di Cosimo Risi
L’idea d’Europa si sostanzia nell’arte diplomatica, un’antica disciplina che affonda le radici nella civiltà greca. Nella frammentazione politica delle póleis, le città-stato, le relazioni diplomatiche sono fondamentali per la gestione dei conflitti, la stipulazione delle alleanze e il mantenimento dell’equilibrio geopolitico.
La diplomazia merita la dignità filosofica. Nella Etica Nicomachea, Aristotele distingue tre virtù fondamentali per l’ambasciatore ideale: phronesis, prudenza: necessaria per comprendere il contesto politico e sociale delle trattative; dikaiosyne, giustizia: per garantire trattati equi e vantaggiosi per entrambe le parti; areté, eccellenza: l’ambasciatore come individuo virtuoso e idoneo a perseguire il bene comune.
Il lessico diplomatico riflette la stratificazione delle relazioni tra le città-stato. Tra i termini più significativi, troviamo: présbeis designa gli ambasciatori e deriva da présbus, anziano, suggerendo che tali figure siano scelte tra individui di comprovata esperienza e saggezza; kērux è il messaggero ufficiale, investito del ruolo di mediatore, incaricato di proclamare trattati e dichiarazioni di guerra; theorómenoi sono gli inviati con funzioni religiose e diplomatiche, evidenziando il legame tra diplomazia e sacralità.
La connessione tra la religione e la diplomazia richiama il concetto di telos, il fine ultimo dell’azione politica. Un buon ambasciatore trasmette messaggi ed opera per il bene comune in quanto scopo supremo della comunità politica. L’ambasciatore deve avere un’efficace capacità persuasiva. Nella Retorica, Aristotele sottolinea l’importanza della capacità oratoria: “La retorica è la capacità di considerare in ogni caso ciò che può essere persuasivo.”
Nei poemi omerici la pratica diplomatica esibisce capacità negoziali e di persuasione, unite se necessario all’uso della forza. Un episodio emblematico del confronto con l’alterità è l’incontro tra Odisseo e Polifemo nell’Odissea.
Odisseo si presenta inizialmente come un viaggiatore, cerca di negoziare con il Ciclope, invocando le leggi dell’ospitalità (xenia). Polifemo le rifiuta e si mostra ostile. Odisseo adotta una strategia diplomatica basata sull’inganno e sulla retorica, dice di chiamarsi “Nessuno” per evitare ritorsioni. L’episodio mostra due aspetti della diplomazia: il tentativo iniziale di dialogo e negoziazione basato su valori comuni; l’uso dell’astuzia come strumento alternativo alla forza.
L’incontro con Polifemo è l’epitome dello scontro tra civiltà. Il Ciclope rappresenta l’alterità assoluta, aliena alle regole condivise. Odisseo incarna la razionalità e l’abilità diplomatica greca. La diplomazia può fallire in contesti irriducibilmente ostili, sovviene allora il ricorso alla forza.
Erodoto descrive il ruolo delle ambascerie nelle relazioni tra Greci e Barbari. Un episodio esemplare è la richiesta di terra e acqua da parte degli ambasciatori persiani inviati da Dario I alle città greche, simbolo di sottomissione al potere achemenide. La risposta degli Spartani è drastica: gli ambasciatori persiani sono uccisi. Sparta respinge così qualsiasi forma di sottomissione.
Tucidide affronta l’argomento nel Dialogo di Melo (La Guerra del Peloponneso), allorché riporta le parole degli ambasciatori ateniesi: “I forti fanno ciò che possono, e i deboli subiscono ciò che devono.”
I Romani sviluppano una diplomazia pragmatica e spregiudicata. Istituiscono gli ambasciatori ufficiali, inviati per negoziare trattati o chiedere la sottomissione di popoli stranieri. La loro missione è accompagnata dal concetto di fides, la lealtà e l’affidabilità nei rapporti internazionali.
Nel De Officiis, Cicerone menziona il sistema diplomatico e il concetto di giustizia nelle relazioni tra stati: “Quando vinciamo, è ancora più importante che governiamo noi stessi: nella guerra, il diritto è tale che possiamo sia vincere sia essere vinti.” È il caso dell’ambasceria di Roma a Taranto nel 282 a.C. Quando il senatore romano Postumio è insultato dai Tarantini, egli risponde che Roma reagirebbe con la guerra: “Sappiate con certezza questo: noi reclameremo la pace con il sangue e il ferro.”
Diplomazia e forza, il binomio greco-romano, andrebbe ritrovato nell’attuale temperie dell’Unione, mai come adesso confrontata a sfide che richiedono ambedue le discipline: da dosare con l’abilità di chi può ricorrere agli illustri precedenti.