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Visco: un campo di concentramento fascista sul confine orientale d’Italia

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di Ferruccio Tassin del 12/02/2021

Qui la prenderemo alla lontana, senza però, andare per le lunghe scherzando con fatti e secoli.

Un paese qualunque, Visco, in Friuli, Italia, al limite nord della Bassa Friulana (già Contea di Gorizia e Gradisca, provincia di Udine dopo la grande guerra). Il nome stesso del paese è stato discusso: dal Viscus oraziano, latino? Sembrerebbe improbabile. Dal vezzeggiativo di Vleslav, Visko ? Teoricamente possibile. Da Višek, “elevato, alto”? Riguardo ai metri sugli altri paesi, certo.

E allora, “slavo”?! Il parroco decano di Visco, poi di Aquileia, don Mesrob Justulin, che considerava il nazionalismo il cancro dello Stato, il primo a ipotizzare l’origine slava del nome, osservò: “… La tendenza di purgare la lingua e di cassare tutto ciò che non è puro prodotto nazionale, farà sparire anche questi segni e documenti storici … ”; e ancora “… Il nazionalismo spinto – di essere rampolli dei leggendari Romolo e Remo – (non so del resto che gloria sia) è una ridicolaggine …”.

In loco, si trovano reperti romani, longobardi, paleoslavi.

E allora … si pianteranno le bandierine nazionali, usando criteri ottocenteschi e novecenteschi?

A mettere tutti d’accordo c’è la preistoria, che squaderna dal terreno reperti del Bronzo Antico, Medio, Recente; dell’Età del Ferro. 

Grazie a Dio, al di là di giuste valutazioni di identità culturali, si fa strada la visione di un uomo europeo, frutto di incroci, il quale, adattamenti a parte, ha più in comunanza che in particolarità (anni fa, era stata allestita a Roma una grande mostra che andava in questa direzione e mostrava che i vasi in terracotta a campana rovesciata erano comuni a Nord, Sud, Est e Ovest; che la Venere di Willendorf – Austria – aveva il profilo simile, e non propriamente anoressico, a quella di Savignano – Italia).

Saltiamo fuori dalle nebbie nel Medioevo e vediamo, in pacifica mescolanza, nomi latini, slavi, tedeschi, ungheresi.

Confini stabili, se vogliamo, tra mondo latino, tedesco, slavo e ungherese, vengono catapultati (sono transazioni di potenti) sul microscopico paese, e ancora più stabili con la fondazione di Palmanova.

Il confine fra Venezia e l’Austria dal Cinquecento alla caduta della serenissima

Lotte di comunità, per pascoli e altro, si tingono di politico, quando i potenti non disinnescano le tensioni, ma i luogotenenti veneti di Palma, fanno capire che gli imperiali sono legati ai loro prìncipi … e persino i nobili veneti guardano con simpatia in quella direzione!

Il confine moderno si specializza sempre di più a monetizzare le differenze territoriali, e allora arrivano dogane (nel ’700 quelle di Maria Teresa) e gabelle stradali.

Confine, ma, quando serviva, i nostri andavano a Palma e i loro soldati andavano, magari a impegnare la armi, a Ontagnano, piccolo paese imperiale con una comunità ebraica.

Nel ’600, 1615-1617: guerra di Gradisca (son lâts in trente e dodis e son tornâs i quarantedoi! – sono andati in trenta e dodici e son tornati in quarantadue, a dire la voglia di morire …), e perfino cambio di Stato, con un momento di gloria per Gradisca, città fortezza fondata da Venezia; subito dopo austriaca, capitale della principesca contea degli Eggemberg (1647-1717), che poi avevano ascendenze slave, venendo da Ceski Krumlow, in Boemia. Il ’700 è dai confini e vittorie così oscillanti (Napoleone protagonista), che fanno dire al parroco di Gradisca, de Baselli: basta con i Te Deum, che qui cambia a ogni giro d’aria!

Cambiamenti da brividi, dopo uno che aveva scompaginato il quieto vivere come Giuseppe II.

