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A Srebrenica, dolore e silenzio

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L’11 luglio 1995, pochi mesi prima della fine del conflitto in Bosnia che durava da tre anni, le forze serbobosniache, agli ordini del generale Ratko Mladić, conquistarono Srebrenica. Nei giorni successivi circa ottomila uomini e ragazzi musulmani furono uccisi. Un massacro, il più grave compiuto in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale. Il 23 maggio 2024 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione,(documento A/78/L.67/Rev.) con 84 voti a favore, 19 contrari e ben 68 astenuti, con la quale istituisce la “ Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica del 1995“, da commemorare ogni anno. La risoluzione  inoltre condanna qualsiasi negazione del genocidio di Srebrenica come evento storico e anche le azioni che glorificano coloro che sono stati condannati per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio dai tribunali internazionali.

A guidare l’operazione allora fu il generale Ratko Mladic, a capo dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia d Erzegovina, con l’appoggio di gruppi paramilitari.

La zona era stata dichiarata protetta dall’Onu e a vigilare era stato chiamato un contingente di caschi blu olandesi dell’Unprofor.

A trent’anni da quel massacro Apertamente pubblica, da Maledetta Sarajevo ed. Neri Pozza, per gentile concessione degli autori Marzio Mian e Francesco Battistini, il capitolo

I sogni di Irvin.

A Srebrenica per trovare le ossa del padre

16 aprile ’92: “Attenti bambini, arriva Mladic!” – “I miei giocattoli in un sacco e scappai” – “Profugo a Brescia, che lusso” – “A 28 anni ho deciso: la mia vita è qui” – “Ogni giorno vado nei boschi, scopro i resti dei massacrati” – La testimonianza del generale Morillon, che mentì – La vergogna dei caschi blu olandesi, che andarono al mare

COME UN EREMITA

Foresta del monte Kak, Srebrenica

 Irvin è bambino, sei anni circa; prende sonno nella sua stanzetta in un paese delle montagne bresciane. Ed ecco il solito incubo, arriva puntuale come la notte. “Sono io che dormo proprio in quella cameretta in Italia e all’improvviso si sente rumore d’aerei militari ed elicotteri che arrivano per ucciderci perché eravamo sopravvissuti; mi sveglio, ma è sempre nel sogno, cioè come un doppio sogno, e c’è un esercito che avanza, vedo due grosse porte blindate di ferro che si chiudono sulla finestra per proteggermi… Le geometrie non erano quelle reali, a volte tutto sembrava capovolto, il sotto era il sopra e viceversa. Anche i rumori non erano verosimili, insieme a quello degli aeroplani sentivo il tifo in uno stadio, tutto si mischiava, le ombre, le sagome dei soldati… c’era qualcosa che dovevo capire”. Passano degli anni, Irvin è ora un adolescente, vive sempre con la mamma, la sorella e il fratello nella casetta da cui si vedono le Alpi, il padre a quel punto risulta già “disperso”, cioè ammazzato; come chiude gli occhi, si trova nella gabbia d’un nuovo sogno ricorrente: “Non si può ancora entrare a Srebrenica, io sono un ragazzo e con amici che non so chi siano organizziamo una banda militare per fare un blitz e andare a liberare le persone nel campo di concentramento. Ricordo che è mattina presto, estate, e fa già caldo…”.

Ricorda ogni particolare, Irvin. Quando si cala nell’archivio della sua angoscia è come se ci facesse da tramite con un altro suo mondo metafisico che ancora frequenta, gli basta orientare le antenne della coscienza – lo intuisci dall’improvvisa fissità mistica nei suoi occhi verde muschio – e quelle visioni diventano realtà pura, può descrivere i volti, i colori delle T-shirt degli amici, il tipo d’armi da fuoco che imbracciano. “Che ci faccio qui? Qualcuno mi ha detto che sono come Fitzcarraldo che vuol costruire un teatro dell’Opera nella giungla peruviana… Sono ritornato perché ero stanco delle maschere della civiltà. Dovevo affidarmi alla Natura che ha inghiottito e digerito tutta quella tragedia. E fare qualcosa, per mio padre, per i 27 famigliari che ho perso in quei giorni, per tutti gli altri di Srebrenica”.

 “Sara uno, Sara uno”. Come accade da mesi due volte al giorno, Murat  Efendić dal palazzo della Presidenza bosniaca a Sarajevo chiama via radio Ibrahim Bećirević, operatore a Srebrenica. La risposta in codice è drammatica, dice che la città ha terminato le munizioni. È il marzo 1993, i serbi da un anno stringono d’assedio Srebrenica, la resistenza è tenace, ma sembra ora una battaglia persa. Inizia qui una lunga serie d’eventi che porteranno alla vergognosa capitolazione dei Caschi Blu, al discredito dell’Onu, al fallimento del piano di pace Vance-Owen, l’unico dimostratosi percorribile, all’intervento della Nato, dopo che a Srebrenica i serbi erano stati liberi di compiere il peggior macello mai visto in Occidente dal 1945.

