Di Franco Belci.
Oggi, tocca alla guerra civile nello Yemen. Ci avviciniamo a una guerra generale, anche se non ancora mondiale: basta contare i fronti aperti in giro per il mondo. Non a causa del bellicismo della UE, come sostiene qualcuno. Nonostante la proposta di riarmo di Trump (che significa, per chi non lo avesse capito, comperare armi americane, al resto pensa lui) e l’annuncio dei 1000 miliardi della Germania, nessuno ha i soldi necessari, nè uomini o mezzi, per avvicinare Usa, Russia e Cina. Abbandonata da tempo l’idea delle Forze di Difesa comuni, le flotte aeree e marine nazionali europee sarebbero spazzate via in poco tempo con una pioggia di droni. Al massimo potremo scegliere se di Putin o di Trump. Dunque, rimane solo un pertugio piccolissimo alla UE, per evitare di finire di qua o di là, visto che sia Trump che Putin vogliono ridurci a un’enclave: eliminare il diritto di veto e comprendere che c’è solo una via d’uscita politica se abbiamo il coraggio di riprendere in mano la Carta di Nizza e riorganizzare una Comunità con i Paesi che ci stanno. Le analisi “nuoviste” hanno mostrato tutta la loro inadeguatezza inseguendo ancora un colpevole e individuandolo immancabilmente nella UE (che però ha sparato parole) e nella Nato (che ha sparato minacce). L’unico che ha sparato granate è Putin che ha acceso il primo focolaio di guerra. Comunque la si pensi, è passato il tempo dell’istruttoria: siamo alla requisitoria. Ormai sono chiari i termini dell’accordo in Alaska: L’Ucraina, di cui Trump voleva le terre rare, è roba di Putin; in cambio, l’egolatra americano può prendersi il petrolio o altra merce in Sud America. E giurerei che la Cina si “accontenterà” di Taiwan (“America First”, Trump non protesterà troppo). E’ invece crollata ogni ragione politica e sociale per tenere assieme il “Vecchio Continente”, nella sua forma attuale, legato solo da tre cose: economia e finanza, euro e libera circolazione delle merci (e delle persone solo come conseguenza). Sono europeista convinto, ma perfettamente consapevole che con questa generazione di politici, tutti rigorosamente over 65 (tranne l’Italia, che ha la…discutibile fortuna di averne una 47enne) l’ Europa non si farà mai. Si faranno affari, accordi, si svilupperà tecnocrazia e burocrazia e la conquista più grande dopo il 2004 rimarranno i sacchetti decompostabili o i tappi che non si staccano dalle bottiglie di plastica. Ma non sono del tutto rassegnato, anche se so che, per ora, solo quello abbiamo e solo quello potremo tenere. Che è meglio di niente (ma poco). Sono più rassegnato sulle sorti della politica e della “non sinistra” che fa opposizione a Meloni, ma contemporaneamente anche a se stessa e guarda ai fiori del proprio pezzo di “campo largo”. Non sono invece affatto rassegnato sul fronte territoriale: l’unico sul quale possono avvenire cambiamenti se si ci si convincerà che la politica non si fa con le chat ma col vecchio, modernissimo metodo del porta a porta. L’aveva profeticamente capito Alex Langer, che ho studiato troppo tardi nella mia vita di ricerca per poterne praticare le idee ma dal quale ho tratto suggestioni, conforto e una prospettiva per il futuro. Però, per seguire quella strada che è idealista ma non ideologica, dobbiamo fare spazio ai giovani: il ’68 dovrebbe averci insegnato la potenza dei cambi generazionali. Ma se non ci togliamo di mezzo, le nostre delusioni finiranno per agire su di loro in senso negativo e invece hanno bisogno di esplorare da soli nuovi terreni. No, i giovani non sono tutti uguali. Ma non lo eravamo neppure noi. C’era chi partecipava alle manifestazioni e chi seguiva solo la musica e il calcio. Quindi il primo passo da fare, che ho compreso quando ne incontrati di bravissimi, è toglierci di mezzo. Possiamo aiutarli, consigliarli, scrivere qualche libro forse utile (e forse no) sulle nostre esperienze, ma non pretendere di dirigerli. Tra loro si capiscono, sanno fare gruppo e sanno mettere da parte ciò che li divide e valorizzare ciò che li unisce. Sapranno parlare anche a chi si interessa solo di musica. Io sono triestino e a Trieste tra un anno e mezzo (salvo imprevisti che costringano ad anticipare) si voterà. Abbiamo il tempo di trovare giovani ai quali affidare il futuro della città. Penso che sia indispensabile sostituire una, forse due generazioni per poter sperare nel nuovo. New York è lontana ma insegna. E ci dà una speranza. Il che, di questi tempi, non è poco.