di Cosimo Risi
Un’illusione settecentesca, quella del “dolce commercio”. Voltaire sosteneva che, nella borsa di Amsterdam, non si combattevano guerre. Per un periodo, a partire dagli anni Novanta del XX secolo, si credette alla fine della storia ed alla naturalizzazione del capitalismo. Il risveglio della Storia ci riporta brutalmente alla realtà. Pensare politicamente significa affrontare la divisione e il conflitto, la sfera economica non è necessariamente portatrice di pace, la globalizzazione diseguale concentra i capitali e crea oligopoli tecnocratici. Il tecno-capitalismo erode gli spazi di libertà nell’invocare la libertà dai vincoli. L’Europa impone precauzioni all’uso dell’Intelligenza Artificiale, ecco che è accusata di una visione angusta, sostanzialmente illiberale.
L’Europa può sopravvivere come idea e prosperare come agglomerato se si pone come soggetto autonomo, da grande mediatore e potenza civile-militare: se combina la forza e la diplomazia per promuovere un autentico pluralismo tra le parti. Non un pacifismo e umanitarismo velleitari, ma una strategia modulata su un mondo multipolare. Dove non si concepisca un mondo unificato, ma una federazione di grandi spazi, dove l’Alterum (gli altri dall’Occidente) sia chiamato a decidere insieme a noi quale ordine dare al mondo stesso.
La strategia ricalca il multipolarismo evocato da Cina e Russia e dai BRICS? E cioè l’idea di un mondo dove non esiste un centro gravitazionale, ma una pluralità di centri, ciascuno con le proprie regole ed i propri valori, in pari dignità, diplomaticamente, non intellettualmente, conciliabili?
I negoziati per riportare la pace in Europa dopo il conflitto in Ucraina sembrano muoversi su questa linea. Non la classificazione di aggressore e aggredito, ma la misurazione dei rapporti di forze. Importa trovare l’equilibrio fra il più forte che afferma le pretese e il meno forte che ne limita la portata.
Sulla stessa linea si collocano i rapporti fra lo Stato di Israele ed alcuni vicini che non lo riconoscono: i Palestinesi di Gaza, il Libano, la Siria, l’Iran. Il rapporto di forze significa deterrenza verso l’Iran e minaccia di distruzione verso Palestinesi e Libanesi. Significa occupare pezzi di territorio altrui per la sicurezza nazionale. Una distorsione del mandato originario delle IDF, le Israeli Defence Forses, nate a proteggere il popolo di Israele dalle aggressioni esterne.
La stabilità è data dal diffondersi degli Accordi di Abramo all’Arabia Saudita, il sancire la ricucitura fra Ebrei e Arabi dopo la costituzione dello Stato di Israele nel 1948. Non è una dottrina particolare a prevalere, quella della democrazia per stare ai parametri occidentali, ma il riconoscimento dei rapporti di forza. La stabilità viene dal riconoscersi reciprocamente, senza la necessità di confrontarsi in campo aperto. La diplomazia anestetizza il conflitto nel gioco di parole dei trattati.
L’idea d’Europa ha il terreno di coltura nella sfera di forza e diplomazia. Il progetto ReArm Europe risponde all’esigenza di dotare l’Europa di una deterrenza difensiva e, in certe circostanze, preventiva e offensiva.
Fino a ricucire lo strappo del 1954, quando l’Assemblea francese bocciò il Trattato sulla Comunità Europea di Difesa? Per tornare alla visione primigenia di Jean Monnet di una comunità politico-militare prima che economica? O per prefigurare un altro modello, quello di forze nazionali che si integrano su base volontaria anche con paesi terzi come il Regno Unito post-Brexit?
Fine parte seconda – segue