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Ci piace la guerra?

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Di Fulvio Ervas.

Se uno si chiede come siano state possibili due guerre mondiali in questi giorni comincia a capire.
A moltissime persone la guerra non dispiace per niente. E non gli dispiace per niente perché la guerra è promossa con abilità seduttiva: sarà breve, è sempre necessaria, ha grandissimi scopi che miglioreranno il mondo, rafforza un senso di comunità, rompe la noia della quotidianità. Arriva sempre dopo qualche Sanremo. E poi moriranno sempre gli altri, che ti sono inferiori.
Che si sia trattato di blitzkrieg hitleriana o di guerra a Saddam per le sue armi di distruzione di massa, dello sterminio a Gaza o della salvezza, oggi, del popolo iraniano, la guerra piace. Le sue motivazioni piacciono. L’assistere allo spettacolo piace. Accogliere con gioia i concittadini che tornano, faticosamente, dalle zone di guerra emoziona. Riempie i media.
La guerra ci fa piangere dopo, quando sorpresi dalla realtà vorremmo, di nuovo, la pace.
Quando il giocattolo si è rotto.
Eppure per chiunque abbia un minimo di strumenti intellettuali non dovrebbe essere difficile orientarsi nel caos che si sta sviluppando in Iran e in tutto il Medio Oriente.
Dove la guerra per la liberazione del popolo iraniano è solo una brutta barzelletta.
L’Iran è un grande paese, con una grande storia, complesso e pieno di petrolio. Sia pur semplificando, c’è un momento che ci permette di ragionare sui fenomeni in corso: nei primi anni cinquanta del novecento un primo ministro, Mohammad Mossadeq, intende nazionalizzare il petrolio sottraendolo al controllo delle compagnie anglo-americane. Verrà destituito con un colpo di stato e verrà rafforzato il potere dello scià  Mohammad Reza Pahlavi. Ne uscirà una monarchia spietata. Convinta di trasformare l’Iran in un paese modernissimo ad ogni costo, alleata degli Stati Uniti e di Israele, aspirante al ruolo di gendarme del medio oriente. Le minigonne a Teheran, il bikini nelle zone balneari, come simboli di modernizzazione nascondono la povertà dell’Iran popolare e contadino. La polizia dello scià, la famigerata Savak, reprime ogni dissenso in modo crudele. Il regime dello scià crolla nel 1979, sanguinosamente, e l’apparato statale viene controllato dagli ayatollah: è stato il nostro intervento mezzo secolo prima a far nascere il regime.
Il nascente regime si rafforzerà anche grazie alla guerra con l’Iraq di Saddam, nel 1980. Guerra che mira al controllo della parte sud dell’Iran, colma di petrolio. Il conflitto durerà quasi dieci anni. Saddam era nostro alleato, finito poi in disgrazia nel 2003.
La guerra cementa il nazionalismo, rafforza il regime nei rapporti con l’esercito, permette di reprimere la dissidenza: le guerre aiutano sempre le dittature.
E oggi siamo tornati al punto di partenza: abbattere il regime dall’esterno per condizionarne il futuro. Come con Mossadeq. Per sperare di poter mettere le mani sul petrolio iraniano che assieme a quello venezuelano è fonte energetica fondamentale per l’economia cinese, principale antagonista degli USA.
Naturalmente nessuno potrebbe rimpiangere Khamenei. Ma la retorica dell’aiuto al popolo iraniano, lasciato solo per 47 anni di lotte al regime, dovrà scontrarsi con la complessità della situazione e con il fatto che cambiamenti di questa portata vanno lungamente preparati, prima di tutto armando la resistenza.
Va da sé che tutta l’area, dall’Iran ai paesi arabi del Golfo, è economicamente strategica e piena di potenzialità: a molti paesi europei, Spagna per il momento esclusa, non dispiacerebbe cogliere l’occasione per riprenderne un controllo  maggiore di adesso.
La Gaza Beach, nella sua immoralità, mostra come settori politici ed economici dei nostri grandi paesi si immaginano i neocolonialisti del terzo millennio.
Ci piace questo?
O dobbiamo aspettare il prossimo Sanremo per rilassarci un po’?

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