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Che genere di questione è la questione di genere

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di Davide Strukelj del 27/6/2021

Premetto da subito che probabilmente sono troppo “vecchio dentro” per occuparmi serenamente di un tema oggi così attuale come la questione del genere. Eppure… eppure la mia semplicità mi impone di affrontare questo argomento, più che altro per parlare a me stesso, piuttosto che agli altri.

Ammetto anche che sull’argomento ho delle certezze e sono consapevole che, spesso, chi ha troppe certezze finisce per prendere clamorose cantonate, ma tant’è…

Cominciamo dal genere sessuale.

Parto dalla banalità. Avendo una formazione scientifica, considero fin insignificante insistere nel definire il genere sessuale biologico di un essere umano. Nelle condizioni di corredo genetico “normale” (parola che, ammetto, vuol dire poco in sé e che andrebbe intesa in questo caso esclusivamente come l’aggettivo che deriva da “norma” nella sua accezione statistica), per la specie Homo sapiens, esistono due generi: il maschile, definito geneticamente dalla coppia di cromosomi XY, e il femminile, definito geneticamente dalla coppia di cromosomi XX. Esistono casi particolari, appunto fuori “norma”, con assetti cromosomici diversi (monosomie, trisomie, etc.) e per i quali la definizione del genere biologico segue comunque schemi definiti dagli effetti sullo sviluppo fetale e poi sessuale, sia anatomici che fisiologici, che conseguono a tali anomalie genetiche (anche in questo caso, “anomalia” significa esclusivamente fuori dalla norma, statistica, in considerazione del fatto che questi casi sono relativamente poco frequenti). Fin qui tutto semplice, con la precisazione che la riproduzione sessuale (l’unica nota nella specie Homo sapiens) necessita dell’unione di un individuo di sesso maschile e uno di sesso femminile (includendo però anche determinati casi di monosomie e trisomie dei cromosomi sessuali, che possono risultare infatti fertili). Tutto abbastanza semplice, ma comunque un po’ più complicato di quanto si potrebbe pensare a prima vista.

Attraversando una successiva banalità, o che per lo meno tale è a mio avviso, penso di poter dire con una certa tranquillità che ciascun essere umano è libero di percepire sé stesso come maschio, femmina o con qualsiasi altra “etichetta” sessuale preferisca, ed eventualmente anche senza attribuirsene alcuna. Aldilà di quello che può essere il giudizio degli altri, io posso sentirmi maschio o femmina, o qualsiasi altra cosa, esercitando una mia libertà sulla quale nessuno ha diritto di eccepire. Questa auto-percezione del sé sessuale può, ma non deve necessariamente, corrispondere al genere sessuale biologico. Immagino che su questo ci sia poco da discutere, in fondo, alla stessa maniera, posso sentirmi bellissimo o intelligentissimo, pur essendo brutto e stupido, oppure sensibile o alto essendo indifferente e basso: è un fatto personale sul quale posso trovare un maggiore o minore consenso negli altri. Naturalmente posso infischiarmene del giudizio degli altri, ma potrei anche soffrirne… resta il fatto che sono libero di percepire me stesso come più mi piace o semplicemente come mi sento in quel preciso momento.

Ancora, cadendo in quella che mi pare una ulteriore banalità, penso di poter dire che nel contesto della sessualità, ovvero nella pratica o nelle fantasie dell’atto sessuale, posso liberamente scegliere di frequentare chi preferisco, siano costoro nessuno, uno o più maschi o femmine biologici, o persone che per loro scelta o percezione si definiscano maschio, femmina o qualsiasi altra cosa intermedia, plurale o trasversale. Il principio di base è sempre lo stesso: nelle mie pratiche che includono altre persone non posso sopraffare individui non consenzienti e non posso coinvolgere persone che per età, maturità o stato psicofisico non siano in grado di operare e manifestare una scelta consapevole, personale e libera.

Bene, di banalità in banalità siamo arrivati a un ulteriore interessante argomento: il genere grammaticale.

Mi pare superfluo ricordare che la lingua italiana comprende due generi: il genere maschile e il genere femminile. Un caso fortuito, probabilmente frutto di una semplificazione visto che la lingua italiana deriva dal latino che di generi ne prevede tre: il maschile, il femminile e il neutro. Ma sappiamo che esistono lingue con un numero di generi diverso: in alcuni casi il genere è uno solo, in altri possono essere più numerosi, anche cinque o sei e fino a venti. Inoltre in alcune lingue i generi possono distinguere il maschile dal femminile, ma anche l’animato dal non animato oppure l’umano dal non umano; in altre il genere non è tipico del sostantivo ma dei verbi o degli aggettivi. Insomma, esiste un po’ di tutto. Va anche sottolineato che (in buona sostanza) è solo una casualità che i generi grammaticali dell’italiano, e di qualche altra lingua, si chiamino “maschile” e “femminile”, proprio come i generi sessuali. Per questo motivo nella nostra lingua esistono diversi sostantivi per i quali il genere grammaticale non coincide col genere sessuale.

Detto questo, non possiamo non ricordare che la parola “genere” ci serve anche a individuare possibili categorie di una classe troppo ampia per essere assunta come uniforme. Così, ad esempio, diciamo del “genere letterario”, o di un certo “genere musicale”, ma anche di un certo “genere di persone” dove, in questo caso, non necessariamente si parla di sesso o di cromosomi, ma spesso di suddivisioni soggettive e variabili… Analogamente utilizziamo la parola “genere” per indicare un sottogruppo di specie animali o vegetali all’interno di un ordine (è la famosa tassonomia, secondo la quale noi umani siamo Homo sapiens, dove Homo è per l’appunto il nostro genere).

Riassumendo questa breve analisi, il genere è una questione variegata, mista di basi scientifiche, di percezione personale e soggettiva, di linguistica e di buon senso…. Spesso queste caratteristiche sono tra loro scarsamente correlate, e talvolta volerle mettere in relazione ci porta molto lontani dalla realtà delle cose e dal razionale.

Forse, proprio per tutti questi motivi, non mi stupisce affatto sapere che una famosa spia (nome femminile), pur essendo geneticamente XY (biologicamente maschio) ma sentendosi femmina (auto-percezione di sé), ami ricambiata un chirurgo (nome maschile), geneticamente XX (biologicamente femmina) che non ha una percezione schematica del proprio genere sessuale. 

E sì, tutto questo tema è decisamente un genere di argomento che non mi appassiona molto… con buona pace dello “schwa”, che non so bene che genere di parola sia.

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