La città era stata sin dal ’92 un intralcio nei piani di Karadzic e Mladic, un’isola di terra nemica nel cuore della Republika Srpska: ogni tentativo di prenderla era stato respinto dalla milizia musulmana al comando d’un uomo coraggioso quanto spietato, Naser Orić, ex guardia del corpo preferita da Milosevic. Il 7 gennaio ’93, Natale ortodosso, Orić e i suoi compiono un’incursione a sorpresa a Nord di Bratunac, uccidendo molte centinaia di civili serbi e bruciando interi villaggi. La ritorsione è devastante, Srebrenica già allo stremo si riempie di rifugiati dalle aree circostanti. Non solo: Mladic impone il blocco a ogni aiuto umanitario.

Una pulizia etnica ottenuta per fame. Mentre il mondo guarda Sarajevo, nelle enclave orientali duecentomila musulmani versano in condizioni ancora peggiori. In marzo, quando arriva la notizia che a Srebrenica sono senza munizioni, il comandante dell’esercito bosniaco, Sefer Halilović, avverte il generale Philippe Morillon, capo delle forze Onu: l’offensiva serba è imminente.

 Piove forte quando incontriamo Irvin nel fitto della boscaglia, finché non ci rintaniamo nella penombra della piccola cucina annerita dal fumo, in uno stabile diroccato tra i faggi, casa sua. I muri grezzi sono crepati. Il pavimento di legno, povero e consunto. Chiodi alle pareti per le cerate e i maglioni. C’è un divano di stoffa sfondato, un tavolino, due sedie, un mobiletto con una dozzina di libri male impilati e molto letti, un coltello a serramanico, filtri, tabacco, cartine, fiammiferi, un barattolo di caffè come posacenere. La polaroid scolorita della famiglia prima della guerra. È un luogo provvisorio e squallido dove non è possibile mettere radici; d’altronde non sono le radici, quello che cerca Irvin Mujcic.

“È solo un tetto, sempre meglio d’una capanna, no?”. Irvin parla con calma mentre accende la stufa, seduto sui calcagni; le pause lasciano il racconto sospeso nell’aria umida, e impieghiamo un po’ a capire se è concentrato a scegliere il ciocco giusto o a mettere in fila i tasselli della sua storia; poi si capisce che è abituato al silenzio e a non violarlo con parole superflue. La fiamma rischiara il suo profilo, affilato da un’esistenza estrema, quasi ascetica, da umile derviscio di montagna. Siamo saliti da Srebrenica fino in groppa al monte Kak e poi al villaggio di Kasapic, una ventina di case abbandonate, divorate dall’edera e dai rovi, i tetti sfondati. Restano i buchi delle granate e il nero degl’incendi. I ruderi sembrano vasi giganti di pietra da cui spuntano le chiome degli alberi nati dopo la guerra. Sparse sui poggi di Kasapic vivevano duecento persone, i loro nomi sono scritti nel marmo all’ingresso dell’abitato. Irvin dice che stanno fuori dal conteggio degli ottomila di Srebrenica e che, nelle valli intorno, i borghi furono tutti rasi al suolo, “la Natura li ha sepolti”. S’intravvede in lontananza l’altopiano di Romanjia, oltre c’è Pale e poi Sarajevo. “Nel ’91, prima che partissimo, Srebrenica contava 38 mila persone, ora ufficialmente sarebbero undici mila, ma di abitanti veri nel distretto saremo non più di cinquemila. Troppi fantasmi, nessuno vuole vivere in un cimitero”.

 Il generale Morillon è informato che a Srebrenica c’è una moltitudine accampata per le strade, che i più deboli stanno morendo di fame. La popolazione, cresciuta in poche settimane da novemila a settantamila. Decide di muoversi, compiendo un gesto che rimarrà tra i più controversi della guerra. “Ci siamo inoltrati attraverso i boschi e dopo un paio d’ore ho deciso di salire su un mezzo blindato con la bandiera dell’Onu, per essere ben riconoscibili”, ci racconta via Skype con voce flebile, di vecchio: “Quando abbiamo raggiunto una collina che dominava la valle, tre bosniaci ci sono venuti incontro, stupiti della nostra presenza. ‘Come avete fatto ad arrivare qui?’, ci hanno chiesto. ‘Stavamo piazzando le mine, vi aspettavamo da un altro punto’, dicono. In quel momento, un mezzo saltò proprio su una mina, capovolgendosi”. Ricorda che faceva freddo, a Srebrenica non avevano nemmeno più mobili da ardere, bruciavano la plastica. Incontra il comandante Orić, gli promette che farà di tutto per stabilire un cessate il fuoco e aprire un varco per gli aiuti. Quindi Morillon si prepara a ripartire. Ma Orić ha ricevuto da Sarajevo altre indicazioni: trattenere il generale a ogni costo, finché non s’impegna a garantire sicurezza. “Usate donne e bambini per impedirgli di partire”. Si trova in ostaggio per due giorni, deve trattare la sua uscita da Srebrenica. È lì che Morillon prende un megafono e fa la promessa che lo perseguiterà per tutta la vita, facendolo passare da eroe a traditore, da comandante coraggioso e umano che assume iniziative al limite della disobbedienza a quel che i francesi chiamano crâneur, il tipico generale borioso in cerca di gloria. Poteva riscattare l’immagine dell’Onu e invece l’ha infangata: “Siete ora sotto la protezione delle Nazioni Unite. Vi assicuro che non vi abbandonerò mai”.

