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Triglav

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di Andrea Bellavite del 1/7/2021

Triglav. E’ una parola che si pronuncia con rispetto. E’ il nome di una divinità. Come suggerisce il Decalogo, non si dovrebbe neppure pronunciare perché il Trascendente è trascendente e l’Immanente è immanente.

In italiano si può tradurre “tre teste”, una è nel cielo, una è sulla terra e una è sottoterra. Non è un “deus” qualsiasi, è il Signore dell’aria, dell’humus e degli inferi. Anticamente era venerato da una parte dei popoli slavi, ma qualcuno di simile lo si può incontrare in quasi tutte le mitologie, le religioni e le vie spirituali dell’umanità. A volte uno e trino, a volte solo uno, a volte molteplice, ma sempre Lui, il mistero presente nell’assenza, il tutto nel frammento, l’infinito eterno nel limitato contingente.

Gli sloveni hanno dato lo stesso nome alla loro più alta montagna, accogliendo così la forza del mito, ampliandolo attraverso la codificazione scritta di tradizioni orali consolidate, diffuse tra le popolazioni residenti nelle vallate circostanti. Nel regno del Triglav vivono le Rojenice, dolci fate oggi nascoste tra gli anfratti carsici, ma un tempo beate abitanti di una specie di paradiso terrestre, inaccessibile agli umani. Il meraviglioso giardino, custodito da Zlatorog, il camoscio dalle corna d’oro, nasconde tuttora un incredibile tesoro. E’ inutile cercarlo. Un bracconiere della Val Trenta, follemente innamorato di una donna bella e cattiva, costretto a una prova suprema, ha cercato di uccidere l’inarrivabile animale. La contaminazione degli umani, come sempre, semina disastri. Le acque dei torrenti si inabissano, il giardino inaridisce e diventa un piccolo universo di pietra, dalle gocce di sangue sparse dal camoscio colpito nascono piccoli fiori rossi che sopravvivono fino a oggi alla catastrofe e si possono ancora contemplare, nel breve volgere dell’estate. Dove c’erano verdi prati ora c’è soltanto pietra, dove danzavano le creature evanescenti ora c’è un piccolo ghiacciaio, il più basso dell’intero arco alpino. Dove abitavano le creature del Triglav, ora si sentono le voci degli escursionisti e degli alpinisti dell’epoca del turismo globale.

Sì, raggiungere la vetta, con i suoi 2864 metri, è un’impresa. E’ un’avventura fisicamente non impossibile, alla portata di chiunque abbia buone gambe, un po’ di tempo e non soffra di vertigini. Attenzione però, è una montagna sacra. Come direbbe Soren Kierkegaard, occorre avvicinarsi con timore e tremore. Non è così soltanto perché ai più esperti scalatori è richiesta estrema tensione nel salire le verticali vie della parete nord, 1800 metri che si innalzano dai romantici pascoli della Dolina Vrata, una delle più alte in assoluto dell’intero arco alpino. Non è così soltanto perché anche i più modesti escursionisti, per quanto aiutati dalle fin troppo numerose corde e scale delle “ferrate”, devono guardarsi dall’eccessiva stanchezza e dalle intemperie, in particolare dai fulmini dei temporali estivi, particolarmente attratti dalla moltiplicazione della ferraglia. E’ così perché tutto ciò che ha che fare con il Triglav richiede rispetto.

E’ indispensabile, per quanto possibile, avvicinarsi al mondo degli umani. Si inizi a camminare dall’alto Isonzo, l’incredibilmente affascinante Val Trenta, si proceda da Mojstrana lungo la ferrata del “Prag”, ci si avvicini dal lago di Bohinj verso il Vodnikov dom lungo la via salita nel 1778 dai primi scalatori, ci si immerga nell’incredibile mondo della Valle dei Sette Laghi, in ogni caso è necessario conoscere le piccole società cresciute per lungo tempo lontano dai rumori e dalle molteplici relazioni della modernità. Come introduzione, ci si può lasciar aiutare dagli indimenticabili libri autobiografici di Julius Kugy o più recentemente dai testi di Celso Macor, soprattutto quella pietra miliare che è ancora il libro scritto nel 1978, in memoria dei duecento anno dalla prima salita. Visitando i numerosi musei etnografici sparsi nei villaggi ai piedi delle rocce, entrando con circospezione nei delicati cimiteri di montagna, soprattutto dialogando con la gente che ancora vive in queste terre, ci si immerge in mondi ormai scomparsi. Si scoprono le vite pericolose dei bracconieri che per consentire la sopravvivenza alle loro famiglie rischiavano la vita sulle cenge affacciate sugli abissi, cercando di sfuggire alle inflessibili guardie dell’Impero. Si conoscono le antiche guide alpine di Trenta, persone semplici, taciturne e coraggiose, come Andrej Komac, il preferito da Kugy o Anton Tožbar il vecchio, l’uomo che combatté a mani nude contro l’orso e ne uscì vittorioso, ma privato per sempre della mascella. Si intravvedono, altissime, le vestigia delle miniere di ferro, dove per centinaia di anni i minatori sbarcavano il lunario, morendo di fatica e di gelo, portando a valle qualche chilo di materiale, pagato di solito con un pezzo di pane.

