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Il finto pensiero innovativo

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di Michele Degrassi del 26/02/2021

Nella mente di molti di noi, nel suo profondo, è impiantata un’idea, tenace e persistente e cioè che l’innovazione ha in sé un potere stravolgente e benefico, un qualcosa che cambierà le nostre vite. Impariamo sin dalle scuole elementari che le grandi invenzioni sono quelle che hanno cambiato il corso dell’umanità: dalla ruota al telegrafo, dalla caldaia a vapore ad internet. Questa idea tende a portarci su un piano scivoloso e spesso fuorviante e si tratta di una dinamica che tende a percorrere trasversalmente vari settori della nostra società, dall’imprenditoria ai luoghi della creazione artistica. In questo breve articolo cercherò di approfondire alcuni risvolti di questa tendenza trasportata nella vita politica italiana.

Se osserviamo con una certa attenzione la proposta politica degli ultimi trent’anni, dal 92 ad oggi, ci accorgiamo che dal punto di vista programmatico si è trattato di una costante rincorsa a rilanciare con tematiche ad effetto. Questa logica del continuo rilancio ha prodotto una serie di storture che cercherò di analizzare in maniera disgiunta.

  1. La desincronizzazione tra proposte e sviluppo delle stesse in ragione dell’aumentata alternanza di governo. Nello spazio temporale oggetto della nostra analisi abbiamo avuto una grande quantità di governi e di presidenti del Consiglio.  Dal 4 aprile 1992 ad oggi abbiamo avuto 19 governi e 8 tornate elettive per il parlamento. Risulta chiaro a tutti come ogni nuovo governo, e ancor di più ogni nuovo parlamento, abbia avuto la necessità di caratterizzarsi di fronte all’elettorale con proposte politiche convincenti e accattivanti. Da un lato quindi il continuo rilancio di tematiche innovative che possano convincere l’elettore e dall’altro una durata media dei governi inferiore ai due anni. E’ ragionevole pensare che in un periodo così ristretto quelle idee abbiano potuto prender corpo? Direi assolutamente di no. Ciò nonostante, ad ogni tornata elettorale sorge impetuoso il desiderio di rilanciare con idee nuove, senza mai aver dato il tempo alle vecchie di impiantarsi.
  • L’incapacità di aggiustare quello che funziona poco. In questo tourbillon di nuove proposte ecco comparire anche la cieca volontà di cancellare il pregresso convinti che il nuovo vento purificatore spazzerà via tutto per un nuova e migliore opportunità di futuro. Così facendo, anche le cose ragionevoli che spesso avevano cominciato ad attecchire con una certa fatica e che magari avevano bisogno di un lungo e paziente lavoro di “fine tuning” vengono non solo stroncate alla nascita ma, cosa ancor peggiore, bollate come incapaci di produrre risultati e quindi sbagliate.
  • La resistenza passiva degli operatori del cambiamento. Nel quadro di continui rilanci sopra descritti si dimentica spesso che l’agente del cambiamento è costituito da un corpo di 3,5 milioni circa di dipendenti pubblici che ha ormai capito che è del tutto inutile prodigarsi per agire un cambiamento che è destinato ad arenarsi nello spazio di un mattino, giusto il tempo di veder arrivare il prossimo governo con il suo carico di innovazione. Ci troviamo quindi ad immaginare che l’innovazione venga agita da soggetti che sono invece concentrati a far passare la nottata…
  • L’esaurimento delle proposte ragionevoli e la necessità di spararle grosse. Un altro effetto che discende da questa necessità di essere sempre innovativi è il progressivo esaurimento delle nuove idee ragionevoli con la conseguenza di un aumento indiscriminato di proposte che, avendo la necessità di superare per innovatività le precedenti, finiscono spesso per essere irrealizzabili laddove non addirittura deleterie.

In una recente intervista Sanjay Khosla, manager con esperienza trentennale in Unilever e Kraft, racconta di una ricerca che ha svolto in qualità di consulente senior di Boston Consulting Group: Sanjay spiega che fare innovazione in azienda significa costruire su quello che già funziona e non stravolgere l’esistente (come molti di noi credono sia possibile fare).

In conclusione, mi sento di poter dire che, il più delle volte, sono le piccole modifiche o se volete le modifiche di aspetti di dettaglio a darci le maggiori soddisfazioni: non sempre guardare alla grande innovazione, al nuovo prodotto che sbancherà il mercato, o alla nuova proposta politica rivoluzionaria significa darsi le maggiori possibilità di successo. Spesso invece è proprio il lavoro di “fine tuning” e di perfezionamento del dettaglio a darci le soddisfazioni maggiori.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org