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I difficili rapporti con la Santa Sede e il caso ungherese.

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di Cosimo Risi del 1/7/2021

            A dispetto del nome, la nota verbale è scritta. E’ il messaggio che gli stati  si scambiano quando vogliono formalizzare le rispettive posizioni in merito ad un certo punto.

            Non sorprende che la Santa Sede, da stato sovrano, trasmetta una nota verbale alla Repubblica italiana per marcare il dissenso sul vulnus al regime concordatario che verrebbe da certe clausole del DDL Zan.

            Il merito  è oggetto di discussione in Parlamento, tocca infatti punti etici fondamentali. E questo nel momento in cui l’Unione, da ultimo al Consiglio europeo del 24 giugno, richiama l’Ungheria per la scarsa considerazione dei diritti di omosessuali e transessuali. Lo slogan diffuso fra i contestatori è “non siamo tutti bianchi né etero”. Lo stato di diritto, alla base del Trattato di adesione dell’Ungheria, non alberga nella Budapest di Viktor Orbàn.

Il passo del Vaticano interviene dunque nel vivo di una riflessione non solo italiana. E’ l’ulteriore prova che in Europa ormai “tout se tient”, il dibattito interno è parte di quello generale.

Il metodo è fine. Si deliba al negoziato fra gli stati una questione che in altra epoca avrebbe visto interventi di ben altra natura: la pubblica rampogna da parte del clero dal pulpito e dai media; le pressioni discrete sugli esponenti politici di fede cattolica.  

            Lo schema è in uso negli Stati Uniti. Il clero americano rifiuta i sacramenti a Joe Biden, ritenuto responsabile di parteggiare per gli abortisti. Eppure Biden è il secondo Presidente cattolico della storia, subito salutato da Papa Francesco che con lui cerca l’intesa sul tema vitale della salvaguardia del pianeta.

            La nota verbale marca il reciproco rispetto, pur nel dissenso, fra due stati che si riconoscono sovrani ciascuno nella sua sfera. Da prassi avrebbe dovuto restare riservata, la diffusione ha probabilmente lo scopo di arruolare la Santa Sede nel campo dei contrari al DDL. Una mossa incongrua che viola la natura stessa del messaggio.

            Per restare al Consiglio europeo di giugno, due altri punti sono rimasti aperti. La proposta della Commissione di rivedere la politica migratoria è rinviata al vertice di settembre. Il che costringe gli stati membri di primo impatto a cavarsela da soli. La solidarietà può attendere in panchina, assieme alla tutela dei diritti. Su questo piano l’Unione sta marcando un regresso rispetto alle promesse del grande allargamento dei primi Duemila.

            Fra i contestatori delle misure sul ricollocamento figura la solita Ungheria. Gli argomenti sono quelli di sempre. L’accoglienza indiscriminata è un obiettivo incoraggiamento a intraprendere il viaggio verso l’Europa. La presenza di immigrati sul suolo ungherese (e in genere dei paesi Visegrad) altera l’assetto sociale di una popolazione etnicamente compatta. Gli stati membri di frontiera dovrebbero sorvegliarla meglio ad evitare gli sconfinamenti. E comunque resta valido lo schema di Dublino, che pone la gestione degli immigrati a carico di chi accoglie per primo.

Siamo manifestamente fuori dalla logica solidaristica che impregna il Trattato sull’Unione europea. Con il Trattato di adesione, l’Ungheria si impegnò ad applicare l’intero acquis communautaire, il complesso dei principi e delle norme che formano l’ordinamento europeo. Ora, per mera convenienza,  preferisce darne una lettura semplificata e valorizzare l’approccio mercantilistico al solidaristico. Alla lunga questo atteggiamento indebolisce il quadro comune fino a mettere in discussione le stesse ragioni dello stare insieme. Sarebbero i prodromi del recesso sul modello britannico, solo che a differenza del Regno Unito, che insegue il mito di Global Britain, i paesi di Visegrad hanno maggiore interesse a restare che a uscire. Fuori starebbero al freddo del mancato introito delle politiche strutturali: quelle che hanno loro consentito, e ancora consentono, adeguati livelli di sviluppo.

La proposta di Francia e Germania di tenere un vertice UE – Russia è stata respinta da alcuni stati membri del Nord. I tempi non sarebbero maturi, non convincono le aperture di Vladimir Putin dopo il vertice USA – Russia di Ginevra. La spinta propulsiva dell’asse franco-tedesco si attenua nell’avvicinarsi delle elezioni nei due paesi.

Angela Merkel è all’ultimo giro di danza e non si conosce il profilo del successore alla Cancelleria. Emmanuel Macron è a rischio rielezione dopo il voto regionale che ha visto il prevalere del partito gollista. Entriamo in una zona grigia, l’ombra si dissiperà soltanto nella primavera 2022.

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