Di Franco Belci.
Giorgia Meloni l’ha detto davvero. Con tono imbarazzato, rispondendo alla domanda di un giornalista, ha affermato che “si potrebbe dare il Nobel per la pace a Trump se garantisse una pace giusta in Ucraina”. “Giusta” per chi non è dato sapere, e come, con quali proposte, neppure. E purtroppo la Storia insegna che non esistono “paci giuste”, ma solo paci che consentono di evitare il moltiplicarsi dei morti e delle distruzioni, di solito con sanzioni e perdite territoriali a carico di chi ha perso la guerra: il Trattato di Parigi ha insegnato molto anche all’Italia. Per evitare le polemicucce risibili della destra (“ha detto ‘se’, non ha detto ‘che’), basta guardarsi il video che si trova su youtube e cogliervi l’impaccio verbale della premier. Ma il problema non è il ‘se’ o il ‘che’. Il problema è il solo pensare di poter assegnare il Nobel all’uomo che doveva fermare Netanyahu e ora vuole fare resort per i ricchi sulle rovine di Gaza dopo aver sgomberato i cadaveri; che doveva far finire la guerra in Ucraina “in una settimana” e invece ha consentito che continuasse spianando la strada a Putin (che da una parte discute ma dall’altra bombarda); che ha deposto con le armi il dittatore del Venezuela, ma ha piazzato al potere la numero due: per “autodifesa”, si è precipitata a dichiarare Meloni; “per il petrolio”, l’ha smentita Trump. Lo stesso Trump che dichiara di volersi impossessare della Groenlandia con le buone o con le cattive “perché ci serve”, suscitando le proteste dei pochi abitanti e, perfino, quelle della timida Europa. L’uomo che sta inviando negli Stati e nelle città governati da amministrazioni democratiche l’ICE, diventata la sua polizia personale, per scatenarla contro quel 48% del Paese che non ha votato per lui e scende nelle piazze. Ma quel “contro” è molto concreto. Se protesti, rischi di rimetterci la pelle: al dissenso in piazza si replica infatti con le pallottole con la piena copertura della Casa Bianca, poi smentita puntualmente dalle immagini. Certo, la premier ha ragione su un punto: il presidente degli USA è stato democraticamente eletto. Esattamente come i dittatori del Novecento: però non avevano messo nel proprio programma elettorale la guerra mondiale e la Shoah. Il ministro degli Interni italiano, incalzato dai giornalisti sulla possibilità che alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina membri dello stesso ICE possano essere mandati in Italia a “proteggere” la delegazione USA, prima ha risposto negativamente, poi si è corretto: “La delegazione USA, come sempre avviene in questi casi, potrà essere accompagnata da un proprio dispositivo di sicurezza di cui faranno parte operatori scelti in autonomia dalle autorità americane , ma che comunque e in ogni caso potranno assicurare solo un servizio di scorta passiva a difesa degli atleti”. L’Azzeccagarbugli di manzoniana memoria, al confronto, era un dilettante: “comunque e in ogni caso” fa letteratura. Però noi cittadini italiani potevamo almeno aggrapparci all’aggettivo “passiva”, a patto di credere al ministro. Ma l’ambasciata americana, pur concedendo che il coordinamento delle operazioni sarà della polizia italiana, lo smentisce: “L’ ICE sarà presente per monitorare gli eventuali rischi provenienti da organizzazioni criminali transnazionali”. Quali possano essere lo hanno dimostrato uccidendo Renee Nicole Good, definita in un primo tempo dal presidente YSA “terrorista” salvo poi dispiacersi per la “disgrazia che può capitare” quando ha scoperto che il padre era un suo fan. A noi resta l’inquietante incognita di come quella forza reagirà contro eventuali manifestanti che estraessero un cellulare: a Minneapolis ne hanno ucciso uno – Alex Pretti, americano e bianco – esattamente per questo motivo, sostenendo che aveva una pistola. La premier, però, di Trump continua a fidarsi: al suo posto, sarei molto meno ottimista. “Questi” USA ce li abbiamo in casa e rispondono al presidente “democraticamente eletto”. Ci sono, in Italia, 30 basi militari statunitensi, ufficialmente catalogate come tali, e 120 siti militari, per un totale di 12-15mila uomini. Sono presenti nella nostra “nazione” anche ordigni nucleari. Non è che non lo sappiamo, ma abbiamo sempre considerato gli americani “alleati” per definizione, anche se non sono mancati dissapori, in qualche occasione forti (chi ha memoria ed età si ricorderà di Craxi per Sigonella, quando la politica aveva ancora un poco di dignità). Da tempo ormai quella dialettica è scomparsa e siamo diventati (assieme alla UE) soggetti passivi, affidandoci alla certezza della perenne “protezione” della potenza militare attraverso il simulacro della Nato. L’immagine dei leader europei schierati come scolaretti su seggiole strette e affiancate nello studio di Trump, solitario dall’altra parte del tavolo, per “discutere” della situazione in Ucraina, ha rappresentato benissimo quella subalternità. Ma la Storia non si ferma e ha dimostrato che quella certezza è effimera: Trump non si ferma davanti alla contraddizione logica di un Paese della Nato che ne può attaccare un altro “perché gli serve”. Ci siamo fidati degli anticorpi della grande democrazia americana, senza accorgerci che per la maggioranza dei cittadini erano in via di esaurimento. E ora addirittura sosteniamo, con la premier, chi rischia di portare gli USA alla guerra civile sparando a vista. La sinistra? Balbetta, poi protesta, ma ”con juicio”: “Giuseppi”, fautore della pace, compreso. Ormai ogni punto di riferimento è svanito e dobbiamo cercarcelo da soli. Personalmente scenderò in piazza con chi avrà la capacità e il coraggio di organizzare una manifestazione: non “contro”, esprimendo un anacronistico antiamericanismo di maniera, ma “per”: Per quel 48% che difende ciò che resta della democrazia americana e certo non sarebbe d’accordo di assegnare il Nobel per la pace a Trump. Pace e Trump: un ossimoro.