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Ricordiamo Srebrenica

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L’ 11 e il 12 luglio 1995 Srebrenica, in Bosnia, fu teatro di un atroce massacro di 8372 uomini e ragazzi compiuto dalle truppe del generale serbo Ratko Mladic.

Una sentenza della corte internazionale di Giustizia del 2007 e altre del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia hanno stabilito che il massacro, essendo stato commesso per distruggere il gruppo etnico bosgnacco, costituisce un Genocidio. 

Ancora una volta l’anniversario di queste tragiche vicende ricorre tra dimenticanze, imbarazzi, tentativi negazionisti e pericolosi rigurgiti di nazionalismo e razzismo.  

Oggi la situazione in quelle terre a noi così vicine e a quasi trent’anni da quella data, è sempre molto precaria: la Bosnia Erzegovina è un mosaico di territori divisi per etnie e confessioni religiose, si regge ancora sul precario equilibrio stabilito con gli accordi di Dayton del 1995 ed è circondata da nazioni pronte a ingerire nei suoi affari interni per i loro interessi.  

Una polveriera al centro dell’Europa di cui si parla poco e che molti non conoscono. 

Sono così importanti tutti i contributi come libri, dibattiti, film che ci servano a conoscere e a non dimenticare quanto accaduto. Apertamente, lo scorso anno, ha fatto dialogare due  giovani donne, scrittrici, giornaliste e insegnanti, una di Sarajevo e una di Belgrado, a parlare delle loro terre, dei loro problemi e delle loro aspettative: anche in quella occasione si è visto come solamente con il dialogo si possono affrontare e risolvere anche i conflitti.

In questi giorni ci piace ricordare un film, Quo vadis Aida?, che è una perfetta radiografia di quella guerra e una recensione di Francesco Boille apparsa su Internazionale quasi due anni fa.

Redazione

Un lento movimento di camera da destra verso sinistra riprende una famiglia seduta in salotto, come a trasmettere una sensazione di sospensione, poi la camera si arresta. E compare il volto di un donna seduta in poltrona. È Aida, la protagonista di questo film, e ne (pre)annuncia l’essenza insieme al finale. Aida porta una croce di sofferenza personale e collettiva, ed è al contempo la nostra testimone, colei che vede per tutti noi, a proprio danno.

Presentato in concorso a Venezia nel 2020 (che avevamo recensito molto positivamente), candidato agli Oscar e ai Golden globe come miglior film straniero, il lungometraggio della bosniaca Jasmila Žbanić è un capolavoro e una lezione di cinema che ci immerge fin da subito nei tragici fatti avvenuti a Srebrenica nel luglio 1995, quando gli uomini al comando di colui che fu definito il “macellaio dei Balcani” – il generale serbo Ratko Mladić che nel giugno scorso, dopo un processo durato anni, ha avuto confermata la condanna all’ergastolo per genocidio (ma non solo) – ingannarono le Nazioni Unite e la comunità internazionale riuscendo a conquistare la città bosniaca di Srebrenica dove causarono la morte di 8.372 uomini e ragazzi, vittime alle quali il film è dedicato insieme alle donne rimaste: “I nostri figli, padri, mariti, fratelli, cugini e vicini”.

Realtà e finezza della scrittura
A quella sequenza iniziale, segue lo stacco sul movimento dei carri armati nell’erba con uomini al passo che si avvicinano alla città. È come se fosse arrivato il terremoto, e tutti fuggono da casa abbandonando tutto. Presto, seguono voci e frasi concitate dai mezzi d’informazione: “Srebrenica sta diventando un massacro a cielo aperto, ogni secondo, tre proiettili vanno a segno”; “in ospedale sono arrivate altre 17 vittime insieme a 57 feriti”; “il mondo riuscirà mai a vedere la tragedia che si sta consumando a Srebrenica?”. Per poi ritrovarci velocemente nella base Onu vicino alla città dove si svolge gran parte del dramma e dove ritroviamo la protagonista del film, Aida, interprete per le forze dell’Onu che potremmo definire una “madre coraggio” se non fosse retorico.

