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Sapere non può essere solo saper fare

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di Davide Strukelj del 17/3/2024

In un’epoca caratterizzata da un incessante flusso di innovazioni e da una sempre più spiccata tendenza verso l’efficienza e la specializzazione, il termine “funzionalizzazione” ha assunto un ruolo di primo piano nel dibattito culturale e sociale.

Originariamente legata al campo dell’ingegneria e della scienza, dove indica il processo di adattamento di un sistema o di un componente allo svolgimento di specifiche funzioni, la funzionalizzazione ha trovato applicazione in numerosi ambiti, estendendo il suo significato alla razionalizzazione delle attività umane per incrementarne l’efficacia e l’efficienza.

La storia della funzionalizzazione è intimamente legata allo sviluppo della società industriale e alla progressiva specializzazione delle conoscenze, che ha portato a un’organizzazione sempre più settoriale del lavoro e della vita sociale. Tuttavia, è nel campo dell’educazione che il concetto di funzionalizzazione ha assunto una dimensione particolarmente critica, sollevando interrogativi fondamentali sul vero scopo dell’apprendimento e della formazione.

Negli ultimi decenni in Italia, ma non solo, il sistema educativo ha subìto un progressivo processo di funzionalizzazione orientandosi verso la preparazione degli studenti a soddisfare le esigenze immediate del mercato del lavoro: un processo spinto da alcune riforme (tipicamente di impronta neoliberista) e da malcelate spinte a un concetto di modernità che non trova alcuna consistenza di pensiero critico e organico sottostante. Tale approccio, seppur apparentemente pragmatico e in linea con le richieste di un’economia globalizzata e in rapida evoluzione, ha portato con sé una serie di implicazioni a dir poco problematiche.

Ad esempio l’accento posto sull’acquisizione di competenze tecniche e professionalizzanti, sebbene risponda a un legittimo bisogno di inserimento lavorativo, rischia di ridurre l’educazione a mera formazione professionale, trascurando l’importanza della conoscenza generale, della cultura umanistica e dello sviluppo del pensiero critico. Questa tendenza, evidentemente, non solo impoverisce lo spirito educativo, trasformando la scuola in un luogo di addestramento piuttosto che di formazione, ma limita anche la capacità degli individui ad adattarsi a un contesto lavorativo e sociale in continua trasformazione.

In quest’ottica, così come immaginata da alcuni recenti legislatori, uno degli aspetti più critici di questa funzionalizzazione nell’educazione è la progressiva marginalizzazione delle discipline umanistiche, considerate meno utili rispetto alle scienze applicate o alle competenze tecniche. Questa visione riduttiva (o meglio riduzionista) non tiene conto del fatto che la storia, la filosofia, la letteratura e le arti svolgono un ruolo cruciale nel promuovere una comprensione profonda della condizione umana, stimolando la riflessione critica e l’empatia, competenze indispensabili per affrontare le sfide etiche e sociali del futuro.

Inoltre, l’enfasi sulla funzionalizzazione tende a privilegiare l’apprendimento mirato al raggiungimento di obiettivi specifici, a scapito dell’esplorazione libera e della curiosità intellettuale, approccio che non solo appiattisce l’esperienza educativa, ma limita anche la capacità degli studenti di pensare in modo creativo e innovativo, qualità fondamentali in un mondo dove la capacità di adattamento e la ricerca di soluzioni a problemi complessi tendono a divenire sempre più richieste.

Eccoci dunque immersi concretamente in un mondo definito dalle più recenti innovazioni tecnologiche, quali l’intelligenza artificiale, che ci metterà (e metterà le generazioni future) di fronte alla necessità di elaborare pensiero critico e organico, olistico verrebbe da dire, che può essere sostenuto solo da menti cresciute nella conoscenza e nella cultura trasversale e generale, e dove le competenze troveranno forma e sostanza nella costruzione di processi originali, necessariamente frutto di un pensiero anti paradigmatico.

E d’altro canto come potremmo immaginare una società, come quella che si prospetta nel nostro prossimo futuro, composta di soli tecnici e non di cittadini, ovvero un mondo nel quale le capacità specifiche (certo necessarie) non sono sostenute da una adeguatezza culturale e da una capacità di pensiero che solo la conoscenza e l’abitudine al ragionamento possono formare.

In altre parole, in un mondo futuro (e ormai prossimo), nel quale le possibilità tecniche saranno enormemente amplificate dalle capacità operative delle macchine, saranno sempre più necessarie menti (umane) in grado di governare la dimensione etica dei processi e le interazioni tra cervelli (naturali e sintetici) che riporteranno la dimensione della dignità della vita al primo posto nelle valutazioni delle scelte da compiere.

Di fronte a queste tendenze è fondamentale riaffermare l’importanza di un’educazione bilanciata, che integri la preparazione professionale con una solida formazione culturale e umanistica. Solo promuovendo una conoscenza generale, arricchita da un pensiero critico e da una sensibilità etica, sarà possibile formare cittadini capaci di affrontare con consapevolezza e responsabilità le sfide del futuro, adattandosi alle continue evoluzioni del contesto lavorativo e contribuendo attivamente alla crescita sostenibile ed etica della società.

Ecco allora che l’educazione dovrebbe tornare a essere vista non solo come un mezzo per acquisire competenze specifiche, ma come un processo di formazione integrale della persona, capace di stimolare la curiosità, la creatività e l’aspirazione a un sapere profondo e multidisciplinare. Solo così potremo preparare le giovani generazioni a navigare con successo in un futuro incerto, mantenendo vive le qualità che rendono l’essere umano capace di innovazione, empatia e crescita rispettosa del sé e del resto del mondo.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org