Trent’anni fa l’indipendenza della Slovenia e della Croazia.
di Marzio Lamberti del 1/7/2021
Il primo approccio, assieme a mia moglie, con Lussino risale al 1972, cinque giorni a Ferragosto con amici di Gorizia, ospitati da parenti di una famiglia, originaria di Lussinpiccolo, trasferitisi a Gorizia negli anni 30.
Al mattino bagno a est a San Martino (Sveti Martin), porticciolo di pescatori vicino al Cimitero, nel pomeriggio bagno a ovest in Valdisole (Sunset uvala) fino al tramonto. Poi con gli amici con una barca locale abbiamo fatto il giro dell’isola. Così abbiamo visto Cigale (Čikat) con le ville Austriache e la chiesetta votiva sotto il resto di una Lanterna, le baie, la Valstorta (Krivenica), la punta dell’isola con di fronte Illovik-SanPiero, e poi risalendo Rovenska e Lussingrande con la grande chiesa, le case colorate, i rigogliosi giardini, segni di una antica nobiltà e potere.
L’assaggio di tanta bellezza ci ha fatto desiderare un ritorno più lungo. Siamo tornati nel ’75, nel ‘77 e ‘78 quando, sempre con amici e i nostri figli, allora piccoli, abbiamo soggiornato a Valun nell’isola di Cherso, nel piccolo camp dove si arriva solo via mare. Durante quella vacanza abbiamo girato molto per conoscere il territorio, la differenza e la continuità tra l’isola di Cherso e Lussino, scoprendo il profumo di elicriso e della salvia, i muretti con le pietre incastrate a nido d’ape per dare respiro ai forti venti, l’antica separazione degli spazi di pascolo, l’ottimo pesce, i centenari ulivi e fichi e tanto altro. Abbiamo girato dalla cima rocciosa di Lubenice ai piccoli centri di Osor, Neresine, Beli, Martinšćica con un ritorno a Lussinpiccolo per un bagno a Čikat.
Poi l’abbiamo dimenticata un po’ scegliendo per le nostre vacanze zone e centri della costa Dalmata fino al 1990, anno in cui nei paesi croati c’era una visibilissima ed abnorme eccitazione patriottica. Tutte le case imbandierate. Enormi bandiere con la scacchiera croate a scendere dai campanili delle chiese. Quadri e poster di Tudjman dappertutto anche sulle bancarelle per i turisti. Qualche blocco lungo le strade nell’interno verso Knin, ma per noi turisti sembrava poco più che folklore destinato ad esaurirsi.
Ma l’anno successivo, il ’91, la proclamazione dell’indipendenza della Slovenia e della Croazia dalla Jugoslavia e l’inizio della guerra avevano compromesso tragicamente la sicurezza in quelle aree. In quei giorni di giugno gli scontri armati e le tensioni erano arrivate fino ai nostri confini “sotto casa”. A Gorizia dal colle del Castello potemmo vedere nel giugno ’91 lo scontro a fuoco tra l’esercito Jugoslavo e la milizia Slovena al valico della Casa Rossa.
Questi episodi e le notizie sulla situazione nella Croazia, ci sconsigliavano soggiorni lungo la costa cosi” retrocedemmo” sull’isola di Lussino tranquillizzati da nostri amici lì presenti. Inoltre la zona ci sembrava più vicina, più sicura e più collegata con l’Italia. In effetti le isole rimasero fuori dalla devastazione della Jugoslavia. Furono delle retrovie per i soldati feriti e ammalati. Le isole dovevano inoltre garantire un mimino di afflusso turistico per salvare un po’ l’economia della Croazia.
