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I cento anni dalla morte di Anna Kuliscioff

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Di Stefano Pizzin.

Il 29 dicembre ricorre il centenario della morte di Anna Kuliscioff, figura centrale nella storia del socialismo e del femminismo italiano.

Nata nel 1854 a Simferopol, in Crimea, da una famiglia ebraica benestante poi convertita alla chiesa ortodossa, Anna Moiseevna Rosenštein cresce con una passione precoce per lo studio e la politica. Nel 1871 lascia la Russia per Zurigo, dove le donne possono accedere all’università, negata nel suo Paese. È qui che inizia il suo percorso rivoluzionario: quando nel 1873 lo zar ordina agli studenti russi di lasciare l’ateneo svizzero, Anna strappa il suo libretto universitario in segno di protesta. Un gesto che anticipa una vita intera di ribellione.

Il suo impegno politico la porta a viaggiare tra Svizzera, Francia e Italia, sempre inseguita da arresti ed espulsioni. È l’epoca delle idee anarchiche, dell’Internazionale di Kropotkin e Bakunin. A Parigi incontra Andrea Costa con cui condivide lotte e sentimenti. Insieme attraversano prigioni e processi e dalla loro relazione nasce la figlia Andreina che Anna crescerà da sola.

Sono anni durissimi per una donna sola, straniera, ex detenuta politica, ma nonostante ciò riesce a concludere gli studi di medicina a Napoli, specializzandosi in ginecologia. È qui che incontra Filippo Turati, che sarà il suo compagno di vita e di battaglie fino alla morte.

A Milano, dove si stabilisce con Turati, Anna Kuliscioff diventa “la dottora dei poveri”. Lavora nell’ambulatorio della Camera del Lavoro, visita gratuitamente operaie e lavoratori, documenta le malattie professionali che devastano i corpi di donne e bambini nelle fabbriche. Accanto all’impegno come medico continua quello politico e teorico, diventando una delle figure più importanti del nascente socialismo italiano: nel 1890 tiene al Circolo Filologico di Milano la conferenza che la renderà celebre: “Il monopolio dell’uomo”. In un’epoca in cui le donne erano considerate creature senza individualità, quasi “animali domestici”, come disse lei stessa, l’emancipazione femminile non viene vista come una questione “particolare” o “separata” ma un pezzo fondamentale della liberazione di tutto il proletariato. “Il Partito deve legare le donne a sé inserendo i loro obiettivi nel programma” – sostiene – sottolineando come nel movimento socialista la “questione femminile” venga ancora sottovalutata. La sua critica era radicale: denunciava come persino i compagni socialisti riproducessero nelle loro case e nel partito lo stesso dominio che combattevano nelle fabbriche.

Nel 1891 fonda con Turati “Critica Sociale”, la più importante rivista socialista italiana dell’epoca. Dalla loro casa passano intellettuali, politici, giovani militanti. Antonio Labriola dirà di lei, in una lettera a Engels, con affettuosa ironia: “A Milano non c’è che un uomo, che viceversa è donna, la Kuliscioff”.

Nel 1897 prepara un progetto di legge per la tutela del lavoro femminile e minorile che verrà fatto proprio dal partito, dove denuncia lo sfruttamento delle operaie, le ore massacranti, i salari da fame, i bambini ridotti a ingranaggi delle macchine, ma solo nel 1902, dopo anni di insistenze, il Parlamento approverà la legge Carcano che limita lo sfruttamento di donne e minori.

