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Breve storia sentimentale dei Balcani

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La storia di una parte d’Europa complessa, stratificata, eppure al centro di tutto. Sentimentale perché non è un trattato, ma una narrazione soggettiva, intima, di che cosa sono e che cosa rappresentano i Balcani. Breve perché non vuole essere esaustiva ma regalare al lettore suggestioni, immaginari e passioni.

Floramo parte per un viaggio che esplora in profondità le geografie, le anime, la Storia attraversando il confine orientale per addentrarsi nella terra balcanica che sconfina verso gli Urali, segue il Danubio, parla le lingue di Sarajevo.

Interroga le fonti più antiche, narra le vicende dei Turchi, dei Veneziani, degli Uscocchi, giunge fino ai giorni nostri dove insegue le utopie, osserva i ponti, piange con le donne di Srebrenica.
Come spesso accade nelle storie di Floramo e in quelle che riguardano i Balcani, il lettore si trova a mangiare, ridere, disperarsi, sognare, bere, fumare, danzare. Insomma, vivere.

IntroQuasi una chiave di lettura

Faccio una rapida spunta mentale e mi convinco che c’è proprio tutto quello che mi serve per imbastirla, questa strana narrazione di cui ho appena parlato con Mauro Daltin, l’amico editore che me l’ha proposta.

Ci siamo alzati (a fatica, ma ce l’abbiamo fatta) neanche un’ora fa dal tavolo di un’osteria, di quelle sane, rustiche e operaie che piacciono a entrambi, e sono già qui a gironzolare eccitato e inquieto di stanza in stanza, nella mia tana che guarda il Tagliamento, inciampando sulle idee che riaffiorano a tradimento, proprio come le cipolle delle sardelle in saor ordinate come antipasto. Buonissime quanto tenaci, visti gli indesiderati effluvi.

Prima di cominciare a scrivere una storia, una storia come questa, almeno – che già da subito, per onestà intellettuale e “paraculaggine”, si annuncia come breve e sentimentale –, è condizione necessaria che il suo odore rimanga appiccicato un po’ dappertutto, mentre mi nasce tra le dita. Devo sentirmela addosso, meglio se sotto i polpastrelli, altrimenti non riesco a impastarla come si deve. Per me la scrittura o si intride di fisicità o non vale la pena del disturbo.

So già quindi che avrà il gusto del tabacco trinciato, sarà pregna di macchie di sugo e di alitate liquorose, conoscerà il tanfo della cantina e la leggerezza del fienile. Avrà la carezza del cuoio e la scabrosità della corteccia. Ma saprà anche di risacca di scoglio e di mandracchio, mi restituirà il respiro degli abeti, quando il vento li fa tintinnare sotto al gelo. O evocherà il modo strano e unico che hanno i rami delle betulle quando graffiano i cieli trasparenti della primavera, in un punto imprecisato di quel nodo di intersezioni che imprigionano le anime randagie dell’Oriente, a est di Gorizia fino a non so dove. Lo scoprirò scrivendo. Certo non parlerà di eserciti e di generali, di strategie militari e di trattati, se non marginalmente. Ha l’ambizione di essere una storia di popolo.

Quelle che si incarnano nei paesaggi rurali, o ristagnano nei bassifondi delle città multietniche. Intrecciate di quella viscosità di cui un tempo parlavano i maestri della scuola francese delle “Annales”, che si deposita come fosse una patina su tutto ciò che è tragicamente e meravigliosamente umano: le migrazioni, gli accenti, le saghe, ma anche i canti, i cimiteri, tutta la sapienza che ingentilisce le spezie dei brodi, le feste, i rituali. Proprio adesso mi esplode in testa, come fosse un’epifania, un’immagine dalla quale non riesco a liberarmi e non so perché: centinaia di esili candele gialle, fatte di cera d’api, giocano con i profili delle sacre icone nelle penombre di un monastero (dove mai l’avrò visto? In Macedonia, forse, o in Bulgaria?) accoccolato nelle sue secolari architetture di legno. Profumatissimo. San Pantaleone con le sue ampolle medicinali, san Giorgio avviticchiato alla coda del Drago, la Vergine Madre con un’espressione dolcissima che esibisce il Bambino in grembo, che invece guarda torvo e terribile, il santo Damasceno e le sue tre mani prodigiose: tutti ballano in un carosello che ha il vigore del canto, profondo, quello stesso degli asceti barbuti avvolti dentro ai loro mantelli di lana nera in un qualsiasi romitorio isolato dal Mondo, dalle creste dinariche fino al monte Sinai.

Non so più se ieri o mille anni fa, ma certamente non conta. Tutto assume una vibrazione diversa dentro al perimetro di queste geografie matte che mi accin6go a scarabocchiare, in cui i secoli si consumano nel breve tempo di un respiro o restano imprigionati per sempre tra le pietraie carsiche o la rete dei villaggi tirati su con quelle stesse pietre, impedendo al fiume del tempo di sciogliersi dentro alle sue lontananze, nemmeno si trattasse di una maledizione. Ci sono certi posti, laggiù, in cui perfino la santità ha il gusto del miele. E in dispensa, dabbasso, ho ancora qualche vasetto riempito fino all’orlo di pasta densa e gialla, spinata l’estate scorsa dagli alveari della Fruška Gora, in Vojvodina. Più tardi andrò a controllare. Il che vorrà dire assaggiare, in punta di dito, la traccia di un racconto. Mi sarà utile per ricordare volti, luoghi, voci. So bene che tutte queste reminiscenze mi aiuteranno, mentre scrivo, ad attraversare i paesaggi dentro i quali, inevitabilmente, scivolerò nelle prossime pagine, imbastendo questa mia breve Storia dei Balcani.

Angelo Floramo


ANGELO FLORAMO Nato a Udine nel 1966, insegna Storia e Letteratura al Magrini Marchetti di Gemona ed è ancora convinto che malgrado tutto sia il mestiere più bello del mondo. Medievista per formazione, ha pubblicato molti saggi e articoli specialistici, collabora con diverse riviste nazionali ed estere; dal 2012 collabora con la Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli in veste di consulente scientifico. Per BEE ha pubblicato Guarneriana Segreta (nuova edizione aggiornata nel 2021, finalista al premio Latisana Nordest), L’osteria dei passi perduti (6 edizioni), La veglia di Ljuba (5 edizioni, Premio Palmastoria come miglior romanzo storico), Il fiume a bordo (3 edizioni), Come papaveri rossi (2 edizioni, Premio Fiuggi Storia), Vino e libertà (3 edizioni, selezione Premio Vermentino) e Breve storia sentimentale dei Balcani (2024). A gennaio 2024 è stato insignito del Premio Nonino Risit d’Aur.

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