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David Grossman, Liliana Segre e Anna Foa

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di Franco Belci.

Le interviste a David Grossman, Liliana Segre e Anna Foa sono tra le cose migliori che ho letto sulla guerra a Gaza. lucide, coraggiose, sofferte. Grossman ha perso un figlio in guerra, tra le file dell’esercito israeliano. La storia di Liliana Segre è troppo nota per essere riproposta. Anna Foa fa parte di una famiglia ebrea che ha concorso a fare la storia della Repubblica. Sulle prime due posizioni si è aperta una discussione asimmetrica perché, come sempre, i titoli, per far sintesi, sbilanciano i contenuti: sembra quasi che uno si arrenda all’evidenza del “genocidio” da parte di Israele, l’altra ne contesti la sensatezza. Occorre precisare che non è così. Non a caso Liliana Segre si dice d’accordo con Grossman, anche se diffida del termine perché teme che resusciti l’antisemitismo. Un avvertenza del tutto comprensibile per chi è stata vittima della Shoah e solo per caso si è salvata. Dunque, è necessario partire dalle parole di Grossman: “Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: “genocidio”. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con le persone che sono state lì. Ma, questa parola serve principalmente per dare una definizione o per fini giuridici. Io invece voglio parlare come un essere umano che è nato dentro questo conflitto, che ha avuto l’intera esistenza devastata dall’occupazione e dalla guerra. E ora, con immenso dolore e col cuore spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi. Genocidio”.

Segre , da parte sua, pur con l’avvertenza di cui sopra, afferma: “Quello di Grossman è un ammonimento giusto. Perché quando si arriva ad affamare una popolazione – per quanto le responsabilità siano condivise con Hamas – il rischio di arrivare all’indicibile esiste”. Dunque, non esiste contrapposizione tra i due, che hanno avuto un bel coraggio, dopo essere stati contestati da chi semplifica le cose col bianco e nero. I colori danno riflessi e profondità di campo molto diversi. Del resto Segre su Netanyahu e il suo governo afferma: “Israele non è l’erede nè il rappresentante degli ebrei europei vittime dell’attentato Shoah: non deve usare quello scudo per giustificare qualunque suo eccesso, ma non deve neanche essere usato come pretesto per tornare a odiare il popolo ebraico e perfino le vittime di 80 anni fa”. Chiarissimo, non ci sarebbe nulla da commentare, se le parole dei due grandi personaggi non avessero destato un’inutile polemica. Va allora ricordato innanzitutto che ha avuto ragione papa Francesco: già nel 2024 si è posto il problema se si trattasse di genocidio o meno. Ma lui era il capo della cristianità e viveva in Vaticano, non in Israele. Ciò nonostante ha dato una lezione di pace  e ne ho personalmente condiviso l’interrogativo. E’ vero, tuttavia, come dice Grossman, che acquisire quel termine non avvicina la pace. Concretamente, ha costretto un’ Europa finora silente e oggettivamente connivente a svegliarsi, perfino in Inghilterra, Francia e Germania: in quest’ultimo caso vincendo il secolare senso di colpa per i crimini di Hitler. Da noi silenzio: non si sa mai che Trump si arrabbi. Penso anche che in Israele molti siano d’accordo con Grossman, ma, come lo scrittore stesso spiega, siano stati annichiliti dalla violenza del 7 ottobre. Va dunque tenuta ferma la distinzione tra Netanyahu, il suo esercito, i coloni, e chi si riconosce nelle posizioni di Grossman e Segre, ha chiesto le dimissioni del premier nelle piazze di Israele, ha bruciato la cartolina precetto: sono tutti ebrei, ma diversi come il giorno e la notte. Aggiungo, se ce ne fosse bisogno, che il premier di Israele (indagato per corruzione nel suo Paese e per crimini di guerra a livello internazionale) ha una terribile responsabilità: aver resuscitato l’antisemitismo estendendo deliberatamente il perimetro della condanna a chiunque non fosse d’accordo con lui, ONU compresa.

Infine, immaginando le argomentazioni delle schiere dei semplificatori, ritengo che sia un drammatico errore storico paragonare Gaza e Shoah. E penso che oggi sia quanto mai chiara la differenza tra “pacifisti” e “pacificatori”, pur rispettando entrambi. Il pacifismo è una rispettabilissima posizione ideale; chi vuole invece unire le parti, creare un minimo di stabilità, deve ispirarsi a Alex Langer, che in Bosnia ci andò per negoziare e ci lasciò il suo cuore quando vide che ogni sforzo era vano. Se ne andò dalla vita prima di vedere Srebrenica. Lo ricorda, in un bellissimo pezzo, Federica Manzon, nei giorni scorsi sui quotidiani NEM. E Lucio Caracciolo su “Repubblica”, in un articolo perfino commovente, ci insegna che ogni pace è “sporca” per definizione. Ma ogni pace salva delle persone ed è meglio della guerra, anche se raramente è giusta.

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