compagnia petrolifera statale ADNOC. Le rivelazioni di un’inchiesta del Guardian — secondo cui gli Emirati avevano preparato schede per i propri negoziatori con argomenti per promuovere accordi commerciali sul gas durante le riunioni bilaterali a margine della COP — hanno scatenato uno scandalo internazionale.
La posizione degli Emirati sulla transizione energetica è complessa, ambigua ma non più ipocrita di altri Paesi. Abu Dhabi investe seriamente nelle energie rinnovabili: Masdar, la società emiratina per le energie pulite, è presente in decine di paesi e ha sviluppato capacità rilevanti nel solare e nell’eolico. La Masdar City, costruita vicino ad Abu Dhabi come laboratorio di urbanistica sostenibile, è rimasta un esperimento parzialmente incompiuto, ma ha prodotto ricerca e know-how reali. Il Paese si è impegnato sugli obiettivi di neutralità carbonica al 2050, ma nel frattempo, ADNOC espande la produzione. I piani di Abu Dhabi prevedono di aumentare la capacità estrattiva da 4 a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027. La logica è esplicitamente quella di estrarre e monetizzare prima che la domanda globale cali. In questo senso, gli Emirati non sono diversi dalla Norvegia o dal Canada: Paesi che si dicono impegnati sul clima e contemporaneamente espandono la produzione di fossili. La differenza è che Abu Dhabi lo fa con meno imbarazzo e più franchezza: «sporchi, maledetti e subito».
Prospettive future e nodi irrisolti
Il modello emiratino ha dimostrato una resilienza sorprendente. Ha superato la crisi del 2008-2009 che quasi affondò Dubai, il crollo del petrolio del 2014-2016, la pandemia, le turbolenze geopolitiche regionali. Ma le sfide strutturali restano formidabili e alcune si acuiranno nel tempo; quel tempo è arrivato in questi giorni.
La questione demografica è la più urgente. Una federazione dove il 90% della popolazione è straniera e priva di prospettive di cittadinanza è strutturalmente instabile nel lungo periodo. I lavoratori stranieri non hanno diritti politici, spesso non hanno sicurezza del lavoro, e possono essere espulsi in qualsiasi momento. Costruire una coesione sociale su queste basi è difficile. La pandemia ha mostrato quanto rapidamente la popolazione «temporanea» possa ridursi quando l’economia rallenta. La sfida è creare un modello sostenibile che non dipenda dalla continua importazione di manodopera usa-e-getta.
La questione della successione e della stabilità politica è un altro nodo. La concentrazione del potere in poche mani — MBZ ad Abu Dhabi, MBR a Dubai — ha prodotto coerenza strategica ma crea vulnerabilità. Le lotte di successione nelle monarchie del Golfo sono storicamente pericolose. La mancanza di meccanismi formali di trasmissione del potere significa che ogni transizione è potenzialmente destabilizzante.
La dipendenza dalla posizione geografica e dalla stabilità regionale è un fattore di rischio per troppo tempo sottovalutato. Ora che la tensione tra USA e Iran è degenerata in un conflitto aperto, gli Emirati si trovano in prima linea — geograficamente, militarmente, economicamente. La guerra a Gaza e le sue ripercussioni regionali hanno già creato pressioni sulle rotte commerciali del Mar Rosso che impattano direttamente l’economia emiratina. L’escalation militare nel Golfo Persico a cui stiamo assistendo potrebbe rivelarsi catastrofica.
Infine c’è la questione della legittimità a lungo termine del modello politico. Il patto sociale tra governanti e cittadini — petrolio e prosperità in cambio di silenzio politico — funziona quando il petrolio e il denaro scorrono e la prosperità è garantita, ma la transizione energetica globale, per quanto lenta e piena di ostacoli, ridurrà nel tempo i proventi degli idrocarburi facendo venir meno quella fonte di risorse che pareva inesauribile. Diversificare l’economia è possibile, gli Emirati lo stanno dimostrando. Diversificare la base politica — costruire istituzioni partecipative, aprire spazio alla società civile, accettare il dissenso come risorsa e non come minaccia — è la sfida che il sistema emiratino non sembra ancora pronto ad affrontare, perché metterebbe a rischio posizioni di dominio e privilegio consolidate nel tempo. C’è un altro aspetto: fungere da porto sicuro per le più «diversificate» attività economiche (lecite e non) mal si concilia con il trovarsi al centro delle nuove tensioni dell’area: vedere fuggire per paura di restare coinvolti in una guerra i tanti stranieri presenti nel Paese è una prospettiva che terrorizza le autorità che, al momento, non riescono a rispondere se non con la censura; infatti, dopo alcuni giorni di guerra, le autorità hanno deciso che postare sui social foto e video di esplosioni e distruzioni può portare a multe salate o perfino in galera.
Gli Emirati Arabi Uniti — per tentare una conclusione — sono uno specchio deformato del nostro tempo. Riflettono il meglio e il peggio della globalizzazione: la capacità di costruire prosperità, attrattività, connettività internazionale, e la disposizione a farlo senza vincoli di democrazia, di diritti, di sostenibilità sociale. Tutti fattori — questi ultimi — che, alla lunga, finiscono per danneggiare qualunque sistema economico e sociale. Gli Emirati sono un attore che il mondo non può ignorare perché troppo ricco, troppo strategico, troppo interconnesso. Non sono una democrazia, ma nemmeno l’Iran o la Corea del Nord (forse perché gli manca un popolo da tiranneggiare, esclusi i lavoratori stranieri). Non sono un’economia di rendita statica, ma nemmeno la Norvegia. Sono qualcosa di nuovo, ancora in costruzione, con alcune promesse, molti rischi, e un inquietante sentore di cosa può produrre un capitalismo con poche regole, pochi padroni e poca democrazia. In queste ore, intanto, sono i droni iraniani a mettere davanti agli emiratini il quesito esistenziale: o diventare uno Stato vero, con vere istituzioni e una società civile, o restare il self-service più moderno, efficiente e caro della storia.