di Bianca Della Pietra del 24/3/2022
Vorrei rintanarmi in qualche località amena, mare o montagna, o collina, indifferente.
Andrei in qualche piccolo borgo per dimenticarmi quello che succede intorno a me: guerra e guerre. C’è qualcuno infatti che non manca di ricordarci che la guerra Russo-ucraina non è l’unica attiva in questi giorni. Ce ne sono almeno altre 10: Etiopia, Yemen, Sahel, Nigeria, Afghanistan, Libano, Sudan, Haiti, Colombia, Myanmar.
Il conseguente possibile rischio nucleare, variamente interpretato: troppe informazioni o mancanza di informazioni si alternano nei telegiornali e nei servizi degli inviati che, di volta in volta si improvvisano in analisti politici, quasi scienziati e circa dottori.
La crisi energetica poi: vogliamo non parlarne? Fabbriche che producono o lavorano con materie prime che contano i giorni che mancano alla messa in cassa integrazione delle loro maestranze; fabbriche che annunciano la chiusura. Agricoltori che ci annunciano la prossima soppressione dei loro allevamenti per mancanza di mangimi in un tempo breve.
Mi colpisce anche la distanza tra le parole che definiscono e pianificano la necessità (o l’impellenza) di usare le energie “pulite” e la realtà che, anche qui da noi, paventa la riapertura di centrali a carbone: dove lo prenderemo il carbone, mi chiedo? Ma anche: realisticamente, come possiamo attuare quella tanto auspicata “transizione ecologica” se ogni volta le competenze autorizzative sono di qualcun altro, sempre tanto lontano da noi? Come possiamo realizzare una politica energetica che sappia gestire le dipendenze e al tempo stesso non mitizzi l’indipendenza (che una volta si chiamava autarchìa). Sembra di partecipare al torneo di Wimbledon giocato con le energie rinnovabili.
I prezzi delle materie prime inoltre sono in vertiginosa crescita, questo ancora prima che si scatenasse la guerra. Effetto del bonus 110 per cento? Se anche così fosse, non facciamo certo una bella figura aumentando i costi perché tanto paga lo Stato, dimenticandoci che alla fine paghiamo tutti noi che quello Stato formiamo.
E ci si mette anche il Coronavirus, che pareva scomparso e invece non manca di ricordarci la sua dannosa presenza, sollecitando gli animi libertari, quelli liberticidi e quelli comunemente osservanti che sentono il senso della responsabilità collettiva, non solo quella, seppur necessaria e importante, ma solo individuale.
Vogliamo ricordare anche l’andamento altalenante delle Borse e degli investimenti, l’aumento dei prodotti alimentari, dell’energia, del gas e dei carburanti? Si parla di “stagflazione”, un misto tra la stagnazione e l’inflazione che si verificò anche negli anni ’70 quando, a fronte dell’aumento delle materie prime riverberato su tutti i generi, non corrispondeva un reale potere d’acquisto dei cittadini, con conseguente crollo dei consumi. Al momento, pare che l’Italia, grazie ai fondi stanziati da PNRR possa salvarsi: basta che li sappiamo usare e entro i tempi previsti, cosa non da poco.
Per non parlare della scoperta dell’ ”emergenza profughi” che deve diventare strutturale. Anche nelle scuole è indispensabile inserire i mediatori linguistico-culturali per favorire l’accoglienza dei bambini e ragazzi in età scolare che arrivano in Italia scappando dalla guerra alle nostre porte. Solo adesso, dopo almeno 10 anni in cui assistiamo allo sbarco e all’arrivo di migranti da altri Paesi non europei (non dimentichiamo che l’Ucraina è in Europa solo per appartenenza fisico-geografica e non politica) i fondi devono diventare strutturali. Roba da matti.
Ma sarà che “la paura fa 90” come si suol dire? Sarà proprio perché non possiamo non vedere questa guerra e i suoi disastrosi effetti che dobbiamo mettere in atto tutto quello che è nelle nostre possibilità? Non vedere perché tocca da vicino i nostri occhi, orecchie, cuori, sentimenti e anche i portafogli? Oppure perché tutte le guerre portano tragedie, lontane o vicine che siano?
Un tema è che facciamo fatica a fare i conti con la morte, con la paura di perdere il controllo (su qualcosa o qualcuno non ha importanza) e il potere.
Nel gioco della vita, fuori dai veri campi da gioco sportivi, bisogna fare i conti con l‘imprevisto e cercare di gestirlo, di governarlo.
Siamo e restiamo aggrappati al nostro modo di vivere che le recenti crisi, economica del 2008, pandemica e con qualche punta emergente, anche etica, non riescono a scuotere. Forse non riusciamo ad immaginare un modo diverso di vivere e a nulla sono valsi gli slogan di speranza che ci hanno accompagnato in questi ultimi due anni. Nemmeno le morti e i morti ci stimolano ad assumere comportamenti diversi perché è alla vita che restiamo aggrappati, la nostra in particolare, l’unica che forse, riusciamo a gestire seppur con qualche difficoltà.
Credo che l’unica lezione che abbiamo imparato sia difenderci, talvolta a scapito di altri, talvolta con altri fidati compagni di avventura.
Ma, come afferma Morin “imparare a navigare in un oceano di incertezze, attraverso qualche isola o arcipelago di certezze dove rifocillarsi”, non so se lo abbiamo ancora fatto nostro. E Morin, con i suoi Sette saperi necessari per l’educazione del futuro pubblicato in Italia da Raffaello Cortina nel 2001, è ancora attualissimo.
E questi sette saperi sono:
conoscere la conoscenza
promuovere una conoscenza pertinente
insegnare la condizione umana
insegnare l’identità terrestre
affrontare le incertezze
insegnare la comprensione
apprendere l’etica del genere umano
Perché ad ogni verbo “insegnare” corrisponde il verbo “imparare”.
Sfido chiunque a tentare di stabilirne l’inutilità.