di Bianca Della Pietra del 10/11/2021
Ho lavorato per 20 anni nella scuola per i piccoli, quella che prevede la frequenza, aihmè non obbligatoria, dai 3 ai 6 anni e non sopporto più che le parole vengano usate a caso. Quindi vorrei cercare di dirimere questo groviglio di parole usate senza la minima competenza e, men che meno, documentazione da parte dei nostri giornalisti.
Le parole sono importanti! gridava Nanni Moretti in Palombella rossa.
E a maggior ragione sono importanti, dico io, da parte soprattutto di chi le usa per divulgare notizie e quindi fare informazione.
Ma non voglio solo sdegnarmi, bensì ricostruire l’origine delle parole che danno il titolo a questo contributo.
Facciamo partire la storia delle istituzioni infantili all’inizio del 1800.
Con la Rivoluzione industriale, anche le donne entrano nelle fabbriche. Si pone quindi il problema di bambini abbandonati e in condizioni di indigenza.
Robert Owen in Gran Bretagna, Friedrich Fröbel in Germania, Ferrante Aporti, le sorelle Agazzi e Maria Montessori in Italia sono i grandi nomi che cominciano ad occuparsene. Ognuno di questi personaggi da la sua impronta all’istituzione, connotandola come luogo di educazione, non solo di custodia.
In particolare Maria Montessori individua nel bambino piccolo un soggetto importante e attivo nel suo apprendimento, e struttura una serie di materiali scientifici a supporto e stimolo della sua crescita cognitiva e relazionale: “Aiutami a fare da me” era il suo motto e le “Case dei bambini” le scuole per loro.
Con la Riforma Gentile del 1923 al giardino d’infanzia viene attribuita per legge la funzione di “grado preparatorio” della scuola elementare, ma la sua caratteristica fondamentale rimane ancora la funzione assistenziale e ricreativa.
Il bambino viene visto “tutto intuizione e sentimento”. È con la Dichiarazione universale dei diritti del fanciullo del 1959 qualcosa comincia a cambiare e il cambiamento porterà in Italia alla legge 444 del 1968 con la quale si istituirà la scuola materna, finalmente statale. In precedenza infatti, erano enti privati (spesso religiosi) o Comuni che si occupavano dell’educazione dei bambini dai 3 ai 6 anni.
Sarà con gli Orientamenti dell’attività educativa nella scuola materna statale che si darà un’impronta diversa a questa scuola…scuola appunto, fin dal 1968!
Il nuovo indirizzo educativo porrà su un piano più importante l’apprendimento a tutto campo, grazie anche alle teorie di J. Piaget, di K. Read che definisce la scuola materna “vivaio di relazioni umane”, di Vygostkij, J. Dewey e di tanti altri psicologi e pedagogisti che offriranno spunti di studio, formazione e riflessione alle insegnanti. LE insegnanti. Sì, perché sarà solo con il 1980 che ci sarà il primo concorso pubblico per l’ingresso degli uomini nella scuola materna sulla base della Legge 903/1977, Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro.
Negli anni ’80 e ’90 la scuola materna vola in alto e quella italiana è tra le migliori d’Europa…e la scuola materna di Largo Isonzo, ora Collodi, una delle migliori d’Italia. Si investe nella formazione delle insegnanti (gli uomini si vedono ancora, e tuttora con il lanternino) e si sperimentano formule innovative sia nelle pratiche didattico/educative che nell’organizzazione degli spazi. Furono anni davvero straordinari. Si arriva quindi al 1999 anno in cui, viene sancita l’autonomia scolastica e, con la Circolare Ministeriale 98 del 12/04/1999 si riconosce a questo grado scolastico un ruolo fondamentale per la prevenzione del disagio giovanile. Anche di questo dovrebbero ricordarsi i nostri amministratori pubblici, soprattutto in questi anni in cui gli abitanti dei nostri luoghi sono sempre più di diverse provenienze, spesso imprevedibili nei tempi.
Infine, con la Legge quadro 30 del 10/02/2000 sul Riordino dei cicli di istruzione, la scuola materna viene riconosciuta SCUOLA DELL’INFANZIA, svincolandosi quindi da quell’immagine materna che travisava la figura e il ruolo degli insegnanti e svalorizzava la visione dell’infanzia.
Purtroppo ancora non diventava scuola dell’obbligo.
Quindi è da quell’anno, parliamo di 21 anni fa, che il nome è cambiato e parliamo di ben 53 anni fa che non si chiama più asilo…questo dovrebbe farci riflettere anche sull’importanza che hanno assunto i bambini e le bambine, soggetti importanti per la loro età non solo in vista di una loro crescita futura.
A conferma di ciò nell’articolo 29 della Convezione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989, ratificata dall’Italia nel 1991 si afferma:
“Gli Stati parti convengono che l’educazione del fanciullo deve avere tra le finalità:
“a) favorire lo sviluppo della personalità del fanciullo nonché lo sviluppo delle sue facoltà e delle sue attitudini mentali e fisiche, in tutta la loro potenzialità”
E la scuola dell’infanzia non si fa trovare impreparata per questo importante compito, anche grazie alla formazione universitaria obbligatoria degli insegnanti dall’anno 2000.