Anni dopo un belga che si trovava nel convoglio con Morillon ricorderà che Eric, il medico al seguito, appena vide issare la bandiera Onu che sanciva il patto, disse: “Ora siamo nella merda fino al collo”. Nel 2010, quando Morillon, a quel punto un eurodeputato francese, arriva per visitare il memoriale, le donne di Srebrenica gl’impediscono d’entrare, anzi lo cacciano proprio, l’accusano del fatto che con la sua promessa disattesa ha spianato la strada al genocidio del ’95.

“Ero lì per chiedere scusa”, ci dice. “Se solo avessi immaginato che le condizioni disperate di quella gente sarebbero andate avanti per altri due anni, e che sarebbe finita a quel modo, avrei evacuato tutti. Ma allora mi avrebbero accusato d’essere complice della pulizia etnica, e il governo di Sarajevo era contrario a ogni ipotesi d’evacuazione di Srebrenica. Io rimango convinto che a Sarajevo ci fossero già nel ’93 interessi a creare lì un grosso caso, per costringere la Nato a intervenire, ovviamente non si poteva prevedere che i serbi arrivassero a un punto tale… La mia opinione è, poi, che la furia dei serbi fosse stata così devastante come ritorsione per le stragi di Orić. Sia chiaro, questo non riduce le responsabilità di chi ha commesso quel crimine”.

Una figura complessa, quella del generale Onu, odiatissimo dai musulmani. Duro il giudizio del giornalista Zlatko Dizdarevic. “Nella differenza che passa tra orgoglio e onore, c’è tutto il generale Morillon”.

Irvin aveva 28 anni quando ha deciso di ritornare, ne aveva cinque quando se n’è andato da Srebrenica, la mattina del 16 aprile del ’92. “Di prima della guerra ho pochissimi ricordi, li cerco ma non ne trovo. La mia percezione di stare al mondo coincide con la guerra, potrei ricostruire giorno per giorno la settimana in cui siamo andati via. Ho ben chiara l’atmosfera in casa, le discussioni su quello che si doveva o non si doveva fare. I nonni si erano già trasferiti in una città del centro della Bosnia. Sento la mamma che chiama dal piano di sopra, sempre più allarmata. Io e mio fratello non rispondiamo, ci siamo rintanati sotto il letto in camera nostra. La mamma scende, la sua voce ha il tono del presentimento e urla i nostri nomi. A quel punto, usciamo. Le diciamo che ci nascondiamo per non farci trovare dai cetnici, quando arrivano. Mi ricordo la mattina della partenza, il giorno dopo le truppe di Arkan sarebbero entrate a Srebrenica. Non volevo lasciare la nostra casa e il babbo. Mentre la mamma prepara i bagagli, scappo nel bosco e cominciano a cercarmi. Finché non mi trovano, mi riportano dentro e di nuovo sparisco. Entra la mamma in camera, sono accucciato dietro la porta con un grosso sacco nero di plastica, quelli della spazzatura.

Che fai, Irvin?

Voglio portare i miei giocattoli con me, altrimenti non vengo.

Irvin, dai, fai il bravo, lasciali qui e vedrai che tra un paio di settimane torniamo, vedrai che li ritrovi.

Nel 2003, diciannove anni dopo, quando tornai per la prima volta a Srebrenica, scesi dalla corriera e corsi sparato a casa, entrando dalla parte di sotto, sul retro. Entro e guardo dietro la porta della mia camera, ma il sacco non c’è più”.

Quando la voce tradisce il magone dei ricordi, Irvin accenna a un sorriso mesto e insieme beffardo. “Nel ’92 andiamo dai nonni a Tešanj, vicino a Doboj, e ci stiamo circa sei mesi, abitiamo in una frazione sulle colline. Quando i serbi prendono Doboj, ci troviamo proprio sulla linea del fronte, qualcuno aveva scavato un rifugio nella terra, pioveva dentro, si stava nel fango. Sicché la mamma decide di ripartire e riusciamo a sconfinare, clandestinamente, in Croazia. Mia sorella aveva sette anni e mio fratello tre. Raggiungiamo a piedi l’unico posto dove pensiamo di stare al sicuro, dalla signora presso cui trascorrevamo le vacanze, a Tučepi, un paese sulla costa. La chiamavamo teta, zia, e suo marito era barba Branko. Ci ospitano gratis per tre mesi nella casetta del mare, ma il problema è che è inverno, non c’è riscaldamento, il bagno sta fuori e la bora tira a 110 all’ora. Barba Branko riesce a trovarci un posto al campo profughi di Podgora, dove trascorriamo sei mesi. C’era gente soprattutto della zona di Mostar, musulmani e cattolici. Non ricordo episodi di razzismo da parte della gente del posto, ma i croato-bosniaci del campo erano sempre più aggressivi, mi picchiavano, ci chiamavano sporchi turchi. All’inizio avevamo il permesso d’andare a scuola, ma poi in Croazia passò un decreto che vietava la frequenza ai profughi musulmani, mia sorella fu espulsa dalle elementari, io venni cacciato dall’asilo. Avevo due peluche, un elefante e una scimmia. Una mattina, mamma arriva al campo e mi trova sulla ghiaia a piangere coi peluche. Le dico che all’asilo non ci voglio più andare, poi scopre che la maestra ha fatto di tutto per tenermi, finché ha potuto. La cosa bella era che faceva ormai caldo e, mentre gli altri andavano a scuola, noi passavamo le giornate al mare: anche la discriminazione ha i suoi privilegi. Mamma e altre signore organizzano una scuola al campo e recuperano, non so come, quaderni e matite. Ma la situazione era ormai insostenibile, eravamo senza soldi, nessuna notizia di papà. Lo immaginavo impegnato con l’Fk Guber, la squadra di Srebrenica, dove lui allenava i più giovani. Mi mancavano le partite, ci andavo sempre con lui”.

