di Bianca Della Pietra del 24/4/2024
Ovvero riflessioni sull’uso forsennato della parola NARRAZIONE
Nella comunicazione pubblica si usa spesso il termine “narrazione”: evidentemente comunicare significa raccontare storie. Forse, per meglio dire, raccontare in modo da creare una storia. Pare che funzioni, ma perché?
Perché ogni persona è portatrice di storie: è nella natura dell’essere umano e della sua comunità;
fermano la vita in uno spazio e in un tempo, offrendone una fotografia e favorendo l’attribuzione di significati;
permettono l’identificazione individuale e collettiva;
si possono ricordare;
traghettano conoscenza ancorata alla pratica;
uniscono periferie di senso e costruiscono verità.
Ma da dove deriva la narrazione e come mai si afferma soprattutto in questi ultimi anni?
Quando Berlusconi decise di dedicarsi alla politica pubblica, lo fece raccontandoci la sua storia partendo dalle proprie origini, esprimendo i propri interessi e le sue passioni. Scese quindi in campo con la sua umanità e concretezza che permise a tutti (tutti per modo di dire) di essere compreso e di identificarsi in qualche modo con lui.
Ci parlava di cose concrete, non necessariamente e veramente realizzabili, ma che permettevano a chi lo ascoltava di figurarsele e di sentirsi coinvolto nella storia: questa storia è anche mia, senza troppi funambolismi ideologici o autoreferenzialità di parte politica.
Le storie non si affidano tanto ai numeri, che peraltro vanno sempre contestualizzati, ma alla persona che racconta, al contesto che si crea usando quelle parole e non altre.
Oggi, con l’uso ormai massivo dei social media, con la generale disaffezione verso la partecipazione alla vita sociale e alla politica, ai tempi di vita e di studio e di lavoro che richiedono sempre maggior flessibilità, con la sempre più evidente necessità di trovare in un leader un punto di riferimento credibile, se non anche stabile, la narrazione è diventata la forma comunicativa che costruisce identità e favorisce identificazione recuperando dall’anonimato e dal disinteresse almeno quella parte di elettorato che dimostra anche di aver bisogno di credere in qualcosa e disponibile a dar fiducia in chi pare rappresentarla.
Ancora: perché?
Lo storytelling, ovvero il racconto delle storie, viene utilizzato in Italia a partire dagli anni ’70 per la comunicazione in ambito pubblicitario, laddove in America, lo è stato molto prima.
Questo strumento si colloca all’interno della comunicazione secondo il paradigma narrativo approfondito da Bruner, ma ha origine con la storia dell’uomo in cui l’oralità ha sempre rappresentato un mezzo per tramandare i passaggi più importanti della vita di persone e di popoli, andando a costituire in un secondo tempo, la raccolta anche scritta, dei miti, delle fiabe e favole, delle parabole.
Secondo Bruner, il “narrare” costituisce una modalità fondamentale del pensiero umano di interpretare la realtà, e quindi di controllare il mondo dei significati. La modalità narrativa si affianca a quella logico-scientifica e le persone organizzano la loro conoscenza del mondo in base a queste due tipologie. In questo modo conoscono, organizzano le conoscenze, strutturano le loro esperienze: si relazionano con il mondo esterno.
Il pensiero narrativo è però una modalità che ha una grande capacità di coesione sociale: organizza sotto forma di racconto gli elementi della cultura e della realtà inserendoli in trame e orditi che possono essere descritti, spiegati, trasmessi all’interno di significati, tradizioni, repertori di azioni che quella comunità condivide. Inoltre, si prestano ad essere esportati ai nuovi membri che man mano arrivano e incrementano il contesto umano.
Soprattutto il bambino apprende tramite la narrazione a raccontarsi e a creare la propria identità. Lo fa utilizzando diversi strumenti comunicativi, ma quando usa il linguaggio verbale riconduce tutto a una storia. Quando si parla al bambino raccontandogli una storia, lo vediamo arrestarsi incuriosito, in atteggiamento di ascolto. Se poi ci mettiamo un certo tono, la disponibilità all’interpretazione del racconto entrandoci noi stessi, allora il bambino è conquistato. E spesso ci richiede di raccontare di nuovo con le stesse parole, senza cambiamenti.
Allora, eccoci adulti ascoltatori rapiti davanti alla narrazione senza metterne in discussione il contenuto, esattamente come I bambini. Perchè la modalità narrativa è parte del nostro modo di apprendere. Peccato che da adulti non basta essere dei bravi ascoltatori o narratori: bisogna essere anche dei bravi pensatori che sul racconto hanno la capacità (e la voglia) di verificarlo, di analizzarlo, di confrontarlo con altri, di ascoltare anche il racconto scomodo, quello che non ci convince ma che ci aiuta a riflettere.
“Noi siamo fatti per trovare un ordine, modelli e significati nel mondo. Per questo troviamo il caso e il caos del tutto insoddisfacenti. La natura umana rifugge l’imprevedibilità e la mancanza di senso.” Per questo ci raccontiamo storie. Per dare un significato alla complessità dell’esperienza, perchè il nostro cervello funziona così. Questo scrive Vittorio Pelligra sul Sole 24 ore citando Thomas Gilovich[1], psicologo della Cornell University (U.S.A., Stato di New York) che studia come le persone esprimano giudizi a partire da false valutazioni e giudizi influenzati da stati emotivi che portano a intraprendere linee di azione controproducenti.
Come nella nostra complessa realtà monfalconese? Pare di sì, ma la sensibilità, l’intelligenza e la cultura delle persone non si accontenta di narrazioni incantatrici…speriamo.
[1] https://www.ilsole24ore.com/art/siamo-chi-siamo-ma-anche-chi-raccontiamo-essere-AD9Tnci