Batti e ribatti e ritorna l’Austria; fino a Visco, il Regno dell’Illirico e, da Palma (città fortezza fondata da Venezia il 7 ottobre 1593) alla Lombardia, il Lombardo Veneto. Torna il confine, questa volta interno, che, alla dogana, munge i sudditi coi dazi. Ancora brividi per le rivolte e rivoluzioni del 1848; bruciate Visco e Jalmicco, la seconda, prima fedelissima austriaca, cambia idea; la seconda prosegue in testarda fedeltà, che accoglie in maniera non granché amichevole simpatizzanti del tricolore, che per esercitare le loro funzioni irredentistiche vanno a Palmanova, che rispolvera il leone di San Marco in prospettiva antiasburgica, dopo il passaggio all’Italia con l’ennesima guerra (1866). Confine strutturato; schiere di funzionari e soldati che fanno la spola da tutto l’impero austroungarico su confine e dogana: Tedeschi, Sloveni, Croati, Cechi, Slovacchi, Polacchi … Qualcuno si ferma in paese. Morteglianesi Italiani mandati in esilio per contrabbando; la signora elegantissima e inanellata che cercava di introdurre in Austria 3 chili di una polvere bianca, che, analizzata dal farmacista di Aiello, risultò essere cocaina; l’aviatore jalmicchese che violava il sacro suolo (perché avrebbe dovuto essere italiano) dei paesi austriaci di confine, salvo poi atterrare quando rischiava di cadere (siamo nel 1911) come una pera cotta…

Gli Sloveni del Collio intagliavano gioghi che vendevano ai nostri contadini; compravano le susine sugli alberi per poi distillare; se avevano un pugno di ciliegie, le commercializzavano.

Nell’Ottocento, era comune che degli Sloveni occupassero posti importanti nei nostri paesi: Valentino Messesneu, delegato per il culto del nostro cantone sotto i Francesi, cerca di modernizzare la organizzazione ecclesiastica e di scrollarsi di dosso il peso di invadenti servitù vischesi che da quella parte si credevano domini; un sacerdote di Canale, Goriup, prima ad Aiello (in un documento abbozza una bella analisi sociale; bella per capacità di indagine, perché di miseria è che parla) poi a Visco, semina le c di pipe; un maestro di Podgora, Giovanni Sfiligoi (il nome lo annuncia sloveno) è il primo maestro in paese a Visco, organista  e primo podestà costituzionale, dopo la costituzione del 1848.

I guai erano già cominciati per l’Europa, per i principi romantico-nazionali, “la primavera dei popoli”, che scivoleranno nel “la mia patria è migliore della tua” del nazionalismo e nel finalizzare lotte e guerre a far coincidere lo Stato con la Nazione, trattando gli altri popoli inglobati come “minoranze”.

Così Italiani, Tedeschi, Ungheresi; qui anche Sloveni, Croati, Friulani (ma questi non toccati dal alcun prurito nazionale, li facevano vescovi per questo!) cominciano a guardarsi di stross (in tralice) per motivi più seri e radicali. “Liberati” con la prima guerra mondiale, i nostri vengono subito presi a pedate dai fratelli e mandati “in vacanza” ora in Sardegna, ora in Toscana, Sicilia (“orrida e torrida” la chiamerà don Justulin), Abruzzi e Molise, Piemonte … Ci sono anche gli Sloveni. Dopo la guerra, i nostri si rassegnano al dominatore-“fratello” limitandosi alla resistenza del ricordo, ma soprattutto dimenticano la storia e le offese di infamanti e ingiuste accuse antinazionali. Gli Sloveni, da quasi un secolo strutturati sotto il profilo linguistico e nazionale, fortemente scolarizzati dove l’ambiente lo consentiva (100 % ad Aidussina, contrariamente alle credenze di qualche nazionalmacaco nostrano, che li voleva invariabilmente ignoranti), furono perseguitati per la loro fortissima resistenza – con il clero in testa –  alla assimilazione. Chiusura di scuole, arbitri dello Stato all’ordine del giorno, talché molti abbandonarono terre di confine per trasferirsi altrove.

E da qui il nazionalismo, robusto, muscolare da occupazione del 1915 ad annessione nel ’21, in poi trascolorerà nel fascismo. Il razzismo, funzionale al fascismo, non nasce nel ’38 come da leggenda nera della irriducibile cattiveria teutonica, ma ben prima.

Tutto questo prepara la occupazione italiana della Jugoslavia del 6 aprile 1941. Un pittore lubianese, Marijan Tršar mi ha raccontato e scritto che il peggio del peggio per lui, nel campo di concentramento di Gonars era proprio il senso di inferiorità che gli si voleva infliggere. Al di là dei morti, delle violenze, ruberie e incendi, basterebbe questo a scavare un solco tra i popoli.