 Il campo del Guber è insaccato tra le case squarciate di Srebrenica e la collina. Dagli spalti si vede il memoriale, dove sono sepolti seimila corpi recuperati dalle fosse. Oggi è l’unica squadra multietnica nella prima divisione della Republika Srpska e anche i sei serbi in formazione, durante le trasferte, sono bersaglio d’insulti, balje!, turchi di merda pure loro. A Sokolac, ad esempio, è rissa sicura, dagli spalti s’irride al genocidio. In pratica gli arbitri sono i nuovi peacekeeper... La società fu fondata settant’anni fa da un bosgnacco e da un serbo, nel ’92 il campo diventa il bivacco dei paramilitari, nel ’95 uno dei punti di raccolta degli uomini destinati alla fucilazione e alle fosse comuni. “Quando le prime famiglie di musulmani cominciarono a rientrare, era il 2002, ricordo che i bambini serbi giocavano in una metà del campo e i bosgnacchi nell’altra”, dice l’iman di Srebrenica, Damir Bektic: “Sapete come funziona fra ragazzini… La palla finiva spesso nell’altra metà campo, all’inizio era calciata nel bosco, poi uno la passava civilmente, l’altro accennava ad un dribbling, finché non si giocava la prima partitella… A una squadra mancava il portiere, l’altra aveva bisogno d’una punta. E per vincere bisognava passarsi la palla, quando si segna ci si abbraccia…”. La stagione gloriosa del Guber, allora tutti minatori nelle miniere di bauxite, fu proprio l’ultima prima che venisse giù tutto. Nel ’90 divenne un caso nazionale quando batté il Budugnost di Titograd e arrivò agli ottavi della Coppa di Jugoslavia, vinta dalla Stella Rossa di Belgrado, che in quell’anno conquistò la Coppa dei Campioni. “Oggi sono oltre cinquanta, i ragazzi tesserati. Alle partite le famiglie non si mescolano tanto, ma non importa, sono tutti lì a tifare la stessa squadra. Ci sono calciatori che hanno parenti sepolti là dentro”, dice l’Iman indicando il memoriale, “altri hanno il padre che ha combattuto dall’altra parte. Ma sono amici in campo e fuori. Il calcio è stato l’unica cosa bella accaduta in trent’anni”.