E in questo film non è mai il tempo della retorica. La regista con l’incalzare dei brevi flash appena descritti riesce a restituire il clima, a dare le informazioni essenziali, a descrivere gli ambienti e le principali situazioni, senza che questo sminuisca la portata degli eventi, senza che diventi un film di videoclip e sensazionalistico, sul tipo di Benvenuti a Sarajevo (1997) di Michael Winterbottom sull’assedio di Sarajevo visto da una troupe britannica, e questo anche grazie all’inserimento di elementi drammaturgici (a cui rimanda in modo evidente il nome della protagonista) sempre perfettamente calibrati che non impediscono l’emergere di una reale finezza malgrado la necessità di essere anche chiari, espliciti.

Un altro momento molto forte è l’inquadratura all’esterno della base Onu dove si è rifugiata una parte della popolazione della città che i i caschi blu non vogliono far entrare: uomini, donne, bambini e anziani, restano lì, addossati ai cancelli. È una moltitudine che si perde nell’orizzonte e ci si chiede come la regista sia riuscita a compiere anche solo questa microimpresa all’interno dell’impresa più grande, quella di produrre e realizzare il film. Se lo spettatore osserva con attenzione i dettagli di ogni sequenza si accorgerà che tutto sembra vero, le singole situazioni così come ogni singolo interprete, anche nella parte più piccola, i comandanti serbi come quelli delle Nazioni Unite.

Ma soprattutto, Jasmila Žbanić ha una capacità più unica che rara di saper far emergere il dramma dal fuori campo e isolando piccoli dettagli, invece che da situazioni di guerra ricostruite con modalità spettacolari o rappresentando le carneficine con la cura per ogni dettaglio. Per esempio, più eloquente di tante immagini truculente, il cadavere di una donna uccisa mentre cucinava nel cortile di casa e il successivo primo piano sul forno rimasto aperto, con all’interno ben visibile il piatto che stava cucinando, è un dettaglio che gioca sull’assenza: l’assenza della vita nella persona e l’assenza dell’assassinio che viene lasciato implicito mediante la presenza di una vestigia della vita quotidiana (il piatto cucinato). E Aida che nel gigantesco hangar della base Onu aiuta il parto di una donna a cui si sono rotte le acque, esprime al meglio una situazione di non vita, e al contempo costruisce con efficacia un esempio di quello che pativano le circa 25mila persone rinchiuse senza cibo, acqua e servizi igienici.

Senza interlocutori
Nel frattempo, mentre si susseguono domande pressanti – “perché renderla zona sicura se i serbi entrano a Srebrenica quando vogliono?” – si sottolinea che “stanno bombardando la città e i loro soldati sono ovunque ormai” e che ci sono altri feriti nascosti nei seminterrati della città, Mladić, arrivato a Srebrenica, rilascia un video di propaganda dove dichiara: “È l’11 luglio 1995 nella città serba di Srebrenica. Alla vigilia di un’altra grande festa serba facciamo dono della città al popolo serbo”. Raramente una pulizia etnica è stata presentata in modo così elegante.

Ma in primo luogo vediamo l’impasse nella quale improvvisamente si ritrova il contingente olandese dell’Onu. La popolazione della città era stata rassicurata che sarebbe seguito un bombardamento Nato se i serbi avessero provato a entrare in città. Vediamo il comandante sgolarsi con il comando sulla richiesta di un attacco aereo: “A che serve un ultimatum se non viene trasmesso?”. La verità è che siamo a luglio e il comandante non trova interlocutori. Non trova i superiori come il generale Rupert Smith, il segretario generale e l’intera gerarchia di comando delle Nazioni Unite sono in ferie per le vacanze. Oppure spariscono con questa scusa perché non c’è unità politica. I militari sembrano più preoccupati dalle loro questioni e dalla loro stessa incolumità, dagli ufficiali ai comandanti: “Fanno tutti finta di nulla e io ora devo andare a negoziare con quella bestia”, dice il colonnello in auto ai suoi.

Un momento chiave
Il montaggio alternato tra la penetrazione dei militari serbi nella base Onu, che approfittano dell’assenza del comandante andato da Ratko Mladić per negoziare, e il luogo dove si svolge la trattativa con Mladić è in questo senso un momento chiave. La situazione in cui il comandante olandese si trova sembra situarsi al confine tra la persona intimorita e il potenziale ostaggio, e nella sua brevità il montaggio alternato delinea con efficacia un altro confine labile: quello tra dramma e (triste) paradosso insito nella situazione ricostruita.

Tutto è nell’impasse. La politica delle potenze occidentali e la popolazione che attende nel silenzio all’esterno. Perfino l’aria sembra ferma. Due stasi.

