di Andrea Bellavite del 11/11/2020
Più volte papa Bergoglio si è pronunciato in merito alle unioni omosessuali. Già nel primo anno di pontificato, tornando dall’America in aereo, aveva risposto a una specifica domanda, con la famosa frase “chi sono io per giudicare?”. Si era poi espresso in questo senso in altre occasioni, fino al collage di filmati del quale si è sentito molto parlare negli ultimi tempi. Dalle interviste raccolte e sapientemente montate, sembra che Francesco approvi le legislazioni statali riguardanti le unioni tra persone dello stesso sesso e che postuli in questo senso la necessità di una normativa civile.
Tali parole hanno suscitato scandalo nei sempre più forti circoli tradizionalisti della Chiesa cattolica, tanto più in un momento di grande crisi organizzativa, con la rivelazione di giochi di potere e speculazioni finanziarie che con un eufemismo si potrebbero definire quanto meno avventurose. Hanno al contrario portato una ventata di forse eccessivo entusiasmo tra i “progressisti”, sia tra quelli che si ritengono appartenenti alla comunità ecclesiale che, soprattutto, tra coloro che rivendicano la propria laicità.
Non per gettare acqua sul fuoco della speranza, le attuali esternazioni papali – in particolare quando rivolte ai media – spesso si prestano a interpretazioni di segno opposto, tanto più che l’interessato non sembra particolarmente propenso a chiarire direttamente i pensieri controversi, lasciando il compito ai collaboratori che a volte finiscono per confondere ulteriormente il tutto.
Nel caso in questione, se Bergoglio avesse veramente pensato ciò che gli si è fatto dire, farebbe pensare a uno scherzoso aneddoto riguardante Papa Giovanni XXIII. Prendendo possesso della Cattedra di Pietro e riconoscendo l’enorme distanza della struttura cattolica dal mondo moderno, avrebbe detto: “Se fossi il Papa, a questo punto convocherei un Concilio”. Un cardinale, un po’ preoccupato, gli avrebbe risposto: “Santità, ma voi siete il Papa!”. “Ah già, è vero, allora convoco il Concilio”. Non si sa se questo episodio faccia parte dell’agiografia, il fatto è che Roncalli dalle buone intenzioni è passato ai fatti e il Concilio Vaticano II ha costituito un punto di svolta fondamentale per la Chiesa “di Roma”.
Bergoglio è il Papa, cioè il “Padre dei Padri” per i battezzati cattolici, guida normativa e pastorale, addirittura portatore di carisma di infallibilità quando esplicitamente definisce l’autentica interpretazione di questioni riguardanti la fede e la morale (così afferma il dogma proclamato nel Concilio Vaticano I, 1869-1870). Ed è anche il Capo assoluto di uno Stato, con una propria struttura organizzativa e normativa, con formale potere legislativo, esecutivo e giudiziario.
Le sue parole sui diritti delle coppie omosessuali troverebbero una ben più autorevole conferma, rispetto a una contestata trasmissione di un’intervista “a pezzi”, se fossero accompagnate dall’istituzione di due commissioni di studio e di lavoro, la prima facente capo allo Stato della Città del Vaticano, la seconda a due Congregazioni, quella per la dottrina della fede e quella per il culto divino e per la disciplina dei sacramenti.
Trascurando la prima, che avrebbe un compito abbastanza semplice, quello di redigere una legge sul matrimonio o su forme di unioni civili tra persone omosessuali, vale la pena di soffermarsi sulla seconda, la quale potrebbe certamente portare enormi novità anche sul piano filosofico e teologico.
La tradizionale dottrina della Chiesa ha sempre rifiutato di prendere in considerazione il riconoscimento di forme di relazione di coppia diverse da quella eterosessuale, attribuendo successivamente a esse addirittura un carattere immorale, patologico o comunque irregolare. Tale considerazione è stata fondata sull’adesione alla filosofia aristotelico tomista, in particolare sull’affermazione del concetto di “una natura umana”, derivata dalla Creazione e confermata dalla divina Rivelazione. Dal punto di vista teologico, l’accettazione senza alcuna possibile deroga di tale visione filosofica, ha determinato l’impianto dell’etica cattolica, giungendo fino alla ribadita e ripetuta affermazione, da parte dei Pontefici e del magistero, dell’esistenza di “principi non derogabili” ai quali si dovrebbero conformare anche i politici cattolici, impegnati nei vari agoni delle democrazie rappresentative.
E’ vero che Bergoglio, a differenza dei predecessori, non ha seguito tale percorso di sistematica intromissione negli affari pubblici e non ha invocato l’obiezione di coscienza all’approvazione di leggi riguardanti i diritti civili e individuali, in particolare relativi all’inizio e alla fine della vita oltre che all’esercizio della sessualità. Ma è anche vero che non si è ancora adoperato per superare questo incredibile blocco filosofico che impedisce, all’inizio del Terzo Millennio, di archiviare il concetto di “unica Natura” di derivazione essenzialmente ellenista, nell’epoca dell’urgenza di una nuova sintesi culturale tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud, che richiede il completo affrancamento dalle ormai del tutto anacronistiche acquisizioni del pensiero medievale europeo. Il riconoscimento delle unioni civili nell’ambito dello Stato della Città del Vaticano sarebbe solo una conseguenza, un segno piccolo ma in grado di offrire credibilità alle esternazioni di Francesco.
Dal momento però che forse anche la stessa esistenza di uno “Stato della Chiesa” dovrebbe essere prima o poi messa in discussione, ben più importante, significativo e durevole, sarebbe il segnale teologico e liturgico. Il matrimonio, secondo la visione della Chiesa cattolica, è un sacramento, cioè un segno visibile che rende presente, agli occhi del credente, il Mistero invisibile. In altre parole, l’esperienza dell’amore, vissuto a tutti i livelli tra due esseri umani, rende visibile nel mondo l’amore di Dio per il creato e l’amore di Gesù Cristo che dona la sua vita per la piena realizzazione dell’umanità.
L’unico “nome” con il quale il Nuovo Testamento “definisce” Dio è il termine greco Agape, che significa “Amore”, condivisione e convivenza infinita ed eterna. Per questo, in una visione logica e teo-logica, una volta sciolto il nodo filosofico relativo alla “natura” che impedisce qualsiasi reale passo in avanti, il Papa non dovrebbe avere esitazioni nell’affermare il diritto dei credenti cattolici omosessuali a celebrare il sacramento del matrimonio, senza alcuna differenza rispetto ai “fedeli” eterosessuali.
Questa sì, sarebbe un’autentica rivoluzione e aprirebbe prospettive inedite su molti altri campi del pensiero, forse anche la ricostruzione dell’unità fra le confessioni che si richiamano al Vangelo e il ritorno al cristianesimo delle origini, svincolato dalle pastoie di ogni forma di Potere e aperto al servizio di ogni essere umano, qualunque sia la sua religione o la sua ideologia di riferimento.