Sui tornanti che salgono al monte Kak, hanno resistito le scritte della mitica vittoria del Guber a Titograd. Quando il papà allenava i ragazzini, Irvin era un po’ geloso. Arrotola un’altra sigaretta, l’accende e riavvia il fuoco della stufa con un prolungato sbuffo di fumo. “Lo adoravano, e lui aveva una pazienza infinita. Quando lo salutammo, eravamo sicuri che ci saremmo rivisti dopo qualche settimana, la guerra in Bosnia non poteva durare, figurarsi a Srebrenica, poi, dove non c’era mai stato un problema, nella Seconda guerra mondiale fu un caso unico, dipendeva da dove arrivava l’attacco e le possibili vittime venivano subito nascoste nelle stalle. Non tanto nei villaggi intorno, ma a Srebrenica era quasi un vanto, c’erano le miniere e i matrimoni misti. Papà era rimasto a presidiare la casa. Era tutto quel che avevamo. Non ricevere sue notizie era un tormento, ci fosse almeno stato anche lui con noi in quel maledetto campo in Croazia… Barba Branko riesce a procurarci i documenti per entrare in un programma internazionale d’accoglienza. Eravamo una quarantina di famiglie, destinazione Italia. Di nuovo non voglio partire, a Spalato imploro la mamma di non andare in Italia, perché lì c’è la mafia, ci uccideranno. ‘Ma non li guardi i film?’, le urlavo. ‘Abbiamo già lasciato la nostra casa e papà, almeno qui parlano la nostra lingua!’. C’è mamma che mi trascina per strada, fino all’imbarco. Ma i poliziotti croati non vogliono farci salire sulla nave, ci minacciano che non saremmo mai più potuti passare da quella dogana. Lì c’era anche un gruppo di volontari italiani, Beati i Costruttori di Pace, dei pazzi scatenati: erano andati a protestare contro la guerra, volevano arrivare fino a Sarajevo, ma erano stati bloccati e respinti. Prendevano lo stesso traghetto. Dicono che se non si permette a noi profughi di salire, allora com’è vero Dio il traghetto non lascia Spalato. Mamma convince le altre famiglie: ma voi pensate davvero che la prossima volta ci sarà proprio questo bastardo di poliziotto? Così consegniamo i documenti, e quello li strappa a metà, uno per uno. Dal traghetto, avvisano che arriveremo tutti senza documenti. Quando ci permettono di scendere ad Ancona m’aggrappo al passamano, mamma piange, m’implora, tira…. In quel momento sul molo c’è un gran trambusto, i carabinieri stanno arrestando dei ladri, usano i manganelli. ‘Mamma, hai visto? Che cosa ti dicevo della mafia?’. Saliamo in autobus fino a Montichiari, vicino a Brescia, dove hanno preparato un mega pranzo per tutte le famiglie. Ci dividono in piccoli gruppi, i sindaci prendono in consegna le famiglie destinate ai loro comuni. ‘Voi siete di Srebrenica? Allora, andate in montagna…’. Finiamo a Cevo, mille abitanti a mille metri. C’è la banda a riceverci, pacchi di regali per tutti, ancora una tavola imbandita. Eravamo muti, noi lì nel lusso e papà chissà come se la passava, se aveva di che mangiare. Solo qualche mese prima, a Tešanj, mamma faceva chilometri per andare a recuperare un po’ di farina sotto i bombardamenti… E ora eravamo nella bambagia, tra quella gente così buona. Ci sono rimasto tredici anni, a Cevo. Le prime sere i bambini venivano a guardarci dalla finestra, eravamo un’attrazione. Era stato un paese di partigiani, bruciato dai tedeschi, sempre di sinistra. Le stesse persone che ci hanno accolto, i miei amici, qualche anno fa hanno indetto un referendum per decidere se accogliere una famiglia di afghani, ‘chissà se sono come Irvin e suo fratello Emir, oppure se sono delinquenti’, dicevano… Mamma? Mamma sta ancora a Cevo”.

“L’ultima volta che ho salutato mio marito, ho cercato d’imprimermi nella mente tutto di lui. Il suo sguardo, la camicia di jeans chiaro che indossava. Pensavamo che la guerra sarebbe finita in poche settimane e non capivo perché, lasciarlo, mi desse tanto dolore. Ora, invece, credo che soffrissi in quel modo perché sentivo che non l’avrei rivisto ma i più. Almeno le ossa di mio fratello Mevko sono state trovate. Me le hanno consegnate in una busta. Ma di Muharem, mio marito, non ho più saputo nulla. Per tanto tempo ho sperato che fosse solo prigioniero, che prima o poi sarebbe riuscito a liberarsi. Ma sono passati troppi anni. Con la testa, ho smesso di sperare. Nel 1993, dopo mesi d’assedio, Srebrenica venne dichiarata area protetta dall’Onu, assieme a Tuzla, Žepa, Bihać e Goražde. Doveva essere per i bosniaci musulmani un luogo sicuro, protetto. Le cose andarono diversamente. Dopo un anno che eravamo a Cevo, siamo riusciti a metterci in contatto sfruttando la frequenza dei radioamatori, mio marito cercava di tranquillizzarmi, diceva che l’Europa non avrebbe permesso che succedesse qualcosa di brutto. So che in quei giorni di luglio del ’95 la mia vicina di casa lo ha visto salire su un camion di paramilitari serbo-bosniaci, so che ha fatto un cenno timido di saluto, come per invitare chi lo guardava a non preoccuparsi troppo. Ma non saprò mai che cos’ha passato, quanto ha sofferto, le domande che si sarà fatto. È da qualche parte, non altro che ossa. Le bare in cui finiscono sono leggere come fantasmi. Per chiudere davvero questo cerchio di dolore, avrei avuto bisogno di vedere il suo corpo morto” (Nadja Mujcic, Cevo, Brescia).

“Fu assunto dal battaglione olandese, come traduttore nella seconda base. Papà parlava abbastanza bene l’inglese. Lui e mio zio erano partiti per i boschi e quando sono arrivate le prime granate ha deciso di ritornare indietro, assieme a un suo vicino di casa: ‘Quel che succederà agli altri, che succeda anche a me’, ha detto. Così mi è stato riferito. Forse poteva salvarsi, chissà. Ho saputo pure che stava con un gruppo di compaesani, poi uno dei paramilitari lo riconobbe, dai tempi in cui papà era attaccante nel Guber, avevano giocato contro. ‘Ehi, Muharem, come te la passi? Dai, alla svelta, sali su sul camion…’ E lui è salito. Non è facile accettare una cosa simile… Mi hanno raccontato che nel ’94, quando Srebrenica era assediata e c’erano i mondiali di calcio negli Stati Uniti, tutti cercavano il segnale tv, ma era troppo debole in città. Così, assieme ad altri amici, televisore in spalla, passando tra le linee nemiche, mio papà saliva sul monte sopra Srebrenica per vedere le partite. Quelle più importanti, le ha viste in questo modo”.

