di Bianca Della Pietra del 6/8/2022
Nel corso di questa estate mi sono spesso chiesta quali fossero gli elementi che mi portano in montagna oppure al mare. A pensarci bene, se dovessi scegliere tra i due ambienti, sono indecisa: in estate e in inverno frequento volentieri entrambi.
Ma cosa rappresentano per me? Ho cercato di rifletterci sopra e ne condivido con voi l’esito, nella speranza di essere riuscita a relativizzare il mio vissuto personale.
La prima parola che mi è venuta in mente è stata proprio OLTRE.
La lego alla montagna dove ogni tappa rappresenta uno stimolo ad andare avanti a vedere cosa c’è. È la sfida a superare gli ostacoli, la resistenza nell’affrontare il percorso e le sue difficoltà, l’attenzione che deve essere posta ad ogni passo per raggiungere la meta. E da qui si apre l’oltre: il panorama delle vette che ci circondano e, talvolta, lo sguardo ci porta fino al mare.
Il mare, appunto, l’ALTROVE, un altro posto.
Quella distesa mai ferma, che avanza e arretra, a volte uguale al giorno precedente, a volte completamente diversa; accogliente e respingente, invitante o repellente. Il mare ci da il senso dell’infinito, ci fa paura o ci attrae verso le sue profondità nascoste che solo pochi sono in grado di conoscere e apprezzare.
L’a/ALTRO: anche qui userei verbi di movimento.
Che si tratti di qualsiasi forma nel suo manifestarsi, sia cosa (altro) che persona (Altro), ci sentiamo cauti oppure lanciati nell’avvicinamento, escludenti o accoglienti, pregiudizievoli oppure liberi e aperti. Penso ai “balletti” del periodo Covid: una sorta di danza nell’incontro con l’Altro allo scopo di evitarlo e mantenersi immuni dal contatto. Un passo in avanti lui o lei, due passi indietro io; allunghiamo le mani, no le ritiriamo: meglio sfiorarsi solo con le nocche. Di incontri ravvicinati neanche parlarne, abbracci negati o almeno poco raccomandati.
Sguardi che indicano l’immediato inquadramento in qualche categoria nota: ha o non ha il Covid, la fiducia (posso fidarmi o no?), l’odore, gli occhi, il colore della pelle (da dove viene? Sarà pulito/a?), le intenzioni (cosa vuole da me?)…
Queste riflessioni mi ricordano Don Pierluigi Di Piazza quando afferma che l’incontro con le persone implica affrontare il mistero.
Ecco, credo che questo sia l’elemento che accomuna i miei pensieri: la curiosità, il fascino ma anche il timore del mistero.
In questo momento, in molti luoghi, la politica cerca di annullare il concetto del mistero in quanto elemento terrifico, da controllare e, se possibile, allontanare.
Il mistero assume forme umane in particolare negli estranei e negli stranieri. Come eliminarlo? Rafforzando l’identitarismo delle comunità. Questo però non fa altro che rafforzare il senso di persecutorietà che l’a/Altro sconosciuto può comportare e a cui molte volte, si cerca di far fronte con l’eliminazione…dai pensieri, dagli sguardi, dalle pratiche di cittadinanza e con le pratiche dell’attenta e vigile burocrazia, con l’interesse tramite il quale, comunque, c’è sempre qualcosa da guadagnare, anche affittando case e negozi magari in condizioni di degrado: quello che io non userei mai o più, può sempre servire a chi considero meno di me. E magari ci posso anche ricavare qualcosa.
Non è la comunità che viene messa in grado di riflettere sulla propria identità (peraltro sempre temporanea e localizzata). Le viene attribuita un’identità costruita per interessi politici di controllo e mantenimento dello status quo, magari il proprio.
In realtà l’identità è in continua evoluzione e, in particolare in una città, è multisfaccettata perchè si arricchisce di nuovi elementi: persone, cambiamenti del territorio, nuovi collegamenti.
Ancora don Di Piazza ci dice che i nuovi arrivati ci provocano a pensare “perché vengono? Cosa cercano venendo? Noi dovremmo rispondere a queste domande, ma spesso ci trinceriamo dietro a frasi fatte, luoghi comuni e stereotipi” e le cose restano uguali. Forse anche peggiorano: come si può reagire se non ci si sente accolti? Se non si riesce a trovare risposta ai propri bisogni? Se, nonostante la presenza, quel che si auspica è solo l’assenza? Se l’organizzazione è sempre carente? Se da un fatto negativo, si passa a generalizzare e a colpevolizzare intere comunità, come si può integrarsi (passaggio formale verso un’inclusione più completa)?
Oltre, altrove, a/Altro: il comun denominatore è l’essere sempre in ricerca, che poi è il motore dello sviluppo umano, impossibile negarlo, ricerca nel superare le apparenze, le certezze delle proprie posizioni che diventano indiscutibili.
I tre termini si uniscono: andare al di là, trovare un altro luogo in cui incontrarsi sia possibile.
Concluderei con una poesia di Fernando Pessoa composta nel 1917 e contenuta nella raccolta “Il violinista pazzo”.
La fuga con la persona amata indica l’Altrove quale luogo di speranza, allegria e fantasia. Ecco, credo che anche di questo abbiamo un gran bisogno.
“Altrove”
Andiamo via, creatura mia,
Lì ci sono giorni sempre miti
E campi sempre belli.
La luna che splende su chi
Là vaga contento e libero
Ha intessuto la sua luce con le tenebre
Dell’immortalità.
Lì s’incominciano a vedere le cose,
Le favole narrate sono dolci come quelle non raccontate,
La le canzoni reali-sognate sono cantate
Da labbra che si possono contemplare.
Il tempo lì è un momento di allegria,
La vita una sete soddisfatta,
L’amore come quello di un bacio
Quando quel bacio è il primo.
Non abbiamo bisogno di una nave, creatura mia,
Ma delle nostre speranze finché saranno ancora belle,
Non di rematori, ma di sfrenate fantasie.
Oh, andiamo a cercar l’Altrove.