di Lucia Paola Toros del 26/02/2021
E’ un dato di fatto che le immagini dominino e totalizzino il nostro quotidiano. Appaiono, scompaiono e si susseguono ad un ritmo vertiginoso. Siamo immersi in un mondo fatto di immagini, è diventata la nuova dimensione umana.
Sarà forse per questo motivo che negli ultimi anni la caratteristica fondamentale per un telefono di ultima generazione è una fotocamera strabiliante. Il telefono più evoluto e desiderato è quello che fa le foto più spettacolari, nitide, piene di effetti. Certo, è quello che consente di postare le suddette mirabolanti foto sugli altrettanto mirabolanti e sfavillanti social dei quali sembriamo non riuscire a fare a meno. E lì che si trova? Immagini, immagini, sempre e solo immagini, ferme o in movimento…qualche sparuta parola a sottolineare qualche tema, per il resto solo immagini.
E che c’è di male? Le immagini dicono più di molte parole.
Certo, nulla di male, ma a furia di immagini che si susseguono, si rischia di smettere di pensare. Le immagini si fissano sulla rètina per una frazione di secondo e innestano in noi un’emozione. Sulla base di quella emozione, agiamo, senza filtri, di pancia, animati dalla percezione di una conoscenza approfondita dell’argomento trattato. Poi senza alcuna pausa rientriamo nel circolo, e i nostri occhi vengono colpiti da altre innumerevoli immagini in sequenza ininterrotta.
E non importa che le immagini siano artefatte o vere, anche perché non siamo in grado di distinguerle.
E le parole? Le parole passano in secondo piano, non catturano l’attenzione allo stesso modo, hanno meno impatto ed efficacia. Complice di questo è il fatto che presuppongono un tempo più lungo di attenzione, che molti di noi non sono disponibili a dedicare.
Si, il tempo. Sembriamo tutti alla ricerca disperata di tempo a disposizione, sembra non essercene mai abbastanza, metaforicamente siamo assetati di tempo. Quello stesso tempo che poi utilizziamo per mantenerci costantemente “aggiornati” sull’ultima immagine e l’ultimo evento. Tutto in velocità, tutto di fretta. Troppo veloci per pensare, una frazione di secondo e via, si passa ad altro. Il tempo del pensiero è superato da quello delle immagini.
Eppure sembra una conquista: avere a disposizioni queste immagini ci illude di conoscere, di essere informati e di capire. La potenza dell’immagine è che porta a credere di aver visto quella cosa con i propri occhi, di essere a propria volta testimoni di quell’evento. Si ha l’illusione di conoscere l’avvenuto, perché lo si è visto con i propri occhi. In questo modo oltre a testimoni diventiamo giudici e divulgatori del vero assoluto, consentendoci di arrogarci il diritto di giudicare, perché “si è visto, e si conosce”.
Nell’era delle immagini si va dimenticando la prospettiva e il punto di vista.
Ironico a pensarci, considerando quanto questi siano fondamentali nello scattare una foto.
Una stessa realtà muta a seconda dell’immagine in cui è stata catturata e le differenze variano in base a molteplici fattori, anche banalmente, dall’autore, dalla sequenza, dalla inquadratura. I manipolatori più efficaci riescono attraverso le immagini a farci mangiare cose che non avremmo mai pensato di mangiare o a farci comprare cose che non avremmo mai pensato di comprare, o votare per chi non avremmo mai pensato di votare. Siamo in balia delle immagini.
E la mancanza di tempo per approfondire, per ragionare, per discutere diventa un alibi, ma anche un paradosso, se pensiamo a quanto sia il tempo che i dispositivi, che ci connettono alla rete, fagocitano a ciascuno ogni giorno. Mediamente ogni persona dotata di connessione sta almeno 2 o 3 ore al giorno incollata ad uno schermo. Due o 3 ore sarebbero un tempo sufficiente per approfondire, per farci un’idea nostra sull’argomento?
Forse sì, ma ecco che si entra nel corto circuito: se il tempo non lo si utilizza per aggiornarsi, la sensazione è di averlo irrimediabilmente perduto e cresce l’ansia di rimettersi in pari. Per cui ci si arrende a questa ansia e ci si fa guidare, orientare, condizionare dalle immagini, non dal fatto in sé. Si sostituiscono le immagini ai pensieri e alla logica in un vortice che conduce all’abdicazione al ragionamento.
Ci si accontenta dell’imitazione della realtà, anzi, dell’imitazione di un frammento della realtà, di una sua parte, quella immortalata dall’immagine. E si diventa spettatori passivi, quelli che subiscono questo delirio di visioni, incapaci di staccare il telefonino dalle mani per 5 minuti di fila senza farsi prendere dall’ansia di vedere cosa c’è di nuovo. Sembra una dipendenza, una droga, di cui si è poco o per niente consapevoli.
A questo punto, sarebbe interessante conoscere qual è invece la realtà delle persone che sono fuori da questo dominio delle immagini, perché esistono persone al di fuori di questo condizionamento.
Sono quelle che a causa dell’età avanzata o della giovane età non sono in grado di usufruire di uno strumento digitale. oppure coloro che hanno sviluppato gli altri 4 sensi, poiché difettano della vista. Ebbene a loro sarebbe interessante chiedere di descrivere la loro realtà. Si potrebbe già avanzare una probabile macro differenza: la loro realtà è costituita da una dimensione temporale meno frenetica, più lenta…a misura “d’uomo”.