Negli occhi c’è tutto l’orgoglio per quella follia del padre. “Il coraggio di vivere e la voglia di restare persone integre, sono la vera risposta all’aggressione”, dice. Nella sua casa-capanna Irvin è scollegato dal mondo e per comunicare, o vedere qualche partita della Serie A sullo schermo del cellulare, deve salire di altri cinquecento metri sul monte, magari col buio, nella neve, rischiando d’incontrare l’orso.

In quell’inizio d’estate del ’95 i serbi stanno perdendo parecchio terreno. E i croati ne conquistano. Tudjman ha uccellato Milosevic, s’è dimostrato giocatore più astuto: ha accantonato il suo odio per i musulmani e lanciato in Bosnia Erzegovina un’azione coordinata con Izetbegovic e approvata dagli americani. Le forze di Mladic subiscono brutte sconfitte nella regione di Bihac, il morale è rasoterra. Da Belgrado a Pale, da Milosevic passando per Karadzic e Mladic, sono tutti d’accordo di concentrare la battaglia su Srebrenica, di togliere di mezzo una volta per tutte quell’enclave di turchi dal territorio puro della Republika Srpska. Dovrebbe essere area demilitarizzata, ma Orić e i suoi miliziani islamici continuano a lanciare spedizioni nei villaggi serbi circostanti. Mladic è una belva, ha in odio il mondo intero da quando s’è suicidata la figlia Ana, nel ‘94. E sa che il contingente olandese dell’Onu, a protezione di Srebrenica, non vede l’ora di togliere le tende, ha poca voglia di rischiare la vita ed è notoriamente filo serbo. Carica i suoi, li incita alla soluzione finale, alla tv serba dice che è arrivata l’ora di vendicare torti secolari. Il bombardamento comincia il 6 luglio. A quel punto, entro il perimetro cittadino ci sono quarantamila persone, le munizioni sono finite e le forze musulmane di Orić a difesa dei civili hanno abbandonato la posizione. Inizia la fuga dei civili, verso i boschi e a ridosso dei compound Onu. Le richieste dei Caschi Blu olandesi per un intervento aereo sono ignorate più volte, si sentono isolati e sopraffatti. Man mano che i serbi avanzano, gli olandesi indietreggiano verso il loro campo principale di Potočari, assediato da circa 25 mila civili che implorano protezione. Il 12 luglio Mladic si presenta a Potočari, mostrandosi bonario e paterno, accarezza i bambini davanti alla telecamera della tv serba: “Siate pazienti, chi vuole partire potrà farlo…”. Appena la telecamera si spegne, ordina ai musulmani maschi di formare file ordinate, stanno già caricando camion e pullman di civili, diretti in territorio sotto controllo bosgnacco, ma vi arriveranno solo donne e bambini. I caschi blu stanno a guardare, allontanano la folla che ripara nei capannoni industriali vicini, dove finiranno di vivere. Non solo, il generale convoca il comandante olandese Thomas Karreman e il suo stato maggiore in un ambiente attiguo all’hotel Fontana di Bratunac. Nella stanza hanno legato un maiale, Mladic propone un brindisi, stappa la bottiglia di šljivovica coi denti, augura lunga vita ai presenti. Un soldato estrae il coltello e lo infila nel collo del maiale, che lancia urla strazianti. “Così trattiamo i nostri nemici”, dice Mladic al collega, ormai pallido e terrorizzato. In quelle ore e per i giorni successivi, i serbi fucilano migliaia di maschi nei magazzini e nelle scuole di Srebrenica, Bratunac e in tutta l’area. Rastrellano i fuggitivi nei boschi, lungo i sentieri del monte Kak, anche con le jeep sequestrate ai caschi blu. Molti s’impiccheranno ai faggi, per non finire nelle mani dei paramilitari. A lavoro fatto, e mentre le ruspe serbe scavano per sotterrare montagne di corpi, alle truppe Onu è permesso di lasciare l’enclave, sono salutate con cordialità e pacche sulle spalle dal Boia, che offre anche dei pacchettini regalo a Karreman e ai suoi ufficiali. Forse in cambio delle armi che questi sono costretti a consegnare ai serbi. I codardi olandesi se ne vanno a nuotare in Dalmazia, senza sapere d’essersi lasciati alle spalle un genocidio, e d’esserne complici. 

