di Andrea Bellavite del 20/5/2021
La Chiesa cattolica sta vivendo la sua più grande crisi da 1708 anni a questa parte, cioè dal 313, l’anno dell’editto di Milano, con il quale Costantino non conferiva soltanto “a tutti i culti dell’Impero” la libertà di professione, ma avviava quella commistione tra potere religioso e civile che avrebbe caratterizzato tutta la storia cosiddetta “occidentale”, da allora ai nostri giorni.
Sì, proprio “a questi nostri giorni”, quando alcuni nodi teologici decisivi stanno venendo al pettine. Il Concilio Vaticano II (1962-1965) li aveva soltanto intravvisti, non tanto nei molto contraddittori documenti ufficiali, quanto nella vivacità dei dibattiti tra i padri conciliari, i quali fra l’altro – sia consentita la parentesi – erano a livello decisionale esclusivamente maschi.
Quali punti segnalare, lasciando da parte per ora lo “Stato Vaticano”, la cui stessa esistenza è clamorosamente opposta al dettato evangelico, “dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”?
Il primo forse, anche se non molto evidenziato, è il più importante e riguarda la ventilata preminenza della coscienza sulla legge. Se tale principio fosse stato accolto in toto, si sarebbe realizzato un pieno accordo tra la visione dei fedeli di Cristo e il pensiero soggettivo che caratterizza il pensiero moderno e post-moderno. Sarebbe in altre parole stata demolita l’idea stessa di “Natura unica”, garantita dalla Creazione e dalla Rivelazione e affidata all’interpretazione autorevole del Magistero della Chiesa. Non ci sarebbero più stati principi non negoziabili in politica, sarebbe senza dubbio definita la natura sacramentale dell’amore omosessuale, il mistero dell’inizio e della fine della vita riguarderebbe essenzialmente le scelte del soggetto e non il parere del vescovo o del sacerdote di turno.
Il secondo aspetto riguarda l’ecclesiologia, tenendo presente che fino al 1961 la dottrina ufficiale è ancora attestata sul patristico “extra Ecclesiam nulla salus”, concetto peraltro nei primi secoli relativo a una “Chiesa” universalistica e non certamente “partitica”, cioè riservato esclusivamente al club dei battezzati, come attestato sostanzialmente lungo tutto il secondo millennio. Dal Vaticano II si esce con l’impressione penosa di una “pienezza di verità” presente solo nella Chiesa cattolica unita intorno al Papa, che riconosce tuttavia la possibilità che ci si salvi pur non essendo battezzati cattolici, ma a condizione che non si sappia che solo in essa c’è salvezza. E’ una visione talmente ristretta che il concilio si sente costretto, all’ultimo momento, due settimane prima della sua chiusura, ad approvare la Nostra Aetate, una bella “dichiarazione” sul rapporto tra cristianesimo e religioni nella quale si riconosce la comune origine e il comune destino dell’intera umanità. Se fosse stata portata avanti questa prospettiva e non quella opposta, autorevolmente riaffermata nel 2001 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede guidata da Josef Ratzinger, sarebbe oggi opinione comune ciò che è ovvio, ovvero che Dio possa essere pregato e adorato in diverse forme, anche in quella particolarmente profonda di chi lo cerca, pur senza trovarlo, con cuore sincero.
Un terzo aspetto della rivoluzione ancora nascosta nel Concilio è quello della gerarchia. La riaffermazione della differenza “ontologica” tra portatori del carattere battesimale e i “ministri ordinati” (cioè consacrati con il sacramento dell’Ordine sacro) ha creato non poche delusioni, in particolare in chi riteneva giunto il momento di passare da un sacer-dozio sacrale (donatore del sacro, esattamente l’opposto rispetto alla soppressione della mediazione operata dal laicissimo Gesù, almeno così come tramandato dai Vangeli) a un presbiterato ed episcopato funzionale al servizio della comprensione generale della Parola di Dio nelle comunità. E’ evidente che un servizio puramente funzionale non comporterebbe né l’innaturale imposizione celibataria né tanto meno il divieto di presidenza, assurdamente ancora precluso all’universo femminile. E’ da notare che un simile concetto di successione generale dell’intera comunità all’esperienza unica delle comunità apostoliche, corrisponderebbe pienamente al modello insegnato dal Maestro che proponeva “a chi vuole essere il primo, di essere il servo di tutti e l’ultimo di tutti”: una bella lezione a chi si fa chiamare don (da “dominus”, padrone), eccellenza, eminenza o addirittura santità!
