di Franco Belci del 14/7/2021
Ricapitolo brevemente i fatti. Il Sindaco di Trieste invita il presidente della Slovenia, Borut Pahor, per attribuirgli il massimo riconoscimento della città, riconoscendogli “stima e apprezzamento” per l’opera di pacificazione promossa dal presidente stesso, protagonista di quel gesto, mano nella mano con Mattarella, davanti alla foiba di Basovizza, che, giusto un anno fa, sembrava poter mettere un punto fermo ai rigurgiti della memoria nazionalista.
L’obiettivo, ha affermato Dipiazza nel corso della cerimonia, è quello di “continuare a guardare sempre assieme, proiettati in un futuro europeo di comune crescita, sviluppo e prosperità”. Discorso di circostanza, ma l’atto è importante, perché sembra consolidare quella stretta di mano tra i due presidenti con l’impegno a liberare, anche a Trieste, il passato dall’ombra dell’odio.
Ma c’è chi quell’ombra non vuol dissipare, ed è un altro rappresentante delle istituzioni, l’assessore regionale Scoccimarro, che non trova di meglio che richiamare, per l’ennesima volta, la tragedia delle foibe e di chiedere che venga eliminata la scritta “Tito” sopra il monte Sabotino, a Gorizia: un atto che evidentemente, viene considerato determinante dall’esponente della Giunta per mantenere i buoni rapporti tra i due Stati: una visione casareccia della politica estera, traguardata con gli occhi delle spalle.
Al di là dello sgarbo istituzionale, sarebbe interessante conoscere il motivo per il quale il presidente Fedriga non ha ritenuto di partecipare alla cerimonia che coinvolgeva il capo dello Stato di un Paese vicino, facendosi oltretutto rappresentare da chi, più volte, si era segnalato per intemperanze verbali sul tema, per lui costante e imprescindibile, in occasioni ufficiali.
Né è sufficiente a salvare la situazione l’intervento postumo del presidente della Regione, che ha cercato di rimediare, con altrettante parole di circostanza, all’intervento di Scoccimarro, senza peraltro fare all’episodio alcun riferimento. La realtà è che l’assessore si è dimostrato, per l’ennesima volta, uomo di parte, ossessionato dagli odi mai sopiti del passato. Per lui, evidentemente, l’orologio della Storia gira ancora al contrario. Non è uomo capace di rappresentare le istituzioni: e questo sarebbe già un buon motivo per revocargli la delega.
Quell’atto, tuttavia, pone una seria ombra sull’iniziativa di Dipiazza, la cui attitudine alla pacificazione ha, in verità, un andamento un po’ carsico: sarebbe stato suo dovere, infatti, assumere, seduta stante, le distanze dalle parole dell’esponente di FdI.
Il suo silenzio non mette in dubbio la sincerità dell’iniziativa, ma attesta contemporaneamente, una volta di più, il fatto che il sindaco continua ad essere ostaggio delle forze più retrive della sua maggioranza.