“Quando sono venuto per la sepoltura di mio zio, nel 2007, avevo deciso che Srebrenica era un capitolo chiuso della mia vita. Di far finta che non fosse successo niente…” Irvin in Italia studia filosofia, si occupa d’immigrati nelle ong, tra Nord Africa e Bruxelles. Il suo è un processo interiore sempre più radicale verso l’origine del pensiero razzista e dell’atto genocida, si occupa dello sterminio di rom e sinti, le più dimenticate tra le vittime dell’Olocausto. Organizzavisite ad Auschwitz, diventa mediatore culturale per la scolarizzazione dei bimbi rom in Italia. “È stato un modo di mettere me stesso con le spalle al muro e di riflettere sulla mia storia. Ma anche di capire che certe dinamiche, presenti qui a trent’anni fa, riaffiorano in Europa. Non potevo più far finta di nulla, lasciare che Srebrenica morisse, diventando solo un’altra Aushwitz, perché allora vuol dire darla vinta a chi ha compiuto il genocidio. La miglior risposta al genocidio è il ritorno alla vita. Negli ultimi tempi, appena arrivato, mi tormentava un nuovo sogno. Era come se io e mio padre stessimo cercando d’incontrarci attraverso i sogni… Oserei dire, coraggiosamente. Siamo infatti consapevoli che alla fine del sogno moriremo entrambi. Ogni volta moriamo e resuscitano ad oltranza, nonostante l’angoscia dell’uccisione. Il sogno in cui coesisto insieme a mio padre mi piace, a tratti appare poetico. Lui è vestito sempre uguale, indossa una camicia marrone chiaro con delle sottili linee bianche, è appoggiato alla staccionata della casa dei nonni. Poi il sogno si spezza. Anche se l’ho fatto tantissime volte, cambia sempre qualcosa, si prosciuga, come se diventasse via via più essenziale e veloce. È questo frantumarsi del sogno, che mi ha spinto ad accelerare e a riprendere quel che è mio prima che sparisca. Mi chiedevo che senso ha essere sopravvissuto, perché mia madre mi ha salvato, perché mio padre è morto… E così ho ripreso la via di casa, la foresta mi chiamava, e non solo perché da qualche parte qui in giro ci sono le spoglie di mio padre. No, dovevo restituire a Srebrenica la mia fortuna d’essere stato tirato fuori dalla guerra per un pelo, d’aver avuto la possibilità di studiare in un paese in pace. Che senso ha tutta questa mia fortuna, mi dicevo, se non la riporto a casa?”

Irvin scende a Srebrenica una volta al mese per i rifornimenti base, farina, olio, caffè, tabacco. Il resto viene dalla foresta, funghi, piante selvatiche, cervi. Quando s’addentra nella boscaglia, Irvin si sente un pellegrino sui sentieri della disperazione, battuti da migliaia di persone e dai carnefici che le inseguono. Ci sono momenti in cui gli sembra di camminare sulle orme del padre. Addentrandosi nei boschi d’abeti, fitti come i denti d’un pettine, ha scoperto un luogo sacro, un reliquiario. Centinaia d’effetti personali dispersi, abbandonati dai braccati. Quegli oggetti non li tocca mai, sono tazzine, scarpe, indumenti, coperte, pentole, posate, cassette audio, ancora adagiati sul letto degli aghi d’abete, dove non cresce nulla perché la luce filtra appena. Si siede sui calcagni in raccoglimento e parla col padre. Ma l’angoscia sta guarendo.

“Basta, con questa realtà imposta del lutto perenne. Come scrive Andric, ‘alla fine avremmo dovuto solo vivere’. Possibile che l’immagine della Bosnia sia sempre quella della guerra? Dove sono le foreste, i laghi, la natura selvaggia, l’umanità della gente? Vai su Google, cerchi Srebrenica ed è solo morte e brutalità, quelli che vengono qui sono turisti del macabro… Io sono qui per costruire!”.