Sulla questione del suffragio femminile si consuma lo scontro più duro all’interno della sua stessa famiglia. La Kuliscioff non ha dubbi: le donne devono poter votare e non solo perché producono come gli uomini, perché pagano tasse e dazi, ma anche perché “la maternità equivale al servizio militare che dà agli uomini il diritto di voto”. Per lei il voto non era una concessione ma un diritto naturale conseguente al ruolo produttivo e riproduttivo delle donne nella società. Nel 1912 fonda “La Difesa delle Lavoratrici”, rivista interamente dedicata alle donne proletarie, dove la battaglia per il diritto di voto ha ampio spazio. Scrive, incita, mobilita, ma Turati, suo compagno e leader storico del socialismo riformista italiano, è contrario; per lui il voto alle donne è prematuro: mancano di coscienza di classe e favorirebbe le forze conservatrici. Lei non demorde e pubblica nel 1910 “Il voto alle donne – Polemica in famiglia”, dove espone gli argomenti a favore del suffragio universale. Il titolo stesso rivela la frattura dolorosa tra due persone che condividono tutto ma non questo punto fondamentale. A chi, anche tra i socialisti, continua ad accampare dubbi sul diritto di voto alle donne, rispondeva con profonde argomentazioni politiche ma anche con lapidaria efficacia: “il voto è la difesa del lavoro e il lavoro non ha sesso”.

Come osserva lo storico Giovanni Scirocco: “Sempre autonoma nelle sue idee e spesso più rapida a cogliere i punti essenziali, Anna Kuliscioff scriveva, rimproverava, consigliava, talvolta ordinava anche all’interno del suo stesso Partito”.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, mostrò ancora una volta la sua autonomia di pensiero. Pacifista internazionalista, aveva denunciato il carattere imperialistico della guerra di Libia, ma quando esplode il conflitto mondiale, capisce che per il socialismo seguire la via del pacifismo sterile, e le furbesche giravolte di Giolitti, non è strategia migliore per fermare gli imperi centrali e la minaccia che essi rappresentano per il movimento socialista. È una posizione sofferta, che la divide da molti compagni rimasti neutralisti ma che, lontana da ogni nazionalismo, mette sempre in primo piano la difesa del movimento operaio.

Gli ultimi anni sono segnati dalla malattia – la tubercolosi contratta durante la detenzione del 1880 che non l’ha mai abbandonata – e dall’angoscia per l’avvento del fascismo di cui aveva da subito riconosciuto l’intrinseca matrice violenta e reazionaria. Il rapimento e l’assassinio di Giacomo Matteotti, il “caro ragazzo” come lo chiamava nelle lettere a Turati, la distrugge. Vede il suo partito diviso, l’Italia precipitare nella dittatura, le conquiste di una vita cancellarsi.

Muore il 29 dicembre 1925 a Milano, nella casa in Galleria dove aveva accolto generazioni di socialisti. I funerali si terranno due giorni dopo e, come scrisse “La Stampa”, vennero seguiti “da una folla imponente”.

Nella disputa tra le diverse anime del socialismo fu sempre dalla parte dei riformisti, ma la sua idea di riformismo era lontana dal gradualismo attendista: ogni conquista parziale doveva essere una tappa verso la trasformazione complessiva dei rapporti sociali. “Noi non siamo gli ortopedici che raddrizzano le gambe rachitiche della società come è adesso” – così parlava dei riformisti in un intervento del 1909 – Per lei, infatti, il riformismo manteneva un carattere rivoluzionario che doveva produrre profondi cambiamenti nella società e nei rapporti di classe, ma sempre respingendo la scorciatoia della violenza e del ribellismo fine a se stesso. Un socialismo gradualista nel metodo e intransigente nei principii.

Di quella donna, medico, socialista, che il primo sindaco di Milano dopo la Liberazione, Antonio Greppi, ricordò come “fatta di poca carne martoriata e di una grande anima” a cent’anni dalla morte, ci rimane la consapevolezza che l’emancipazione non è mai definitivamente conquistata e che la lotta per la giustizia sociale non può prescindere dalla liberazione delle donne.

Una lezione da ricordare per chi oggi crede che diritti civili e sociali si possano distinguere e dividere quando, invece, sono e sono sempre stati intimamente connessi; perché una società per essere più giusta deve anche essere più libera.

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