Alla fine della Seconda guerra mondiale furono due i Paesi a decidere del destino delle loro monarchie in modo democratico: l’Italia e il Belgio. Nel Paese del nord Europa il passaggio fu molto complicato: nonostante re Leopoldo III rimase sostanzialmente prigioniero dei nazisti durante l’occupazione e non collaborò mai con essi, il suo fare autoritario lo rendeva inviso alla parte francese della nazione e la sua riconferma avrebbe messo in pericolo l’esistenza stessa del Regno. Nemmeno il referendum del 1950, dove la maggioranza dei belgi, con il voto plebiscitario dei fiamminghi, concesse al sovrano di rientrare in patria, placò le tensioni. Si ebbero scioperi e scontri di piazza e il rischio della secessione della parte francese era altissimo. Leopoldo, allora, sotto le pressioni del governo abdicò in favore del figlio Baldovino.
I belgi votarono sul rientro del re e la ripresa delle sue funzioni, il testo del quesito referendario era: “Sei del parere che il re Leopoldo III dovrebbe riprendere l’esercizio dei suoi poteri costituzionali?”. l’Italia, invece, venne chiamata a scegliere quale forma di governo adottare: monarchia o repubblica. La scheda elettorale, infatti, sotto la dicitura “Referendum sulla forma istituzionale dello Stato” era divisa in due con due cartine dell’Italia: a sinistra la scritta Repubblica con la raffigurazione dell’Italia, la famosa Italia turrita, un volto di donna con la testa cinta da una corona a forma di torri; a destra Monarchia con lo stemma di casa Savoia.
Finì 54,3% contro 45,7 % per la Repubblica, con un vantaggio di 2 milioni di voti. Si espresse in favore della Repubblica il nord e il centro del Paese e tutte le maggiori città, per la monarchia il sud e città come Roma, Napoli, Palermo e Bari. La Venezia Giulia e l’Alto Adige per i quali era ancora aperta la controversia con Austria e Jugoslavia sulla loro appartenenza non votarono. Per la prima volta le donne esercitarono il diritto di voto.
Dopo essersi impegnato a rispettare l’esito del referendum il re Umberto II, salito al trono dopo l’abdicazione del padre Vittorio Emanuele III, iniziò a mettere in dubbio l’esito della consultazione anche dopo la proclamazione dei risultati. Solo il 13 giugno Umberto con un ambiguo proclama prendeva atto delle conseguenze del voto, senza riconoscerne l’esito, per poi lasciare il Paese. Il capo del governo, Alcide De Gasperi, bollò quel proclama come “penoso e impostato su basi false e artificiose”. I monarchici attivarono diversi ricorsi, sostenendo che ci sarebbe voluta la maggioranza di tutti i voti, comprese le schede bianche e nulle, per sancire il risultato favorevole alla repubblica. Così il 18 giugno la Corte di Cassazione, con dodici magistrati contro sette, stabilì che per “maggioranza degli elettori votanti”, si dovesse intendere la “maggioranza dei voti validi”, e si procedette alla pubblicazione dei risultati definitivi della consultazione referendaria, chiudendo qualsiasi controversia sull’esito del voto.
Con gli occhi di oggi si può affermare che la vittoria repubblicana fu meno grande di quanto si potesse immaginare e di quanto sarebbe stato giusto. Nonostante tra i partiti del CLN solo quello liberale si era espresso a favore della monarchia e nell’opinione pubblica pesava ancora la fuga dei reali l’8 settembre del 1943, quando lasciarono il Paese in balia dell’invasione tedesca, molti italiani dimenticarono, o vollero dimenticare, al momento del voto, il ruolo della monarchia nell’ascesa del fascismo, nel sostegno al regime fascista, nell’alleanza con la Germania nazista, nelle leggi razziali, nell’entrata in guerra che portò alla devastazione del Paese. Se al nord le vicende della Resistenza erano ancora sentite e lo spirito del 25 aprile permise una netta affermazione della Repubblica a sud le vecchie istituzioni e i vecchi sistemi di potere resistettero e ottennero un rilevante risultato, fino al paradosso di Napoli, città che per prima si liberò dei nazifascisti, dove la monarchia ottenne oltre il 70% di consensi.
Quando pensiamo al nostro Paese, alle sue pulsioni più profonde e allo stato delle nostre istituzioni democratiche, dovremmo sempre tenere a mente la lezione del 2 giugno 1946, una lezione che ci dice che, pur a fronte di una maggioranza di cittadini che scelsero la Repubblica, la piena democrazia e la modernità, un largo strato di essi rimase ancora attaccato a una vecchia istituzione che era stata complice del fascismo e del disfacimento della nazione. Quasi che la scelta per la libertà, la democrazia, la responsabilità non si possa mai dare per scontata nella nostra opinione pubblica.
Per questo, anche oggi, il ricordo di quel giorno e di quella scelta non può e non deve essere banale e retorico; il 2 giugno va visto e ricordato come una scelta che ci permise di sviluppare appieno un sistema democratico che si pose come obiettivo garantire la libertà e la giustizia sociale per tutti. Da quel 2 giugno oltre alla forma istituzionale del Paese ne deriva la nostra Costituzione, la legge fondamentale dello Stato che, realizzata con il contributo di diverse culture politiche, ci consente, ancora oggi, di vivere in libertà e democrazia.
Teniamone conto quando vediamo chi pensa di stravolgere una Costituzione che ha mostrato in tanti anni la sua forza e validità, perché la nostra democrazia è, comunque, ancora giovane e gli italiani non hanno maturato quegli anticorpi forti e robusti contro l’autoritarismo che altri Paesi hanno costruito negli anni.
Resta anche l’esempio di come un passaggio fondamentale per la storia italiana sia stato allora gestito nella libertà e nella democrazia, come a voler ristabilire, in quel delicato passaggio, i principi che il fascismo aveva violentato. E così, infatti, in una efficace sintesi, scrisse di quegli eventi Piero Calamandrei: “Mai nella storia è avvenuto, né mai ancora avverrà che una repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il re”.