Accadde tutto ai piani di sotto. Nella fabbrica abbandonata, che allora produceva accumulatori per auto e adesso è la finestra sulla memoria. I serbi di Mladic chiusero il paese, ammassavano gli uomini al pianoterra: nella portineria ci sono ancora scarpe rattrappite. Agli uffici del primo violentavano le donne, vecchie o bambine faceva lo stesso. Là dietro poi stavano gli olandesi, “i peggiori di tutti”, ci dice Hikmet, un sopravvissuto, “ci lasciarono in mano a quelle bestie, fuggirono nelle discoteche di Spalato”. Al posto di guardia c’è ancora la scritta United Nations che un graffitaro ha ribattezzato United Nothing. Nessuno che sia mai arrivato dall’Olanda a posare un mazzo di tulipani. A Tuzla si può visitare un enorme frigorifero, un odore da svenire: migliaia di sacchi, con dentro i pezzi di corpi. Ne mancano ancora molti all’appello. A Sarajevo c’è un laboratorio attrezzato, nei sotterranei refrigerati della Commissione per le persone scomparse (Icmp), dove comparano il dna di teschi, brandelli di vestiti dissepolti in ogni angolo dei Balcani. L’Icmp ha lavorato anche a Ground Zero, è una squadra di duecento persone che sta riscrivendo in provetta le tragedie degli anni ’90, dalla Croazia al Kosovo: 25.146 desaparecidos. Le fosse comuni nei Balcani sono una storia che nessuno vuole riesumare. Troppi fantasmi popolano questi boschi. E molte verità sono ancora da raccontare. Come quella del comandante musulmano Oric, che doveva difendere Srebrenica e invece l’abbandonò. Perché lo fece? Accusato, tirò in ballo il presidente Izetbegovic e un accordo segreto per consegnare la cittadina ai serbi. Era un ordine superiore, disse. L’olocausto di Srebrenica fu l’ultima goccia di sangue, fece traboccare l’incapacità dell’Onu, costrinse la Nato a bombardare, portò agli accordi di Dayton. “Questa è una storia solo congelata”, ci ha detto Svetlana Broz, la nipote di Tito che vive da queste parti. “Come fa la gente a dimenticare? La Bosnia Erzegovina è uno Stato obbligato a restare unito solo dalla comunità internazionale. L’odio, lo respiri”. Nessuno ricorda dove stava l’11 luglio del ’95: per i non balcanici, un giorno come un altro. Ma nulla sarà come prima, dopo Srebrenica. Per l’Onu, una macchia indelebile. La gente aveva scelto quel posto perché credeva nella protezione dei Caschi Blu, e ha invece trovato la morte. Le donne di Srebrenica per sopravvivere si vendevano ai loro angeli custodi: c’era un bordello, una casetta bianca vicino al campo olandese, il silenzio della vecchietta che ci abitava valeva un paio di sigarette. I soldati olandesi ci andavano a gruppi, trattavano, per le richieste speciali si svenavano, persino quattro pacchetti di sigarette. Molto spesso, l’affare veniva combinato attraverso la rete del campo, i bambini usati come tramite con le ragazze. Anche in pieno giorno, i militari aprivano il filo spinato e si calavano le brache. Le ragazze si alzavano col viso pieno di tagli. Come scannatoio, s’usavano anche le appartate torri d’avvistamento: un giorno Alma, 14 anni, volò di sotto. Nel compound del Dutchbat, il nome del battaglione olandese, ci sono ancora i graffiti sulle pareti, gli affreschi del delirio, falli naturalmente giganti su poverette naturalmente soddisfatte, e le didascalie: “Non ha i denti? Ha i baffi? Puzza di merda? E’ una bosniaca!”.

Qualche mese dopo ci fu una “festa della Vittoria” a Zagabria, ad elevato tasso alcolico. Karreman e i suoi luogotenenti ricevettero le congratulazioni del ministro della Difesa olandese, Joris Voorhoeve, e ballarono il kolo su una versione della canzone di Gloria Gaynor, “I will survive”, suonata da una fanfara d’ottoni. Molti amici, molto disonore. A parte un’inchiesta del 2002, che portò alle dimissioni del primo ministro Wim Kok e del capo delle forze armate, in Olanda sui fatti di Srebrenica c’è stato un sistematico processo di rimozione, mai un’esplicita dichiarazione di responsabilità. Anzi: nel 2020, i quattrocento veterani del Dutchbat hanno ricevuto un risarcimento danni di cinquemila euro ciascuno. “Un segno d’apprezzamento per il servizio svolto”, la motivazione del ministero della Difesa, e un riconoscimento per lo stress post-traumatico sofferto, per essere stati “poco sostenuti”, per niente “rispettati” e per aver operato “in circostanze eccezionali”.

Così abbiamo scoperto che quei soldati hanno sofferto moltissimo per non aver potuto fare di più. Quasi delle vittime, perché furono abbandonati dalle gerarchie militari e infine finirono nel tritacarne dei media. Poverini… Già nel 2006, un ministro dei Paesi Bassi appuntò quattrocento medaglie al petto di quei reduci. E quando il presidente turco Erdogan ricordò le colpe olandesi, la risposta fu dura: “Una disgustosa distorsione della storia”, disse il premier Mark Rutte.

 L’ultimo sogno di Irvin è bellissimo. “Mi trovo nel bosco, cammino, come faccio nella realtà, e a un certo punto compaiono due grosse lepri e nel vedermi fanno qualche balzo per scappare, io mi fermo e così anche loro. Succede più volte, finché non spuntano una serie di leprotti che cominciano a girarmi in tondo. Provo un gran senso di pace…”. Irvin è diventato un ricostruttore di pace, la ricerca del padre ha generato un cambiamento concreto, inciso nella realtà e nel paesaggio di Srebrenica: alla luce tenue dell’ultimo pomeriggio, ci guida dove sorge la “sua città”. Su un pianoro circondato dalla foresta, sta realizzando con le sue mani un borgo di sadrvan, casette di pietra e legno tagliato con l’accetta, secondo la tradizione dell’Osat, la regione della valle della Drina. Tutto a incastro, l’isolamento è fatto con la lana delle pecore. Il progetto è quello d’ospitare viaggiatori offrendo un’idea nuova di Srebrenica, combinando il culto della memoria con quello della conservazione ambientale, i diritti umani e la sintonia con il selvaggio. “L’unico modo di chiudere una guerra è quello di ricostruire, e questo è il compito della mia generazione. Quando qualcosa ti viene distrutto, che sia una casa, l’infanzia o la tua famiglia, dentro hai tanta rabbia, forse anche odio. Ma dentro abbiamo anche un potere incredibile di trasformare il dolore in azione. Si mette un piede davanti all’altro, e si riparte”.

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