di Stefano Pizzin del 13/12/2020
“La società non esiste, esistono solo gli individui” Margareth Thatcher; “lo Stato non è la soluzione ma il problema” Ronald Reagan.
Rileggete bene queste due frasi, perché sono la colonna portante degli ultimi quarant’anni di storia politica ed economica e perché la brillante ideologia che reggevano, il liberismo, ci ha portato a sbattere.
Non ci è bastata la crisi del 2008, quando a forza di distribuire crediti e di produrre un’economia di carta, senza più nessun contatto con la realtà, ci siamo trovati di fronte alla più pesante crisi economica del dopoguerra. Non ci è bastata nemmeno la sciagurata scelta di seguire politiche di rigore forsennato, tagliano i servizi sociali e sanitari, precarizzando il lavoro e le vite delle persone; fine c’è voluto un virus, la più piccola delle forme di vita, se di vita si può parlare, a fare saltare un castello, quello del nostro sistema economico e sociale, costruito sulla sabbia.
Ma un sistema che produce diseguaglianze intollerabili, la cui ricchezza si concentra sempre più in mani di pochi, spolpa il nostro ambiente naturale e ci espone in modo drammatico alle crisi globali, come fa ad essere ancora così popolare e difeso? Perché è ancora l’ideologia dominante?
Perché è stato legato alla più bella, amata e sopravvalutate delle idee politiche: la libertà.
Facciamo un passo indietro: con la fine delle seconda guerra mondiale, il mondo occidentale ha la necessità di ricostruire un tessuto sociale, distribuendo risorse, dando servizi, lavoro e sicurezza ai cittadini. Pressato dalla competizione con il sistema comunista, l’Occidente non rifiuta l’economia di mercato ma la addomestica. Attraverso la tassazione redistribuisce la ricchezza in termini di welfare. La Stato è presente nell’economia regolandola e indirizzandone l’intervento verso il progresso collettivo. Fino agli anni ‘70 l’espansione, in Occidente, dei servizi sociali, dell’occupazione, della crescita economica e sociale pare non avere freni e investe tutti gli strati sociali, togliendo un significativo numero di persone dalla povertà. In qualche modo, l’equilibrio tra economia di mercato e “modello socialdemocratico” si stabilizza. Si attua quel principio secondo cui, come diceva il leader socialista svedese, Olof Palme: “il capitalismo è come una grossa pecora che, di tanto in tanto, va tosata”. Le stesse destre, in Germania, come in Francia, si adeguano a un sistema che tiene conto delle necessità di orientare socialmente il mercato.
La grande espansione del welfare drena enormi risorse che vanno recuperate con alte tassazioni verso i ceti più abbienti e mettono sempre più in discussione il dogma del libero mercato e della competizione come unico motore dell’economia. La prima crisi petrolifera e la recessione degli anni ‘70 offrì l’occasione per mettere in crisi il paradigma culturale del welfare che aveva dominato dal dopoguerra. Assistiamo così a quella che potremmo chiamare le “rivoluzione dei ricchi”.
Sono pensatoi di intellettuali, circoli universitari, think tank politici a preparare la rivoluzione degli anni ottanta: intanto va ristabilito il primato dell’economia sulla politica. Riesumando Adam Smith e Von Hayek, Milton Freidman e la scuola di Chicago rilanciano l’idea che il mercato non debba essere frenato, la sua “mano invisibile” agirà liberamente portando ricchezza. Arthur Laffer, con la sua teoria dello “sgocciolamento” sostiene che lasciando arricchire gli strati senza freni gli strati più ricchi della società, essi, magicamente, lasceranno cadere un po’ della loro ricchezza a quelli più bassi. Teorie economiche da stregoni che non rimasero ferme nelle aule universitarie, ma vennero adottate dai nuovi ceti dirigenti conservatori, a partire da Reagan negli Stati Uniti e la Thatcher in Gran Bretagna (per la loro prima applicazione pratica vennero usati, come cavie, i cileni sotto il regime di Pinochet).
L’obiettivo di ripristinare il mercato sempre più libero, la privatizzazione delle risorse e il darwinismo sociale, aveva però bisogno di uno strumento formidabile, un concetto, un’idea che consentisse di raggiungere quella che Gramsci chiamava “egemonia culturale”, e cioè quando l’idea delle classi dirigenti sono fatte proprie anche da coloro che ne saranno le vittime.
Il concetto è pronto: la libertà.
