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Perché preferisco l’Europa

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Di Franco Belci.

Recentemente ho espresso una tesi che è stata, anche vivacemente, contestata da ambienti che fanno (facevano?) parte della “sinistra”. Metto il termine tra virgolette perché da molto tempo lo considero come la tasca di Eta Beta (straordinario personaggio della fantasia di Disney): vi trovavi di tutto. La mia posizione è questa: non amo “questa” Europa, ma non mi sento straniero in patria e continuerò a darmi da fare per cambiarla. Per procedere è necessario molto realismo e onestà intellettuale ed ammettere innanzitutto che la UE ha sostanzialmente tradito i suoi ideali, soprattutto sociali, fermandosi allo step della zona di libero scambio di merci e di libera circolazione delle persone. Importante, per carità. Da triestino, passare liberamente quella sbarra che ho vissuto fin da bambino come barriera insormontabile e segno della contrapposizione tra due mondi è stata un’emozione indescrivibile. Poi mio figlio è emigrato, come tanti ricercatori, in Germania e con le mie nipotine vivono a Regensburg, città natia della mamma: si vive bene e c’è una solidarietà di comunità a noi sconosciuta. Le piccole sono bilingui e hanno la doppia nazionalità: quando non vogliono la presenza dei genitori, una dice “raus”, l’altra “vai via”! Dunque, chi sostenesse che sono parte in causa, avrebbe ragione. E’ pure vero che la UE si è del tutto scordata della Carta di Nizza e che è stata per decenni un’appendice degli USA in politica estera. Innegabile infine che abbia scambiato soldi con diritti: Orban e Erdogan, per motivi diversi, ne sono emblematico esempio. Preferisco tuttavia vivere tra Italia e Germania piuttosto che negli Usa o in Russia, le due autocrazie che suggeriscono, con tono minaccioso, alla UE di sparire e di dividersi in piccoli stati nazionali con i quali trattare secondo uno schema bilaterale: forte contro debole. Mi è stato replicato da alcuni, che ritengono si viva meglio in Russia o in America, di motivare nel merito la mia preferenza. Ci provo. Siccome sono un uomo semplice, per districarmi nel mondo violento e indecifrabile di oggi, troppo vicino a un conflitto mondiale con radici in Europa, applico il principio di causa-effetto. Cioè chi spara il primo colpo (o invade un Paese) ha torto. Gli Usa in Vietnam del resto avevano torto, come i russi a Budapest e Praga: in questi due ultimi casi non si spararono molti colpi, ma l’invasione vi fu. E l’opinione pubblica mondiale non esitò a riconoscerlo, sul Vietnam con qualche difficoltà in più. Uno studioso col quale avevamo collaborato anni fa ha insistito: “Per capirci. L’UE sarebbe ‘meglio’ secondo i criteri morali fatti in casa dai progressisti europei? E’ meglio perché mentre gli altri si occupano di programmazione industriale e approvvigionamenti energetici la UE promuove a raffica giornate celebrative di questo o di quello? Meglio perché più democratica? Meglio perché fa valorosamente rispettare i diritti umani (tipo a Gaza)? Quale criterio renderebbe la UE meglio di USA, Russia, o anche Cina? Che in Europa la stampa è libera? Che è amante della pace? Sono veramente curioso”. A parte il tono, più supponente che professorale, e l’uso del termine “progressisti” con evidente accezione negativa, la curiosità è legittima. Nella versione fb di questo dibattito avevo usato l’ironia, proponendo al mio illustre interlocutore di andare a studiare per sei mesi in Russia: se avesse scoperto che  la ricerca è libera, i musei liberamente  frequentabili senza “accompagnatore”, gli archivi sono aperti, il mausoleo di Lenin visitabile, ci sarei andato anch’io. Era un argomento, non una provocazione com’è stata subito vissuta. A scanso di equivoci (si sta un attimo a beccarsi del “guerrafondaio”) preciso che amo la letteratura russa, la musica di grandi interpreti