La dolorosa storia di Slavenka e Milan

Questa è una storia iniziata nel 1941, quando una ragazza croata diciassettenne avverte che la vita le sfugge di mano, imbalsamata, fuori dal tempo.

Inizia a Gradac in Dalmazia, con il suo arresto da parte di collaborazionisti dell’occupante italiano.

Il fratello è in guerra; il padre – Jure – ha 48 anni; arrestato, imbianca nei capelli, all’improvviso.

Imprigionata la sorella Nede (21 anni); più tardi, anche la madre Anna (38) e i fratelli Perica e Senka  (8, e 6 anni !). Slavenka Ujdur, insieme con cinque ragazze (tra i 19 e i 23 anni), una donna vicina ai cinquanta, altri uomini del paese, viene portata in barca nelle prigioni di Metcovič sulla Neretva, e a Kolocep, nelle carceri della fortezza di Dubrovnik; in autocarro a Prevlaka (Montenegro); i morti di Mamola orride prigioni; il viaggio da bestie in barca verso Fiume; i carri bestiame del treno per il trasferimento a Palmanova. Di là a Visco, nel campo di concentramento.

In Jugoslavia anche la violenza (i compagni di sventura picchiati); tempi delle privazioni; del non esistere, intimamente legati a giorni e notti dietro il filo spinato. La fame; il non essere più donna nel fisico … Un lampo di umanità: un ufficiale giocava con una bambina; sentimenti che sembravano non albergare in un nemico. Il più difficile era capire il perché. Giorni si succedevano ai giorni: uguali.

Felicità solo dopo l’otto settembre; poi lunghe, lente colonne di umanità, dolente e umiliata, sulla faticosa via del ritorno.

Slavenka Ujdur nel campo di Visco col Presidente on. Luciano Violante

Decenni più tardi, le dicevano che il campo di Visco non c’era stato; impossibili i campi di concentramento qui; dopo, le danno ragione; non sapevano … non potevano credere …

Il 21 ottobre del 2000 rientra in questo luogo, per vedere; un mazzo di fiori in cimitero, uno in chiesa, per quelli che erano morti del tutto. Per lei, erano morti tre anni, forse più; ricordi  dolorosi che solo il tempo attenua.

A Osoppo, colpita con i suoi dai terremoto nel 1976, Slavenka è stata solidale  con chi è più sfortunato di lei. Non odia: ha sposato un italiano; era suocera di un italiano che aveva preso in moglie una croata.

Ancora più tenera la storia di Milan: sette anni trascorsi in Slovenia, nelle vicinanze di Lubiana; prima (nel 1941) la occupazione italiana sembra innocua; persino qualche parola della loro lingua impara; poi la casa bruciata (con l’accusa di essere partigiani insieme con altre nel suo paese).

Trasferimenti di luogo in luogo, fino a Monigo (Treviso); qui muoiono 228 persone, tra esse tantissimi bambini e bambine di pochi mesi e di pochi anni. Con Milan sono la mamma, un fratello e due sorelle; il padre e il fratello più grande sono ad Arbe (tra i 1.000 e i 1.500 morti; i più per fame), poi il padre andrà a Gonars (435 morti) e il fratello li raggiungerà a Visco.

Il campo di Visco “… venne costituito dall’intendenza d’armata, ma, appena costruito, passò alle dipendenze del comando C. A. di Trieste; ne era comandante il ten. col. dei Carabinieri Bonfiglio…”.

L’ordine di allestirlo giunse nel dicembre ’42; avrebbe dovuto essere in grado di ospitare 10.000 persone; il comando d’armata concesse all’intendenza pochi giorni, data l’urgenza.

La località fu scelta dal gen. Umberto Giglio, Intendente del Comando Superiore delle Forze Armate Slovenia – Dalmazia. L’area fu sgomberata rapidamente trasferendo a Palmanova il reparto che la occupava. L’esistenza di 17-18 padiglioni in muratura (c’erano dalla I guerra mondiale) facilitò l’operazione.  I lavori procedevano a rilento e il generale si portò sul posto il  17 gennaio ’43 e descrisse minutamente i lavori fatti eseguire, concludendo: “… Tutti i lavori, malgrado le poche ore lavorative dovute alle intemperie della stagione e alle giornate corte, vennero effettuati in modo quasi completo, in circa un mese, tanto che, il 20 febbraio 1943 il campo venne occupato dai primi mille internati che trovarono in esso ogni possibile conforto (dove il termine potrebbe suonare come tragica ironia n.d.A.)

