di Loredana Panariti del 26/11/2020
Il 13 novembre sono passati 24 anni dalla scomparsa del sindaco di San Pier d’Isonzo, il compianto Adriano Cragnolin. Dell’uomo, del politico e del sindacalista si è molto scritto in questi anni, anche perché l’Associazione che porta il suo nome ha contribuito a onorarne la memoria e a riproporre con nuove attività il suo profondo impegno verso le giovani generazioni, la cultura e la pace. Un impegno, il suo, che faceva seguire alle parole i fatti: furono memorabili, per esempio, la sua difesa dell’acqua pubblica e il suo coinvolgimento nell’aiuto ai profughi dell’ex Jugoslavia. Vicende che lo videro sempre partecipe in prima persona, a rispondere personalmente delle scelte per le quali aveva deciso di battersi. Ma non era un solitario, sapeva convincere le persone perché lavorava per qualcosa che andava oltre il consenso e aveva un’idea molto chiara del concetto di bene comune.
Le sue capacità amministrative superavano i confini del Comune alla ricerca di un percorso condiviso che desse maggiori opportunità e forza al Monfalconese. E proprio questo aspetto, cioè la capacità di visione, di immaginare il futuro e i grandi cambiamenti che stavano arrivando fu, probabilmente, alla base della costruzione di Città Mandamento di cui fu promotore instancabile.
Certo quel mondo è finito, il territorio monfalconese non è più compattamente o quasi compattamente di sinistra o centro-sinistra, molte grandi fabbriche hanno chiuso e il partito in cui Adriano militava ha avuto una lunga serie di cambiamenti perdendo quel forte radicamento di cui, in qualche modo, il sindaco era frutto.
Tuttavia, esaminando la realtà odierna e cercando di recuperare gli elementi positivi di quella stagione senza peccare in anacronismo, penso che Adriano fosse capace di “riconoscere” il territorio, intendendolo sia come ambiente, sia come luogo di relazioni. Uno spazio caratterizzato da memorie, testimonianze e saperi locali individuato come base dei processi di sviluppo. Nel suo affetto verso il bisiac e il paese non c’era nessun cedimento verso un mondo idilliaco, ma, invece, la capacità di cogliere il racconto che da quel mondo, pure in mutazione, arrivava.
Il racconto di una società, dei suoi rapporti interni, delle sue dinamiche demografiche, dei suoi squilibri sociali, del suo rapporto con l’ambiente, la politica e anche la fede. La sua, però, non era una lettura univoca, né il territorio era visto come un deposito indifferenziato in cui ci poteva stare tutto e il contrario di tutto. Lo sforzo che faceva, da amministratore, era gerarchizzare le informazioni in modo dinamico per creare nuove opportunità. Quello che voglio dire è che quelle informazioni diventavano conoscenza. Una conoscenza capace di superare i limiti del deposito, di cui dicevo prima, e di offrire occasioni di crescita civile ed economica agli abitanti. E da questo, probabilmente, la creazione di parole condivise che consentivano di legare le diverse realtà in progetti riconosciuti autorevoli ed efficaci.
In questo percorso, comune anche ad altre realtà amministrative del Monfalconese, la conoscenza precedeva la comunicazione. E quest’ultima era intesa come partecipazione, spinta a reagire, a mettersi in gioco, a interrogarsi.
L’attuale crisi economica e sociale, potenziata dalla pandemia, avrebbe bisogno di nuove forme di partecipazione che una politica spesso orientata esclusivamente al presente e al consenso fa fatica a mettere in pratica. Dalla storia di Adriano (e di altri amministratori del tempo) possiamo ricavare che bisogna porsi l’obiettivo del futuro, investire nelle persone e saldare il legame tra politica e territorio che in parte è andato perso. Si tratta di intercettare, ricomporre, risaldare tutti quegli elementi che sebbene sconnessi e separati, costituiscono il capitale sociale del territorio e utilizzare uno sguardo lungimirante alle prospettive di lungo periodo, senza dimenticare, però, che il momento è adesso.