Il giorno della partenza, il 31 luglio, al valico di Pese la Polizia confinaria italiana ci fece gli auguri. Rispondemmo allegramente forse un po’ incoscienti. Percorremmo la strada fino ad Abbazia deserta e desolata, per poi popolarsi, con nostro sollievo, lungo la costa, con tutta la gente al bagno. Sbarcammo a Porozina. Attraversammo l’isola di Cherso su strade di nuovo deserte. Arrivammo a Martinšćica ma c’era il vuoto. Tornammo indietro. Riprendemmo la strada fino a Lussinpiccolo alla ricerca di un campeggio. Il camp Poljana non ci convinse, così proseguimmo fino al Campeggio nella baia di Cigale che trovammo vuoto, desolato, quasi abbandonato, con la pineta grande e buia. Cosi ritornammo indietro a Poljana scegliendo il lato baia con sullo sfondo il paese e i cantieri. Così ci sentivamo più sicuri. Non ci accorgemmo se non il giorno dopo, delle tre caserme della marina jugoslava presenti nella baia e le motovedette militari ancorate al porto.
Con noi, con tende e roulotte, c’erano pochi turisti per lo più veneti e sloveni. Anche in paese il turismo era molto ridotto, un quinto degli anni precedenti. I ristoranti e i bar erano pronti ad accogliere i turisti che non c’erano, i prezzi erano crollati, un pranzo discreto costava attorno ai 5 euro. Ma la bellezza del mare ci aveva nuovamente affascinati e con l’aiuto di un nostro gommone abbiamo esplorato l’intera isola, baia per baia, scoprendo sempre più un mare e una costa meravigliosi. Tutto però era avvolto in un clima “sospeso” per lo più di tristezza.
Facemmo una capatina anche a Valun per rivederla e anche lì il campeggio era quasi deserto. C’era solo un locale aperto, la trattoria di Giordano rinomato per la bontà del pesce, anche se con prezzi mantenuti ancora alti. Infatti lì arrivava un turismo d’élite, di barche, direttamente dall’Italia o dall’Istria. I gitanti attraccavano al molo dell’osteria, mangiavano, bevevano e poi tornavano di corsa a casa al sicuro in Istria o in Italia.
A noi sembrava un approccio alquanto egoista, con sfumature di arroganza come le barche che arrivavano a Lussino con la bandiera italiana piccola piccola (perché obbligatoria) ostentando però grandi vessilli con il Leone di San Marco, quasi a rivendicare un antico dominio, senza molto rispetto della situazione.
Certe volte ci sentivamo un po’ fuori luogo, ma parlando con la gente del posto loro erano grati della nostra presenza, non solo per un possibile guadagno, ma per respirare “normalità” e superare nuove paure. Così pur vivendo bene la vacanza, si sentiva la tensione in atto. Nel porto, vicino al vecchio distributore di benzina, erano ormeggiate le motovedette dell’Armata Jugoslava. C’erano provocazioni tra i marinai e la popolazione croata del paese. Siamo rimasti colpiti dal vedere, una volta, un marinaio dall’imbarcazione jugoslava ormeggiata alla banchina puntare il mitragliatore sulla gente e sul cameriere vestito di tutto punto accanto ai tavolini apparecchiati ma vuoti suscitando non poca paura e molta rabbia. Nelle caserme lungo la baia c’erano moltissimi marinai giovanissimi, di leva, dell’Armata Jugoslava. A Ćunski, un uomo anziano grande e grosso, seduto sull’uscio di casa, urlava contro Tudjman, inneggiando alla Jugoslavia socialista del maresciallo Tito, subito zittito da un nugolo di donne che cercavano di calmarlo e soprattutto di non farlo sentire.
Dovevamo prendere atto che questo luogo così bello era in guerra, anche se c’erano segnali di piccole serenità. In piazza alla sera le donne anziane si stringevano sulle panchine a “babare” rigorosamente divise tra panchine in cui si parlava solo l’istroveneto e quelle solo in croato. Non c’era commistione ma rigida separazione. I babezzi croati non potevano contaminarsi con i babezzi istroveneti. Poi nella prima domenica di agosto una timida ma coraggiosa regata con una cinquantina di barche che avevano dispiegato le vele e i fiocchi colorati per non rinunciare ad una antica tradizione lussignana.