Mentre la regista lavora sul contrasto tra la bellezza della natura e la follia umana, l’hangar-prigione e la stanza della “trattativa” (le virgolette sono più che mai d’obbligo) fanno del film un dramma claustrofobico dell’oscurità anche se fuori c’è la luce calda del sole estivo, ci sono gli spazi ampi della campagna. Un dramma che parla del particolare per meglio parlarci del generale, dove il dramma intimo assurge all’universale. Il dramma intimo è quello di Aida, che vuole salvare la sua famiglia, almeno i suoi due figli e il marito, insegnante come Aida. Ma solo lei è dipendente effettiva delle Nazioni Unite.

Per la regista Jasmila Žbanić, pur avendo già all’attivo diversi cortometraggi, documentari e lungometraggi di finzione, tra cui Il segreto di Esma (vincitore dell’Orso d’oro a Berlino nel 2006), scrivere, dirigere e coprodurre il film è stata una dura prova a più livelli anche per la sensazione di isolamento provata. In un dialogo tra Žbanić e il regista britannico Mike Leigh pubblicato dalla prestigiosa rivista di cinema francese Positif, la regista afferma che l’aiuto le è stato negato non solo dalle autorità militari serbe o dal sindaco serbo di Srebrenica, ma anche in ambito bosniaco. La rimozione della memoria è una delle questioni messe fuori campo dal film ma per metterla al centro della storia: sono ancora tante le madri che ricercano i corpi dei figli.

Il passato come sogno, il presente come incubo
Nello 
stesso numero di Positif è ospitato un dossier su Rossellini, maestro del cinema neorealista, in cui ci vengono ricordati alcuni elementi essenziali sulla rappresentazione cinematografica della guerra e della morte. Soprattutto nella parte su Paisà (1946), il film a episodi sull’avanzata delle truppe alleate dal sud al nord dell’Italia, dove si ricorda che nel quarto e sesto episodio la forma prossima al documentario viene meno e si lascia il posto alla trasfigurazione metafisica, e che nel sesto episodio pare sia stato determinante Federico Fellini, all’epoca aiuto regista e successivamente maestro del cinema che trasfigura la realtà. Ma soprattutto non s’indulge nel mettere in campo la morte, la gente trucidata: nel primo episodio non vediamo morire Carmela e il militare nero americano, ma vediamo solo il risultato dell’azione e i loro due corpi.

Ora, in Aida vediamo improvvisamente una sequenza musicata e gioiosa sulla vincitrice per la migliore acconciatura della Bosnia orientale 1991-92. È un flashback ma pare un sogno. L’onirismo è qui sinonimo di trasfigurazione del reale o è la realtà che si fa passato e sembra ormai un sogno impossibile? Le urla nella notte su un gas che starebbe penetrando nell’hangar riportano al mondo reale. Il passato come sogno, il presente come incubo.

Appassionante e trascinante senza furberie, il film interroga le nostre bugie e i nostri silenzi, non solo quelli serbi e bosniaci, ma anche quelli dell’opinione pubblica, della comunità internazionale. In altre parole, tutto è in campo perché tutto è fuori campo. Fino al finale nell’oggi dove alcuni bambini, in una rappresentazione teatrale seguendo i fili dell’invisibile, mimano la necessità di saper volare con la mente e di aprire gli occhi dopo averli chiusi. Come dopo una violenta litigata per una sbronza, nessuno sembra più capire il perché di quell’odio, di quella crudeltà insensata e tutti sembrano vergognarsi e voler rimuovere i fatti.

È evidente il desiderio dell’autrice di ravvivare la memoria di quanto è accaduto e al contempo di evitare che accada di nuovo, visto il proliferare di populismi dai messaggi velenosi che pervadono le nostre società ormai da decenni. Per quanto dietro il voto a essi ci sia spesso un profondo malessere sociale, bisogna essere consapevoli che ogni qualvolta si consegna il voto a formazioni politiche che veicolano l’odio e la paura verso il diverso o verso l’altro, noi creiamo il potenziale affinché si producano prima o poi nuovi orrori, magari nella maniera e nel momento più inatteso, una circolarità insensata della storia che qui si vuole simbolicamente arrestare. A ricordarcelo, in questo film di volti, è il volto marcato, vissuto, di una donna, Aida. Un’interprete. Ma un’interprete di tutti noi.

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