Dalle lapidi e dai racconti emerge anche la spiritualità di un popolo apparentemente lontano dai crocevia della storia, ma proiettato in primo piano dal marziale incedere degli eserciti napoleonici e asburgici, dal rumore dei carri che varcavano il Vršič per rifornire le prime linee austro-ungariche nella linea tra Bovec e Kobarid durante la prima guerra mondiale, dalle urla dei prigionieri russi travolti dalle frane e dalle valanghe mentre cercavano di riparare gli innumerevoli tornanti, dall’assurda occupazione italiana culminata nella dittatura fascista, in territori che hanno sempre difeso strenuamente il diritto a una cultura, a una lingua, ai propri stessi nomi e cognomi, dalla seconda guerra mondiale con i suoi eserciti di liberazione nazionale. Ci sono tanti preti che hanno lasciato i posti importanti nelle Curie e nei Seminari per venire nei luoghi più impervi a insegnare a leggere e a scrivere, a essere consapevoli dei propri fondamentali diritti, anche a salire sulle montagne… come Jakob Aljaž, che aveva addirittura comprato l’intero massiccio roccioso del Triglav per difendere il simbolo dell’identità del suo popolo e al quale sono dedicati un grande rifugio in Valle Vrata e la caratteristica torretta antifulmine sulla vetta. O come Valentin Stanič, straordinario scalatore, il primo a misurare l’altezza del Triglav, architetto del ponte di Kanal e ben conosciuto a Gorizia come fondatore, nel lonatano 1840, della prestigiosa scuola per bambini affetti da sordità. O ancora come i numerosi sacerdoti dotati secondo la gente di misteriosi poteri taumaturgici o dei clandestini sostenitori degli staroverci, i discepoli di arcaiche forme religiose precristiane, “nascosti” dietro ai segni e ai simboli ortodossi per sfuggire a rimproveri e autentiche persecuzioni.

A questo punto la salita può iniziare e il passo farsi regolare e cadenzato. Non ci sono accessi rapidi, almeno quattro ore o più sono necessarie per raggiungere i rifugi sotto la cuspide terminale. La Natura è ricca e rigogliosa, almeno fino alle soglie dei Duemila metri. Le latifoglie vengono sostituite dalle conifere, poi dai mughi e infine dai licheni. Ci si può imbattere nei numerosi camosci e negli stambecchi, con lo sguardo corrucciato di chi si sente minacciato nella propria casa. Occorre stare attenti dove si mettono i piedi, c’è un mondo anche vicino al sentiero, pieno di fiori variopinti, ma anche di lucertole, salamandre, ragni, topolini di montagna e serpenti colorati.

Gli altopiani oltre i Duemila sono aridi, il vecchio regno di Triglav, delle Rojenice e di Zlatorog sembra essere un ricordo sopravvissuto soltanto nelle favole. Non c’è troppo tempo per contemplare i paesaggi lunari, l’ultima parte del percorso è la più impegnativa. Si sale con circospezione, in estate l’affollamento costringe anche a qualche paziente attesa. Anche se il cordino con il moschettone attaccato alla corda fissa offre una sensazione di sicurezza, è necessaria la massima attenzione, gli abissi sembrano voler reclamare il frutto naturale alla forza di gravità.

Ed ecco la vetta, con il suo immenso panorama. Da tutti i monti delle Alpi e Prealpi Giulie, ma anche da Lubiana, da Capodistria, da Aquileia e dall’intera pianura friulana nelle limpide giornate di primavera e d’autunno si vede, lontano, l’inconfondibile sagoma che si innalza maestosa sopra qualsiasi altra altura. E’ logico che da lassù sembra che tutto sia a portata di mano, si può immaginare il mistero della Vita che scorre ovunque, tra i condomini delle metropoli, nelle viuzze delle città di mare, nei vicoli impantanati dei paesetti montani, non ancora del tutto svuotati dalle selvagge esigenze della globalizzazione.

Dall’alto si riconosce l’intera Slovenia e l’intera Slovenia riconosce sé stessa nella sacralità del suo monte nazionale, al punto da riportarne la sagoma stilizzata sula propria bandiera. E’ tempo di iniziare la discesa, portando nel proprio intimo una sensazione nuova, indelebile. Non si è semplicemente realizzato un sogno, raggiunto con più o meno fatica un obiettivo importante. E’ stata un’esperienza che potrebbe essere definita “mistica”. Un po’ come tutto ciò che ha a che fare con il mito, al sorriso presuntuoso del razionalista impenitente succede ancora la più umile percezione di qualcosa che, come scriveva Eugenio Montale, reclama un “più in là”. La salita al Triglav è un’esperienza che può cambiare la vita, se la si affronta con il desiderio di provare il “sacro”, ciò che è – secondo la nota definizione di Rudolf Otto – nel contempo “tremendo e affascinante”. Del resto, come è ogni vera e intensa storia di Vita.

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