Già, ma la libertà era stata storicamente patrimonio dei progressisti, fondamento delle politiche sociali redistributive (la “libertà dal bisogno” di Roosevelt). La libertà dei progressisti, tuttavia, stava dentro un corpo sociale, a partire da quella libertà, per dirla con Kant, che “si ferma davanti alla libertà altrui”, fino a quella per cui il primo compito è quello di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che ne impediscono la fruizione a tutti. La libertà come la declineranno i teorici della nuova destra liberista ha come fulcro l’individuo, il singolo che nella società non vede più il luogo dove affermare le proprie capacità e concorrere al progresso generale ma il campo di battaglia dove affermarsi in una perenne competizione. Una specie di “homo, homini, lupus” senza un Leviatano a fare da poliziotto.
Trovato un fondamento buono per tutti, bisognava individuare il nemico, perché in politica un nemico è fondamentale. Ed eccolo pronto: lo Stato.
L’arma e tarsiò retoricò è pronto: l’apparato statale che con la sua burocrazia parassitaria frena le libertà degli individui e con le sue tasse colpisce il profitto del duro lavoro. In quegli anni riesce incredibilmente facile paragonare lo Stato dei nostri Paesi occidentali al mostruoso Moloch sovietico, la Guerra fredda aiuta, e così, la tradizionale destra conservatrice, quella tutta legge e ordine, si trasforma e diventa paladina dell’individuo e delle sue libertà, prendendo con sé anche tanti delusi dal post ‘68 che, dimenticato lo spirito sociale, si ritrovano solo un po’ di ribellismo individualista. Quella mutazione genetica della destra è proseguita incessante fino a oggi. I Trump, i Bolsonaro, i Johnson, non sono altro che l’ultima evoluzione di un progetto politico che vede nel darwinismo sociale il modello per le relazioni umane e assegna allo stato l’unica finzione di mantenimento della sicurezza poliziesca. Anche le relazioni tra gli Stati si devono adattare a quel modello: Brexit e neoisolazionismo sono prodotto di questa politica. Infine, nazionalismo, culto dei “valori tradizionali”, uso strumentale della religione, hanno la funzione di collante della società.
Torniamo alla fine degli anni ‘80: il collasso del sistema sovietico e il fallimento del socialismo reale contribuiscono in modo decisivo. Sotto le macerie del muro di Berlino non finisce solo il comunismo ma pure la socialdemocrazia. I paradigmi culturali del liberismo sono dominanti e patrimonio di quasi tutto l’arco politico. Cosicché, quando negli anni ottanta, i progressisti, da Clinton a a Blair, da Schroeder a D’Alema, vanno al governo, pensano di mantenere sostanzialmente immutato il sistema liberista, aggiustandone solo le macroscopiche ingiustizie e immaginano che sia sufficiente cercare di redistribuire meglio la ricchezza che esso produce prodotto.
La fine di un sistema alternativo di società produce un mondo unico, un enorme mercato di uomini e merci da regolare il meno possibile. Quel mondo liberale che secondo Fukuyama ci avrebbe consegnato la “fine della storia”. Perfino la Cina, formalmente diretta da un partito comunista, si accoda alla pratiche del liberismo. È la globalizzazione, qualcosa di probabilmente inevitabile e foriero di grandi opportunità, ma che si sarebbe dovuto gestire e non lasciare agli “spiriti animali del capitalismo”.
La rivoluzione tecnologia accelera il processo verso direzioni impensabili e ancora tutte da comprendere. Nel mondo di oggi i padroni del vapore non sono quelli di un tempo, non hanno beni materiali, non produco e vendono ferro, carbone o grano, ma detengono informazioni e servizi. Amazon, Google, Microsoft, giocano su i terreni dove lo Stato e la politica sono sempre tragicamente in ritardo. Decentrano le produzioni, andando di volta in volta dove la manodopera è a minor costo, sfuggono al fisco lasciando all’erario, grazie ad accoglienti paradisi fiscali e legislazioni compiacenti, ben poche risorse da usare nel sistema pubblico.
La rivoluzione tecnologica ci ha trasformato antropologicamente, i nostri dati, la nostra vita intera, è diventata merce, ventiquattro ore su ventiquattro e in qualunque parte del mondo. La precarietà lavorativa è diventata precarietà di vita. Certo, un tale turbine di soldi che incessantemente su muove da un punto all’altro (fermandosi prevalentemente in poche mani) ha anche migliorato le condizioni di vita delle aree più miserabili della terra, ma proprio in Occidente, invece, il divario tra ricchi e poveri appare sempre più profondo.