Ma i segnali pesanti continuavano. La sera del 21 agosto di ritorno dal paese al campeggio al ponte Privlaka che separa il centro abitato dalla costa, la milizia croata pesantemente armata ci fermò per controlli per noi inusuali. Era la prima volta.
La milizia aveva occupato il ponte a seguito di un allarme relativo a situazioni internazionali. Quel giorno era stato arrestato Gorbaciov dai generali filo-URSS: la Croazia temeva un ritorno di fiamma del potere sovietico e come possibile conseguenza un colpo di mano dell’esercito Jugoslavo controllato dai Serbi contro la Repubblica appena proclamata indipendente. In mare la marina jugoslava e a terra la milizia territoriale croata. L’allarme passò ma il clima pesante proseguì con segnali di una guerra che da lì a poco sarebbe scoppiata tragicamente.
Quell’anno abbiamo vissuto una vacanza in forte contrasto, un sole e un mare da sogno, ma circondati da una società sofferente che però ci chiedeva di aiutarli, con la nostra presenza a mantenere un collegamento con il resto del mondo in pace.
L’anno dopo il 1992, il turismo era ritornato ai livelli degli anni ottanta. Era tutto pieno. Anche se la guerra infuriava a 50 km di distanza oltre il Velebit. Era relativamente lontana ma colpiva la popolazione. Il paese aveva solo donne e bambini, quasi nessun uomo giovane, solo gli anziani, diversi invalidi o gli addetti al turismo. Le donne giovani piangevano spesso, per i loro uomini al fronte, consolate da quelle anziane che purtroppo avevano già vissuto situazioni simili. I ragazzini, correvano attorno alle barche per aiutarle nell’ormeggio e recuperare qualche moneta. Cosa che non ho visto più fare negli anni seguenti. C’erano pochi uomini e molti lavori venivano fatti dalle donne anche in campeggio.
Nel porto arrivavano barconi condotti quasi sempre da donne anziane che portavano frutta e verdura da Zara e dalle isole vicine perché i bombardamenti serbi dal Velebit e da Obrovac sulla città e sulla costa avevano azzerato ogni presenza turistica e quindi ogni possibilità di guadagno. Negli ospedali c’erano molti soldati feriti, nella baia di Val Scura, lungo il sentiero per Lussingrande, venivano accolti nei bungalow i militari colpiti da gravi esaurimenti nervosi creati dalle paure e dallo shock. Alla sera in quel meraviglioso cielo stellato passavano gli aerei militari. A Fiume, in un rientro a Gorizia di due giorni, alla stazione delle corriere, abbiamo visto la piazza pullulare di soldati in tuta mimetica, armati e cupi, diretti in prima linea a Osijek e Vukovar dove la guerra infuriava atrocemente.
In giro si vedevano i segni prodotti dalla guerra. Noi eravamo turisti attorno ai quali si svolgeva una guerra terribile e di cui vedevamo solo alcuni segni che rimanevano quasi sospesi come se appartenenti ad un altro mondo che forse non volevamo vedere.
Nel 1995 ai primi di agosto a seguito della guerra patriottica (poi risolutiva) ci fu un gran allarme tra i turisti che in un giorno dimezzò le presenze nel campeggio e nel paese, con una corsa verso i confini e file interminabili di macchine ai valichi. È stato l’ultimo segno della guerra. Poi tutto tornò alla normalità. Siamo ritornati sempre negli anni successivi. Abbiamo visto la ripresa anche rapida dell’isola. Abbiamo così approfondito la conoscenza di quel paese, della gente del posto, la pescheria, il mercato, il Museo e la Biblioteca, il Duomo e le piccole chiese, seguendo con piacere la ripresa economica e turistica dell’isola e visitando dintorni incantevoli Susak, Unije, Srakane, Ilovik, Pag, Krk, Rab, Premuda, Olib, Silba, Osor …