I lavori compiuti, per la loro enorme mole e perché eseguiti con organizzazione perfetta e razionalmente, destarono l’ammirazione delle autorità superiori che definirono “miracolosa” la costruzione di quel campo … ”. Sembra si parli di altro, piuttosto che di un luogo in cui l’umanità veniva violata!

Nel giugno del ’43 si stabiliva in 8.500 internati la capacità del campo di Visco, ed esiste di allora una pianta del progetto di ampliamento del campo, segno che l’internamento avrebbe avuto un carattere di stabilità.

Per un’idea di come si annunciassero nuovi arrivi al campo (e di quanto contasse l’uomo), ecco un fonogramma, del 13 giugno 1943, che l’Intendenza della II Armata, Direzione Trasporti, inviava al Comando della II Armata, Ufficio Affari Civili: “Sono giunti oggi pomeriggio a Fiume 435 internati civili via nave da Castelnuovo di Cattaro. At ore 19.56 partiranno per ferrovia diretti at Visco Palmanova”, sicché un lungo viaggio senza respiro.

Il gen. Umberto Giglio, in una lettera di poco precedente, aveva dato dei consigli; tra essi, uno per le vittime più innocenti di simili soprusi: “… riunire i bambini durante varie ore del giorno in apposito recinto (proprio ‘recinto’, n. d. A.) e locale per essere intrattenuti in giochi ed istruzioni in relazione alla loro età”. Milan, che il 22 marzo aveva compiuto 8 anni nel campo di Monigo, arriva a Visco con la mamma Maria di 38, il fratello Ivan di 6, le sorelle di 17 e 18. Li raggiunge il fratello Jože; veniva da Arbe e non occorre dire come si presentò.

Saranno liberati dopo il 25 luglio; il padre dopo l’8 settembre. Anche sul foglio dei bambini la monotona ripetitività della burocrazia scrive che il “luogo di cattura” è stato Begunje.

È ancora convinzione comune che le ingiustizie nei confronti delle nazioni e gli internamenti di popolazioni slave siano stati sporadici; il fenomeno era ancora malamente conosciuto fino ad anni relativamente recenti (in nessun libro di storia per le scuole vi si fa cenno) e comunque, nel primo dopoguerra, pare non sia stato usato come  motivo di scontro tra varie posizioni ideologiche (questo almeno nel Friuli orientale).

È utile accennarvi  almeno per averne una visione complessiva: tralasciando l’immediato dopoguerra e il periodo squadrista, sotto il fascismo si diede facoltà ai prefetti di intervenire immediatamente  per sciogliere associazioni “antinazionali”, si agì sulla lingua, proibendo in tutte le sedi giudiziarie l’uso di qualsiasi idioma che non fosse l’italiano; si fece pressione per il cambiamento dei cognomi (con tratti di incultura che hanno dell’impossibile). Si agì contro il clero sloveno e croato e, con la leva economica, con espropri eliminazioni di società cooperative; e poi ci furono almeno 31 campi di internamento, di cui 26 sparsi nell’attuale territorio italiano, dove morirono circa 7.000 persone.

A provocare tutto questo era stato lo stesso demone del nazionalismo che aveva visto internare migliaia di sloveni e della nostra gente (mai sono stati riabilitati) in Sardegna, Sicilia, Toscana, Lombardia … allo scoppio della prima guerra mondiale.

Degli internati nel campo di Visco, 25 non fecero più ritorno; 22 si spensero nel campo, 3 all’ospedale di Palmanova. I certificati di morte accennano in qualche caso a gravi stati di deperimento organico; probabilmente erano persone che arrivate da Arbe. Per fortuna, qui, non morirono bambini. Ciò fu senz’altro dovuto anche al gruppo dei medici del campo, alcuni dei quali curarono allora senza compenso molti dei nostri paesani.

Pianta del campo di concentramento di Visco (giugno 1943)

Si deve accennare, almeno (per far capire che l’umanità non si era spenta), a una lettera del capitano medico pediatra dott. Giuseppe Castelbarco Albani, che, scrivendo a mons. Mirko Brumat, del comitato per il soccorso agli internati sloveni, segnalava tra l’altro: “… mancano farine alimentari per bambini e sovratutto Mellin per divezzamento e per correggere nei lattanti artificialmente ai primi mesi. Non abbiamo nessuna dotazione, ed il sottoscritto stesso à provveduto personalmente ad acquistare qualche flacone di Mellin facendo piccola opera di beneficenza … le anime buone del Goriziano, le mamme sopratutte potranno più di me, pensando ai loro bambini, comprendere quanto bene si può fare in tanto dure contingenze per le piccole innocenti creature altrui…”.

