Di Cosimo Risi.
Trionfa la diplomazia da post quotidiano, uno spot pubblicitario a gloria di chi lo scrive e ludibrio di chi lo subisce. Donald Trump ci proietta nella nuova era. Non che sia il capostipite, altri prima hanno teorizzato la diplomazia mediatica, è l’utilizzatore finale della disciplina. Così abile nel praticarla che la diplomazia vera scolorisce fino a dissiparsi nella nuvola delle buone intenzioni.
I diplomatici professionali, specialisti nel bilaterale e nel multilaterale, cedono il passo ai negoziatori improvvisati. Esemplare è il caso di Steve Witkoff, inviato speciale per il Medio Oriente: per Gaza si vale della mediazione di un docente americano-palestinese chiamato in causa dalla vedova di Yasser Arafat. Cosa ne è degli Ambasciatori a Gerusalemme, Cairo, Doha, Riad? Il loro lavoro non figura, utile probabilmente quanto negletto a favore del rapporto diretto fra il Presidente e l’Inviato, a sua volta ricevuto dagli interlocutori come la voce più accreditata.
Il malfunzionamento delle relazioni internazionali risiede anche in questo. Le organizzazioni internazionali sono ridotte a figurine nel teatro della grande politica. Complice è l’apparente inerzia dell’UE e dell’ONU. In passato il Segretario Generale sarebbe volato da New York al fronte per interporre la propria persona fra i contendenti. Ora Antonio Guterres è persona non grata in Israele: uno smacco per l’ONU e per un suo stato membro.
Della diplomazia mediatica sta facendo le spese l’Ucraina. Insediatosi con la promessa di chiudere la guerra il giorno dopo, a distanza di sette mesi, Trump rileva che la guerra si ostina a produrre distruzioni. Il numero di un milione di vittime è un primato destinato ad essere superato abbondantemente.
L’apertura di credito a Vladimir Putin e, in contrappunto, il contenimento di Volodymyr Zelenskyj non producono l’effetto desiderato. Gli osservatori più attenti, è il caso del nostro ex Ambasciatore in Russia nel suo Diario moscovita, sostengono che il conflitto avrebbe potuto essere chiuso già nel marzo 2022, grazie al piano di pace della Cina. L’ipotesi di compromesso fu respinta, in prima fila dal Regno Unito di Boris Johnson e, pedissequamente appresso, dagli altri leader occidentali.
Il conflitto pare condannato a durare, finché (parole di Putin) la Russia non avrà raggiunto i suoi obiettivi. E cioè: scongiurare l’adesione dell’Ucraina alla NATO, l’adesione all’Unione è ritenuta sopportabile per il Cremlino; smilitarizzare l’Ucraina; privarla delle regioni occupate in tutto o in parte dall’Armata Russa. Sullo sfondo riaffermare la Russia come grande potenza rispettabile se non temibile nel gioco binario fra Stati Uniti e Cina.
L’Unione è ritenuta sostanzialmente ininfluente. Ora che gli USA si disimpegnano o dichiarano di disimpegnarsi secondo l’umore del post quotidiano del Presidente, l’affare ucraino diventa interamente affare europeo. Si materializza lo spettro che aleggia sulle nostre capitali dal 2022.
Bruxelles evita accuratamente di intervenire nello scacchiere mediorientale. Non lesina le dichiarazioni pro o contro questa o quella parte, bilancia il linguaggio di modo che una critica a Israele sia accompagnata dall’invito a rilasciare gli ostaggi e dalla lotta al terrorismo.
Non s’impegna direttamente, è una tradizione annosa che solo nel remoto 1980 la Comunità osò rompere con la Dichiarazione di Venezia. Un documento così coraggioso che spaventò gli stessi firmatari appena Israele e gli Stati Uniti ci invitarono a tornare al nostro posto. Finanziare la parte palestinese, rafforzare i rapporti con la parte israeliana, assecondare l’approccio americano qualunque esso sia.
In Medio Oriente la domanda semplice e perciò imbarazzante riguarda la strategia politica per il futuro. I Palestinesi possono essere dispersi, non eliminati come popolo. La sicurezza di Israele poggia su una molteplicità di fattori e non solo sulla deterrenza delle IDF e dei Servizi. Le proposte di Ehud Olmert e Tzipi Livni, due leader centristi, guardano ad un cambio di strategia e di guida nei due campi.
La pausa estiva incombe sulla Knesset. Benjamin Netanyahu può così rinviare all’autunno la verifica parlamentare della maggioranza. Incombe sui Gazawi stremati da fame, caldo, malattie. Incombe sull’Ucraina, la campagna militare russa si intensifica con la stagione calda in vista del letargo autunnale di piogge, fango, neve precoce. Nel frattempo aggiorniamo la triste contabilità delle vittime e delle distruzioni.