russi, ritengo Lenin un grande genio politico, non posso scordare il ruolo dell’Urss nella seconda guerra mondiale né il fatto che l’esercito di quel Paese arrivò per primo ad Auschwitz. Però non ho amato Stalin. Non so se sono “progressista” o altro. E’ una ricerca che faccio da anni e ha trovato sbocco in un libro che vedrà la luce in febbraio : Alla ricerca della politica. Dal ’68 alla guerra mondiale a pezzi (ed. Ronzani, Vicenza). Mi viene in mente solo che il contrario di “progressista” è “conservatore”: che mi pare la vera matrice di questo tipo di pensiero che vuole imporre il suo modello come verità indiscutibile. Mi ricorda la gerarchia ecclesiastica prima del Vaticano II. Quindi, ok; niente Russia. E l’America? Qui il discorso si fa più complesso perché quello stesso pensiero aveva ritenuto Trump il benvenuto al posto del vecchio Joe: avrebbe portato la pace universale e ottenuto il Nobel. Netanyahu avrebbe obbedito al nuovo padrone, i gazawi sarebbero rientrati nelle loro case (distrutte) e tutti sarebbero vissuti felici e contenti. Come si sa, è andata un po’ diversamente: nei progetti del presidente Usa Gaza è diventata una riserva per ricchi, i gazawi sono stati deportati e non si sa più nulla di loro. Poi, Trump si è anche prestato a reggere il moccolo alla volpe russa. Perché, su questo sono d’accordo, Putin ha una straordinaria abilità tattica e una precisa strategia in mente, anche se piuttosto antica come origine: dividersi il mondo in sfere di influenza. Quella americana (sbarazzandosi dei regimi scomodi), quella russa, (facendosi venire qualche altro appetito territoriale), quella cinese. Manca quella indiana che è per tutti una grande incognita. Putin e Trump, come è stato confermato in questi giorni, la pensano in realtà allo stesso modo: Il Canada? Da ridurre a colonia. La Groenlandia? Da acquisire con la forza invadendo la Danimarca. L’ Europa? Da dividere in staterelli nazionali privi di massa critica (Germania e Francia a parte) minati dall’interno dai soldi di Musk agli estremisti di destra. C’è qualcuno che sostiene che l’Italia, divisa e preda dell’indifferenza collettiva (che riguarda anche l’opposizione), sia il terreno ideale per una sperimentazione. Si sbaglia però se ci si focalizza sulle due tradizionali potenze. A me pare che la Cina sia infatti il vero, grande soggetto destinato a guidare la geopolitica mondiale per ragioni evidenti, legate alla densità della popolazione, e al conseguente numero di cervelli, alla qualità della tecnologia, alle enormi disponibilità di territorio, al modello di accentramento gerarchico (comunista?) ereditato dal vecchio Mao, a una cultura molto più antica e molto più articolata della nostra e molto più adattabile ai tempi. Massimo D’Alema aveva partecipato alle manifestazioni per gli 80 anni dalla vittoria a Pechino non per farsi riprendere dalle TV,  ma per cercare di capirci qualcosa. La vecchia Europa non ha più quell’attitudine geopolitica e quella curiosità diplomatica che la portava a tenere contatti (anche attraverso il personale dei servizi segreti) con l’Est per cercare di capire il modo di pensare e di agire di culture diverse. L’ attuale classe dirigente è totalmente inadeguata ai tempi (a dire la verità lo è in tutto il mondo “occidentale”), ha completamente perso quell’antica attitudine e pensa che ci si possa misurare con gli altri riarmandosi, con una logica speculare a quella di Trump e Putin. In Germania stanno muovendosi in anticipo  con massicci investimenti: una scelta davvero preoccupante che cambia il profilo della Costituzione tedesca. Ciò che mi tranquillizza relativamente, anche se si sta scherzando col fuoco, è che per riarmarsi in vista di un possibile conflitto servono almeno un paio di lustri; e che i grandi centri di potere economico non hanno interesse all’autodistruzione. Dunque, l’Europa è “meglio”? Personalmente continuo a pensare di si, se