Ci furono altri piccoli segni di solidarietà: uno dei muratori che costruì questa chiesa portava qualche pezzo di sapone e di pane; una famiglia contadina faceva avere al di qua dei reticolati verdure di stagione; un bambino di allora ha raccontato che due nonne gli raccomandarono di pregare per quei bambini.

Per la grande storia, cui solo una storiografia, a torto chiamata minore, accenna, questi sono particolari trascurabili, ma forse questi piccoli gesti servirono ad attenuare la sfiducia nel prossimo di quel fiume di umanità dolente che, dopo l’otto settembre, si mise in marcia per raggiungere le proprie terre, e ricominciare.

Milan, che aveva otto anni, si era accorto che anche a Visco, tra le baracche, dove scorrazzavano i ratti, prima il terreno aveva avuto un’altra funzione, perché aveva visto ricrescere le spighe del grano …

Era la speranza.

Epilogo

Si è cercato di collocare la vicenda del campo di concentramento di Visco entro ambiti storici più vasti, per capire come abbia una significanza simbolica che va oltre il locale, entra nella “grande storia” di cui la località dove fu collocato visse momenti significativi.

Il campo sorse fra la dogana italiana e quella austriaca (ambedue ancora esistenti), in un luogo che fu per cinque secoli di confine, prima fra Austria (cui Visco Apparteneva) e Venezia; dal 1866 (III guerra di indipendenza), fra Austria e Italia. Nel 1915, con l’occupazione italiana, fu installato l’ospedale attendato più grande d’Italia: 1000 posti letto in tenda. Vi morirono (fece strage soprattutto il colera) fra i 500 e i 600 soldati, soprattutto italiani, e dei civili della Contea di Gorizia. Dopo Caporetto, i 20 padiglioni ospitarono 400 profughi dei paesi del Piave, fino al 1923; vi morirono 14 persone, di cui 8 bambini. Più tardi, fu deposito di artiglieria e quindi deposito di mascalcia a supporto della cavalleria che operava in Jugoslavia dopo la occupazione italiana (dal 6 aprile 1941). Il campo di concentramento (tuttora intatto) aveva il suo cuore logistico nei 20 padiglioni risalenti alla grande guerra, circondati da decine di tende e baracche prefabbricate, che, dopo l’8 settembre 1943 furono asportate dalla gente dei paesi vicini e in parte smontate e inviate in Germania. Nel 1943 l’ex campo divenne un deposito della Wehrmacht. Il 5 ottobre 1944, venne assaltato da un gruppo di partigiani al comando di Ilario Tonelli (“Martello”), e fu asportata una grande quantità di armi. Nel 1947 la caserma ospitò reparti di carabinieri e di finanzieri che andarono a riprendere possesso di Gorizia.

Da allora, al 1996, la caserma vide decine di migliaia di giovani in servizio di leva. In seguito, su istanza di chi scrive, la Soprintendenza mise il vincolo sulla parte che ricalca il cuore logistico del campo.

Attualmente, all’interno ci sono due impianti di allenamento di cani da catastrofe (la cosa, dato il significato del luogo, non ha bisogno di commento!), e la sede della Protezione Civile.

Di recente, il complesso, di proprietà comunale, è stato “oscurato” con reti di plastica, che ne limitano la visibilità.

Numerosissimi sono stati i visitatori dell’ex campo di concentramento, ormai noto in Italia e all’estero: la voce “Visco” è entrata anche in una enciclopedia  dei campi di concentramento pubblicata negli USA dall’Università dell’Indiana. Due contributi regionali destinati al Comune per un concorso di idee volto ad uno studio per la valorizzazione dl campo sono stati lasciati cadere.

Ferme prese di posizione per la difesa di questo luogo sono venute da numerose associazioni, da intellettuali fra i quali gli scrittori Moni Ovadia, e Boris Pahor, che ne ha parlato, e scritto su giornali quali “La Repubblica” e “Il Sole 24 Ore”. Ampi articoli sul problema della difesa e valorizzazione sono usciti su “Famiglia Cristiana”, “Il Corriere della Sera” e giornali locali, nazionali italiani, sloveni e croati.

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