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Sulla compulsività comunicativa.

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Tra la propaganda esasperata e la debolezza del sé

di Davide Strukelj

La compulsività comunicativa è un fenomeno complesso che può essere osservato tanto nel comportamento individuale quanto in quello collettivo, soprattutto in contesti politici o mediatici. Essa si manifesta come urgenza ripetitiva e incontrollata di esprimere uno specifico contenuto, anche in assenza di stimoli esterni nuovi o di reale pertinenza del messaggio.

Un tale comportamento potrebbe rientrare nell’area dei disturbi del controllo degli impulsi e presentare analogie con forme di narcisismo e di ansia da irrilevanza. In altre parole, chi comunica compulsivamente non riesce a tollerare che il silenzio cali su sé stesso: insomma, teme che, non parlando, potrebbe smettere di esistere socialmente.

Non è raro che la compulsività comunicativa si accompagni al bisogno costante di conferme esterne e sia alimentata da una distorsione dell’attenzione selettiva, così che ogni evento viene reinterpretato alla luce di un unico tema. Talvolta si potrebbe anche immaginare che sia subentrato un meccanismo di proiezione, per cui il soggetto attribuisce all’altro – o al “diverso” – le pulsioni che non riesce a riconoscere in sé.

Nel contesto mediatico, questa dinamica assume un tratto quasi rituale: il soggetto compulsivo deve intervenire, anche più volte al giorno, per riaffermare il proprio ruolo di custode del pericolo. E se il pericolo reale non è immediatamente disponibile, sarà egli stesso a evocarlo e a ricrearlo simbolicamente.

Spesso la ripetizione ossessiva di un tema unico può fungere anche da compensazione per un sé fragile, minacciato dal cambiamento o dalla perdita di centralità. In altre parole, la comunicazione diventa un atto di auto-esaltazione simbolica: “se parlo di un certo pericolo, allora io sarò percepito come il vero difensore”.

Un esempio puramente ipotetico.

Se Tizio parlasse continuamente, e più volte al giorno, dei pericoli legati all’invasione dei marziani che vogliono costruire basi sotterranee in una certa città, questo potrebbe indicare che la sua personalità sta mostrando evidenti tratti di iper-focalizzazione tematica; inoltre potrebbe indicare una sorta di delirio di missione (connesso alla percezione di sé come unico baluardo contro una minaccia immaginaria); o ancora, potrebbe sfociare in una allucinazione sociale collettiva, ovvero una condizione per cui Tizio riuscirebbe a convincere anche molti altri che il pericolo marziano è reale, magari fondando un gruppo Facebook o un movimento “Prima i terrestri”.

Certamente nessuno negherebbe a Tizio la libertà di parola. Ma quando la parola diventa solo un eco di sé stessa, allora la comunicazione non è più un ponte verso una soluzione reale, ma solo lo specchio per un Narciso disperato.

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