riuscirà in questa temperie a recuperare l’anima di Nizza. Non mi dò alternative, se non altro perché una parte della mia famiglia è europea e perché faccio il pendolare con la Baviera. Spero in una soluzione generazionale che oggi appare molto lontana ma che lascia aperta la visuale. I giovani vivono in un mondo diverso dal nostro e da quello dei nostri figli, hanno meno barriere ideologiche e sono capaci di attraversarle, attraverso il valore insostituibile delle relazioni personali; hanno spesso la ragazza in un altro Stato, frequentano coi viaggi low cost tutte le capitali europee. Spetta a loro licenziare una classe dirigente inetta. Io ho cominciato a seguirli e a imparare da loro. Occorrono “patti intergenerazionali”, come quello che abbiamo proposto a Trieste: si deve cominciare dal basso, dalle comunità locali, dove ci si incontra per strada, ci si guarda negli occhi, ci si può ritrovare per lottare contro le decisioni delle amministrazioni che non sono condivise. Passando ad altri temi della domanda, l’assenza di una politica industriale (come di una fiscalità) comune è uno dei vecchi vizi d’origine dell’Unione: la logica della premialità e degli incentivi basati sull’abbattimento del costo del lavoro porta a fenomeni di delocalizzazione dentro il suo stesso perimetro. Da segretario generale della Cgil evitai, assieme a Maurizio Landini, sia la delocalizzazione in Polonia di Electrolux che il tentativo di Confindustria di applicare i salari polacchi nel pordenonese. In quanto all’energia, la Russia ha la fortuna di avere approvvigionamenti energetici sotto casa e la UE ha pensato di risolvere il suo problema solo facendo affari e confondendo i propri interessi con una visione geopolitica. Va anche ricordato però che quando Eni pose il problema di una maggiore autonomia energetica in Italia, in tutti i siti candidati per impianti di rigassificazione offshore, la popolazione si pronunciò: “Not in my sea”. Ancora, la questione della pace, sia a Gaza che in Ucraina. Ecco, su questo, il mio interlocutore ha ragione. La UE non ha fatto nulla, così come ha delegato agli Usa versione Biden ogni atto sulla questione ucraina. Ma sul livello di democrazia non c’è scampo: nella UE non si eliminano (con la solita eccezione ungherese) o si imprigionano senza prove gli avversari politici, non si manda la guardia nazionale negli Stati federali o nelle città amministrate dalla sinistra, non si guida l’assalto a Capitol Hall. Sull’informazione la questione è terribilmente complessa. Facebook è libero? Anche troppo, ma solo nella forma. Non c’è alcun controllo sulla veridicità delle notizie. Falso o vero hanno la stessa dignità. Quindi il falso ripetuto milioni di volte vale più del vero. Va bene così? A me no, anche se, a rigore, sarebbe democratico. Gli  editori puri non esistono più da tempo, salvo lodevoli eccezioni. Quindi l’informazione è in mano ai grandi gruppi industriali e finanziari: Bezos ha fatto cambiare linea al “Washington post” da un giorno all’altro in occasione della campagna di Trump. Musk è monopolista. In Italia la Rai è in mano al governo, Mediaset agli eredi Berlusconi, Stampa e Repubblica e Gedi, Corriere a Cairo. C’è l’eccezione del gruppo NEM, per il quale scrivo, che rappresenta una proprietà articolata e diffusa sul territorio e non un assetto monopolistico. E mi sento di difendere anche una gran parte dei giornalisti che non sono affatto “pennivendoli”: scrivono quello che pensano, hanno lettori che condividono le loro idee e che comperano il giornale per quello. Hanno l’arma della “fiducia” nei confronti del direttore. E talvolta entrano in  collisione col Capo fino a costringere l’editore a revocargli il mandato, come a Repubblica. Infine, no, la UE non è “amante della pace”, come, in questa fase non lo sono Usa, Russia, Corea, Israele ecc. Ma, almeno per ora, non fa la guerra.

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