Il diario dell’ambasciatore che ha rappresentato l’Italia a Mosca, in un periodo cruciale segnato dall’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito di Putin, è una storia fatta di intensi contatti diplomatici, sensazioni, vicende umane e personali. Ma ciò che emerge è soprattutto una lucida riflessione, da un punto di vista privilegiato, sulle reali possibilità di un percorso di pace duraturo. La fine delle ostilità non può limitarsi alla cessazione delle operazioni belliche: è necessaria una strategia di lungo periodo che affronti questioni spesso passate in secondo piano, come la difesa dell’ambiente, l’emergenza terrorismo, le migrazioni, le sfide delle nuove tecnologie e dello spazio. Tutto questo recuperando strumenti di multilateralismo efficace in ambito politico ed economico, in un progetto che non si limiti agli attori continentali, ma possa coinvolgere i grandi schieramenti dello scacchiere internazionale. Un percorso difficile, eppure obbligato: l’unica strada da seguire per assicurare un futuro al nostro Occidente.
La pace difficile: a proposito dei Diari moscoviti di Giorgio Starace.
di Cosimo Risi
Giorgio Starace, Ambasciatore a Mosca negli anni della guerra all’Ucraina, ha l’umiltà intellettuale del diplomatico al servizio dei fatti. Il suo La pace difficile, Diari di un Ambasciatore a Mosca (Mauro Pagliai Editore, 2025) ne è la testimonianza scritta.
L’irruzione di Donald Trump sulla scena, l’espressione si attaglia allo spirito ruvido del personaggio che “non le manda a dire”, produce un’accelerazione nel processo negoziale. Il balletto dei veti da parte ucraina e da parte russa è travolto dalla presa diretta.
L’inviato di Trump, già competente per il Medio Oriente, sostituisce più che integrare la diplomazia ufficiale. Steve Witkoff è un immobiliarista che bada al sodo: al business come chiave per la soluzione delle controversie. L’intendenza, ovvero la diplomazia, seguirà.
Starace riconosce all’iniziativa di Trump il merito di avere portato alla luce il dato che veniva impudicamente taciuto: l’insania del conflitto con il suo corredo di un milione di vittime e di immani distruzioni. La mediazione non può che avere l’autorevolezza degli Stati Uniti. La maniera americana per riconoscere all’interlocutore russo il rispetto che ritiene di meritare per la propria statura strategica.
L’Europa assiste alla trattativa con smarrimento. Il suo dogma, sostenere la causa ucraina a oltranza, subisce una frattura, ad opera per di più dell’alleato storico. Si moltiplicano i fuori onda dei dirigenti americani, in primis del Vicepresidente Vance, con gli sberleffi a danno degli Europei: pusillanimi e scrocconi. Se ne risentono persino i Britannici, gli eroi della Seconda Guerra Mondiale.
Starace chiude lo stantio dibattito italiano sul Manifesto di Ventotene: l’europeismo non è una scelta, è una necessità. Gli stati membri ben poco possono da soli, tengono botta solo se coalizzati fra loro e con il Regno Unito, nonostante Brexit.
La situazione mondiale volge al “caos creativo”, la definizione è cara a Starace. L’Europa eredita la grande tradizione diplomatica greco-romana, quella che ha la dignità filosofica di Aristotele: ha il dovere di aggiornarla all’attuale temperie. La nostra azione deve combinare forza e diplomazia, affinché i giochi non si compiano a nostra insaputa o, peggio, a nostro danno. La pace in Ucraina è con gli Europei o non è.
La porta è stretta. Starace lo riconosce alla luce dei rapporti con i Russi. Essi danno della situazione internazionale una lettura diversa dalla nostra. A cominciare dalle cause remote della guerra.
L’allargamento della NATO è stato per i nuovi membri il frutto della libera scelta da stati indipendenti. Per i Russi ha significato la minaccia dell’Occidente ai propri confini, con un anello potenzialmente offensivo. Con la fine dell’Unione Sovietica era cessato il pericolo orientale. E allora perché tenere in vita e rafforzare la NATO quando non c’era più il bersaglio dall’altra parte?
Lo scriveva Mikhail Gorbachev: il patto fra gentiluomini che, da ultimo Presidente URSS, aveva concluso con il Segretario di Stato USA era basato sulla parola d’onore. Quella parola l’Occidente l’ha tradita dichiarando la vittoria della Guerra Fredda. Quale vittoria? Per Gorbachev non c’era vittoria perché non c’era stata la guerra, era Mosca ad aver abolito la dottrina del confronto a favore di quella della cooperazione.
Il grande equivoco, secondo Starace, sarebbe alla base del crescendo di incomprensioni fra le Parti. Significativo è il discorso di Vladimir Putin a Monaco (Conferenza sulla sicurezza, 2007): la Russia merita rispetto. Barack Obama non può declassarla a potenza regionale. Il vero contendente mondiale è la Cina. La Russia si goda le immense ricchezze dell’immenso territorio e lasci lavorare chi comanda davvero.
Nel “caos creativo” di oggi, l’Europa si sveglia bruscamente dal sonno della sicurezza garantita dagli Americani, deve badare a sé stessa. È il maturo adolescente che esce di casa a misurarsi con le fatiche del giorno.