Infine, ma è evidente che questi sono soltanto piccoli e frammentari spunti di un discorso molto più vasto, il Vaticano II postula una riproposizione del rapporto fra fede e ragione. Non lo dice, ma orienta a una radicale distinzione, nonostante il tentativo riunificante di Giovanni Paolo II con l’enciclica Fides et Ratio. Solo il riconoscimento della distinzione tra fede e ragione può consentire un autentico ecumenismo, ovvero il superamento delle “sicurezze assolute” postulate dal cattolicesimo preconciliare. In questo senso, non può che essere messo in discussione il dogma – formulato fra l’altro in modo molto equivoco dal Concilio Vaticano I – dell’infallibilità del successore di Pietro (il Papa), quando parla ufficialmente ex cathedra Petri. Se la fede è individuale e la sua pratica si realizza in una dimensione di libertà comunitaria, non ci può essere alcuna costrizione. La verità dell’interpretazione della persona e della parola di Gesù presuppone il libero esame da parte di ogni credente, senza alcuna costrizione – formale o sostanziale che sia – da parte di alcuna autorità.
I semi nascosti del Concilio sono stati finora soffocati dai pontificati successivi. Paolo VI, forse consapevole della rivoluzione possibile, ha sofferto l’indicibile prima di tirare il freno a mano a una riforma ancora troppo precoce. Giovanni Paolo II (il I ha avuto troppo poco tempo), con lo straordinario carisma umano che lo ha contraddistinto, ha impresso un’impronta conservatrice che ha paralizzato per quasi trent’anni la riflessione sugli sviluppi dell’assise romana. Papa Ratzinger è stato travolto dai propri dubbi, da teologo fortemente innovatore sulla scia delle correnti più avanzate del dopo concilio a custode della Tradizione, infine competente e triste sostenitore del ritorno al medioevo aristotelico tomista contro il relativismo permissivista della modernità. Papa Bergoglio incarna nella sua azione le linee più sconvolgenti, finora ancora nascoste, ma non riesce a trasformarle in teologia e diritto, rischiando così di passare per un uomo simpatico, interessante e coraggioso, senza però intaccare l’essenza stessa del problema. Se i gesti e le parole di Francesco divenissero dottrina e canone, effettivamente si realizzerebbe tutto ciò che è stato detto finora, il primato della coscienza sulla legge, una fede cristiana “inter pares”, una gerarchia destituita da ogni potere sacrale, un Papa non più “infallibile”, oltre ovviamente a un presbiterato femminile, al riconoscimento del matrimonio sacramentale omosessuale, al celibato radicato nella libera scelta e così via.
Certo, la codificazione di queste nuovissime (ma anche antiche come la Chiesa delle origini) prospettive, non può che portare a uno scisma, ma esso di fatto è già in atto. La Chiesa cattolica attuale è come l’Unione Sovietica di Gorbacev, apparentemente ancora ben salda fino alla vigilia del crollo. Con esso non finirà, anzi si rafforzerà molto l’autentica fede cristiana ed evangelica. Avverrà con papa Francesco? Forse no, forse con il suo successore se avrà la forza e il coraggio di convocare un nuovo Concilio e di avviare una nuova fase, quella della morte della struttura post costantiniana e della nascita di un nuovo soggetto, libero, affascinante, “nel mondo ma non del mondo”, come recitava all’inizio del II secolo la splendida “lettera a Diogneto”.