di Guido Baggi del 17/5/2022
Testimone del Vangelo nel nostro tempo. Testimone laico della solidarietà, dove quel laico non dice assenza di fede, ma capacità di non lasciarsi assorbire dagli usuali e interessati metri di giudizio che tendono a mettere limiti, confini e recinti intorno a persone e popoli. Testimone che si fa coinvolgere da chi soffre l’ingiustizia, l’abbandono, la solitudine impotente. Questo il sacerdote Pierluigi Di Piazza che ho conosciuto. La notizia della sua morte mi è arrivata inaspettata dalla voce emozionata della collega giornalista Marinella Chirico, in apertura dell’edizione meridiana del TG del Friuli Venezia del 15 maggio 2022. Aveva da poco compiuto 74 anni quando ha dovuto fare l’esperienza difficile dell’accoglienza della malattia che in pochi mesi lo ha portato a quel ‘passaggio’ che, infine, sentiva vicino. Mi vengono in mente le parole con le quali aveva definito l’accoglienza durante la presentazione del suo libro “Non girarti dall’altra parte – Le sfide dell’accoglienza”. Eravamo sotto la quercia dietro la canonica di Staranzano, nel pomeriggio del 5 luglio 2019, e lui ha letto la sua esperienza con queste parole: “L’accoglienza riguarda il dentro ed il fuori di me, il luogo in cui vivo e tutti i luoghi del pianeta; dall’accoglienza mi sento avvolto, attraversato, sollecitato, provocato; dai suoi esiti anche frastornato, ma certo sempre arricchito”. A Tualis, il piccolo paese della Carnia che vedo in alto sulla destra quando lascio Comeglians, ha imparato in famiglia il significato dell’accoglienza e nel periodo della sua formazione ha incontrato accoglienza e non accoglienza, fino a quando quella parola ha preso significato profondo nel suo incontro con Gesù Cristo ed è diventata modo di essere, metro di giudizio sulla propria vita e sulla stessa società. Capisco allora la sua fermezza, il suo modo di affrontare i problemi al di fuori dei soliti schemi, il suo ‘fare’ senza clamori e con discrezione, la sua decisione di utilizzare i contributi del post terremoto per la canonica di Zugliano per andare oltre all’abitazione del parroco perché “poteva essere anche uno spazio di accoglienza per chi non ce la faceva, i diseredati, i poveri”. Così nel 1989 nasceva il Centro di accoglienza, intitolato poi a padre Ernesto Balducci. Sono tanti ‘i poveri’ passati per quel Centro che è diventato anche punto di incontro per uomini e donne di buona volontà, di ricerca sincera, di intelletto aperto e libero, di una cultura che vuole essere promozione ed esito di esperienze vissute. In questi giorni si sente un coro di riconoscimenti e di grazie a don Pierluigi, ma non è sempre stato così. Don Pierluigi era un prete scomodo, era un cittadino che esigeva da tutti, istituzioni comprese, il rispetto della dignità di ogni persona. Aveva la sincerità di chi è convinto della sua fede, non taceva davanti all’ipocrisia e alla dabbenaggine sia nella Chiesa che nella società. Lo faceva senza clamori e senza alzare i toni, ma quello che sentiva di dover dire lo diceva, perché “accoglienza significa contemplazione, dialogo, percezione dell’interdipendenza, di essere parte di un tutto, mai padroni e sfruttatori… Accogliere significa custodire e proteggere, partecipare, contribuire a quell’ecologia integrale di cui parla Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ “. E a quell’enciclica ci teneva, dicendo che occorre leggerla ancora attentamente e non lasciarla nella libreria di casa tra le belle lettere del passato. Per lui, prete laureato in Teologia e insegnante, fede e cultura non sono come un vestito da indossare in occasioni appropriate, sono radici di vita. Per questo “bisogna dire da che parte si sta. In un mondo in cui ingiustizie, impoverimento di popoli e guerre costringono milioni di persone ad abbandonare la terra in cui sono nati, il cristiano, quello che vive di Cristo sa che il suo posto è dove si soccorre il povero e chi ha bisogno di aiuto”. Lo ha detto anche nelle tante lettere di Natale scritte alle persone e alle comunità del Friuli Venezia Giulia assieme agli amici ‘preti di strada’. Lo ha fatto senza clamore anche in uno dei drammi più laceranti per una famiglia che vede il figlio caricato di ‘tutto il male del mondo’, torturato e ucciso al Cairo nel 2016 senza che ancora ci sia giustizia e riconoscimento della verità. Il 25 gennaio 2021 la chiesa di San Valentino a Fiumicello aveva ospitato l’incontro con il quale si esprime e si rafforza la richiesta di verità per Giulio Regeni. Era tempo di pandemia e non era opportuno radunare tanta gente nel teatro. Pochi giorni dopo, il 13 febbraio, nella stessa chiesa la comunità cristiana si riunì con l’arcivescovo Carlo per la celebrazione eucaristica ‘in ricordo di Giulio Regeni’. Don Pierluigi concelebrava assieme a don Alberto De Nadai ed al parroco don Gigi Fontanot. Prima della benedizione finale, con Paola Deffendi e Claudio Regeni nel primo banco, prese la parola per sottolineare che le sere del 25 gennaio e del 13 febbraio, vissute nella stessa chiesa di San Valentino, hanno una naturale continuità: sono stati due momenti di un unico cammino nel quale la ricerca della verità per Giulio si unisce alla solidarietà con tutti coloro che vivono sulla loro pelle la negazione della dignità della persona umana. Ecco il ricordo che mi rimane di don Pierluigi: un uomo di una fede profonda che lo ha reso testimone di una solidarietà non solo affermata, ma soprattutto vissuta.