In nome della libertà quasi assoluta abbiamo perso la cognizione del tempo: il passato non esiste più e viene nascosto nella più profonda ignoranza, il futuro come programmazione della propria vita e idea di progresso per tutti è ridotto a una forsennata e solitaria arrampicata sociale, e tutti viviamo immersi in un perenne presente.
Il sistema economico e sociale appare come una trottola impazzita che non si può fermare, mercificando ogni cosa a partire dall’ambiente e dalle persone, beni che, come ci stiamo accorgendo, non sono infiniti.
Un mondo unico dentro il quale si aprono contraddizione che, più di mostrare vie alternative, appaiono i segnali di una folle e disperata fuga nelle caverne dell’irrazionale. Il ricorso al fondamentalismo religioso e al il nazionalismo appaiono spesso come la ricerca di un’alternativa al domino dell’economia e una riscoperta, su basi malate, di un principio di coesione sociale alternativo all’individualismo dominante.
Le voci critiche, il pensiero alternativo appare debole e confuso. La sinistra oscilla tra nostalgie degli anni ‘90, tra la retorica di liberale, tutta diritti civili e meno attenta a quelli sociali, e le nostalgie di un passato che non torna. Incredibilmente, ma neanche tanto, svetta la voce di Papa Francesco che, pur tra le mille contraddizioni della Cattolica, esprime una radicale critica al sistema capitalistico così com’è oggi.
In questo quadro è arrivata la pandemia da Covid-19. Niente di nuovo nella storia dell’umanità, ma sufficiente per mostrare tutte le debolezze del sistema che abbiamo costruito negli ultimi decenni. Sembra, in qualche modo, che abbiamo preparato il terreno per la diffusione del virus: tagli agli interventi pubblici, in particolare nella sanità e nei servizi sociali, una precarietà che impedisce alle persone di curarsi adeguatamente, un sistema economico che ci costringe a muoverci e a lavorare sempre, fino a una libertà intesa come affermazione di sé senza sentire la responsabilità verso gli altri e che rende persino difficile convincere molte persone a rispettare le necessarie regole di contenimento dell’epidemia. Insomma, quel dannato virus trova in noi stessi, nei valori che abbiamo introiettato e nel nostro sistema sociale, il miglior alleato per diffondersi e uccidere.
Questa crisi porta così a una inevitabile riflessione sul nostro sistema economico, sociale e culturale, e il finale non è ancora scritto. Sono in gioco interessi enormi e le regole per il futuro, e chi oggi vive in una condizione di privilegio e dominio non cederà facilmente, anzi, sarà una dura battaglia politica e culturale, a partire dal riappropriarsi delle parole e dei concetti che esse esprimono, prima fra tutti l’idea di libertà.
Le battaglie politiche sono sempre culturali e non è vero che in politica c’è un modo efficiente e uno inefficiente di risolvere le cose. In politica le soluzioni possono essere progressiste o conservatrici, di sinistra o di destra, dipende quale modello di società si sceglie e quali interessi si vogliono privilegiare.
Nei prossimi mesi e anni si riscriveranno le regole e i rapporti di forza per il mondo futuro e se i progressisti vogliono vincere questa battaglia devono ricostruire un pensiero, ritrovare parole come socialismo ed eguaglianza, riscrivere il codice genetico di un’idea di libertà che negli anni è diventata solo egoismo. Costruire, dunque, un terreno culturale forte e autonomo senza inseguire idee altrui o pensare che sia sufficiente un leader ben agghindato e comunicativo. C’è bisogno di comunità, di partiti, di tutto quello che stupidamente abbiamo gettato al vento perché considerato vecchio e pesante. C’è bisogno, infine, che la sinistra riscopra la sua vocazione storica: cambiare lo stato di cose esistente. Infatti, la più radicata menzogna dell’ideologia dominante è che il mercato, così com’è, sia un dato di fatto immutabile. Non è così: le leggi dell’economia sono spesso il prodotto di un a ideologia determinata e dei rapporti di forza che devono sostenere, non sono come il tempo meteorologico, sono prodotti della storia umana e delle leggi che ci siamo dati e che si possono, e in questo caso si devono, cambiare.
Prenderne atto sarebbe almeno il primo necessario passo, senza il quale non andremo da nessuna parte.