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Il Presidente nel suo labirinto

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Di Cosimo Risi.

Gabriel Garcia Marquez ha il tocco di classe sin dai titoli. El General en su labirinto è il saggio dedicato a Simon Bolivar, dal titolo già si capisce che il Generale è aggrovigliato se non perduto in un labirinto di contraddizioni.

El Presidente Trump si sta aggrovigliando, difficile dire se si trovi già nel labirinto, di certo rischia di finirci dentro a continuare sulla linea di egocentrismo e indifferenza per le istituzioni. Ovunque si trovino: l’ONU a New York, la Corte Suprema a Washington, la Commissione europea a Bruxelles.

La Corte Suprema americana, a maggioranza conservatrice dei membri, decide a larga maggioranza che la politica daziaria del Presidente viola lo IEPA (International Emergency Economic Powers Act). La legge, adottata nel 1977 dal Presidente democratico Jimmy Carter, conferisce al POTUS (President of United States) poteri speciali in caso di emergenze nazionali legate a minacce provenienti dall’estero. Fissa i limiti di quel potere, Trump li avrebbe superati adottando dazi eccedenti il 15% e facendo della politica daziaria uno strumento di pressione nei confronti di paesi che non rappresentano, se non nella sua stessa visione, una minaccia alla nazione americana. Sarebbe il caso del vicino Canada e dell’Unione europea.

Trump si affretta ad imporre un dazio generalizzato del 15%, nella chiara intenzione di stare nella percentuale virtuosa dello IEPA, non senza criticare i Giudici come portatori di interessi stranieri. Un covo di insospettabili agenti in sonno.

La battaglia istituzionale si accende, vede contrapposti il potere esecutivo ed il potere giudiziario. Il potere giudiziario, nella massima istanza della Corte Suprema, dà corso ad una serie di atti delle corti statali e di alcuni stati. Questi ultimi si ritengono danneggiati dagli effetti dei dazi sulle importazioni di merci straniere, dal timore di una fiammata inflazionistica, dalle ritorsioni straniere avverso i prodotti americani.

Il dibattito istituzionale alimenta il confronto politico in vista delle elezioni legislative di metà percorso. Allora la risicata maggioranza repubblicana al Congresso rischia di sgretolarsi per effetto del “groviglio Trump”. Il misto di insoddisfazione per la politica interna e di discutibili iniziative sul piano esterno. Non solo i dazi che allontanano dagli States i tradizionali alleati quali Canada e UE, ma le attività diplomatiche per l’Ucraina e il Medio Oriente.

Proseguono a Ginevra i negoziati a tre (Stati Uniti, Ucraina, Russia) per venire a capo della crisi ucraina. Il Presidente spera in una conclusione per giugno, in tempo per rivendicare il successo sul piano elettorale. Il Cremlino è consapevole della fretta americana e pratica la tattica della lentezza: ritardare il processo per ottenere al tavolo quanto non ha ottenuto sul campo. L’Ucraina si trova nella morsa di due opposte esigenze, nel frattempo continua ad essere esposta agli attacchi nemici. Le perdite umane e le distruzioni materiali non sono neppure argomenti di discussione: peanuts.

Trump convoca a Washington, con adeguata grancassa mediatica, la riunione del Board of Peace. Il discusso organismo fu pensato dall’ONU per Gaza, egli vorrebbe estenderne il raggio d’azione a tutte le aree di crisi. Un succedaneo dell’ONU, come sostengono alcuni critici, o più banalmente un sinedrio di amici. Lo status di membro dipende dall’arbitrio di Trump. Egli decide in solitudine chi entra e chi esce.

Alla riunione sono assenti i due soggetti principali della contesa: il Primo Ministro di Israele e il Presidente dell’Autorità Palestinese. Alcuni paesi (Italia) ci stanno da osservatori. Altri europei, pur invitati, declinano l’invito per dissenso sul formato e sul mandato. Il mandato eccede la risoluzione ONU e pone il Board in una zona giuridicamente incerta.

L’Unione europea deve affrontare le conseguenze della sentenza della Corte e valutare se vi siano i presupposti per rivedere l’intesa conclusa con gli Stati Uniti sulla base della situazione antecedente. La politica commerciale è competenza europea esclusiva, è quindi la Commissione a dovere reagire in prima battuta. Friedrich Merz, in linea con l’attitudine della Germania a ritenersi il socio di riferimento, dichiara che bisogna rispondere uniti e decisi.

È una apparizione silenziosa, e politicamente rumorosa, quella di Angela Merkel all’assemblea della CDU. Il Cancelliere, che ne è antico avversario, subisce l’ovazione del pubblico e cerca di indovinare le intenzioni della predecessora. Nel 2027 si vota per la presidenza federale, la candidatura cristiano-democratica è determinante per succedere al socialdemocratico Steinmeier. Angela is back!

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