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Riconoscere la Palestina?

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credit: rawpixel

di Cosimo Risi.

L’interrogativo sul riconoscimento della Palestina agita le cancellerie europee. La Francia annuncia il riconoscimento in due tempi: la decisione politica subito, la formalizzazione in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in settembre. Il Regno Unito del Governo laburista avvia la procedura che dovrebbe condurre al riconoscimento in settembre. Parigi e Londra, da membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, prediligono il palcoscenico di New York, davanti ai tre omologhi (Cina, Russia, Stati Uniti) e soprattutto agli Americani in quanto strenui difensori della politica di Israele.

La Germania esita a lungo, le ragioni storiche la trattengono da qualsiasi passo che ne rievochi l’infausto passato. Il Cancelliere Merz dapprima critica le stragi di Gaza, poi un suo Ministro ammette che Israele sta facendo il lavoro sporco per tutto l’Occidente, ed infine, pressato dai compagni della coalizione (la SPD è per la schiettezza della critica), avvia la riflessione che potrebbe condurre al riconoscimento. Insomma: non ora, in un prossimo futuro probabilmente si. L’Italia tergiversa, perdere la sponda tedesca sia pure a termine indebolisce la linea mediana fra la critica alle stragi, la solidarietà a Israele, la vicinanza all’America.

Circola la parola “genocidio”. La sdogana un commentatore certo non sospetto di antisemitismo. David Grossman la pronuncia con dolore e dopo un lungo tormento interiore. Attribuire il genocidio a Israele, lo Stato nato sulla scorta del genocidio degli Ebrei, è un argomentare forte da parte di chi ha il talento dello scrivere e adopera le parole con sapienza.

Anna Foa, la storica del Suicidio di Israele (Premio Strega per la saggistica), si pone nella scia del collega israeliano, sostiene di averlo anticipato nel mettere in contrasto la natura democratica dello Stato e l’errore dell’occupazione. Da quell’errore, perpetrato nel 1967 con la Guerra dei Sei Giorni, discendono i traumi di oggi. La Senatrice Liliana Segre non ama la parola “genocidio”, molti la agitano a mo’ di insulto: per offuscare la memoria storica della Shoah, per confondere fra gli Ebrei da una parte, compresi quelli della diaspora, e lo Stato di Israele ed i suoi governanti dall’altra.

Il dibattito attraversa eminenti figure dell’ebraismo, esce dalle secche del dilemma fra antisemitismo e antisionismo per assurgere a tema politico, in attesa che le Corti Internazionali si pronuncino giuridicamente sul caso.  

Alcune delegazioni all’ONU sottoscrivono la cosiddetta Dichiarazione di New York. Il documento è lungo e di difficile lettura per i non addetti. Da notare certi passaggi salienti e soprattutto le firme illustri di alcuni paesi occidentali e di alcuni paesi arabi.

Per la prima volta, e in maniera diplomaticamente formale, le delegazioni arabe imputano a Hamas la responsabilità del pogrom di ottobre 2023 come l’inizio della crisi di Gaza. Chiedono che Hamas sia disarmata e lasci il controllo della Striscia all’Autorità Palestinese affinché amministri tutto il territorio (teoricamente) assegnato alla Palestina. Chiedono la fine dell’assedio a Gaza ed il ripristino di un barlume di vita civile. Chiedono infine che si dia vita ad uno Stato di Palestina in grado di convivere con lo Stato di Israele.

Il documento scrive molto di più, comprese alcune clausole da Israele sempre respinte in passato e che presumibilmente non accetterebbe neppure nel caso di una sistemazione globale. Rileva comunque che gli Europei abbiano il consenso degli Arabi per un’azione comune al fine di uscire dalla crisi, prima che sia troppo tardi. Prima che l’eccidio continui, prima che gli ostaggi periscano tutti in cattività, prima che Israele annetta Gaza e la Cisgiordania come dalle dichiarazioni di alcuni Ministri. La diplomazia batta un colpo per non lasciare il campo alla voce reboante delle armi ed alle ondate di terrorismo nella regione e altrove.

La chiave resta in mano americana. Non lo dichiara apertamente, ma in filigrana la Dichiarazione di New York rivolge l’appello a Washington affinché eserciti tutta la sua influenza sui contendenti per superare l’emergenza: liberare gli ostaggi vivi, rilasciare le salme dei morti, fermare gli eccidi. L’inviato americano visita Gaza assieme all’Ambasciatore a Gerusalemme. Si muovono i camion con le derrate alimentari. Gli aerei cargo sganciano gli aiuti con il paracadute. La triangolazione fra Egitto, Qatar, Stati Uniti prosegue verso l’intesa.

Il riconoscimento della Palestina è un atto simbolico per dare la scossa alle trattative ed esercitare pressione su Israele. Che la soluzione dei due stati sia effettivamente viabile, ed in quali modi e tempi, è da valutare nel corso dei negoziati sull’assetto finale. I negoziati per ora si concentrano sulle emergenze degli ostaggi e dell’assedio.

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