di Ravel Kodrič del 8/7/2020
A 100 anni dall’assalto squadrista che a Trieste dette alle fiamme il Narodni dom con annesso Hotel Balkan – “il vero battesimo dello squadrismo organizzato”, come lo definì Renzo De Felice – nonché a 115 anni dalla sua inaugurazione, la vicenda storica che lo investì – in seguito agli esiti territoriali della Grande Guerra sul confine orientale – si presterebbero a svariate considerazioni. Si potrebbe spaziare dalla storia dell’urbanistica e dell’architettura alla storia politica, dalla sociologia all’antropologia storica, dalla storia del teatro e della musica alla letteratura.
Non meno stimolante risulterebbe tuttavia uno sguardo che privilegi i percorsi spesso tortuosi dei solchi della memoria collettiva e dei modi di sentire la propria identità nazionale, attivati dall’uso sociale e politico della storia, che l’evento traumatico di cent’anni fa ha scolpito nel vissuto individuale e collettivo della città, per come esso si articolò fra le diverse componenti linguistiche, sociali e politiche della sua popolazione.
In questo contributo intendo però limitarmi ad alcune considerazioni precipuamente attualistiche, legate alle attese suscitate dall’annuncio, emerso dall’incontro dei due capi di stato Sergio Mattarella e Borut Pahor il 23 gennaio scorso a Gerusalemme, nel quadro delle manifestazioni celebrative del 75° Anniversario della Liberazione del campo di Auschwitz – Birkenau e del Quinto Forum Mondiale sull’Olocausto, della loro partecipazione congiunta alle solennità del centenario.
L’appuntamento del 13 luglio di quest’anno, celebrato in presenza dei presidenti delle due repubbliche contermini, si caratterizza così – con l’ufficializzazione delle premesse per la “restituzione” dell’immobile alla minoranza linguistica slovena, che non dovrebbe, auspicabilmente, prescindere dal dettato della vigente legge di tutela (23 febbraio 2001 n° 38) e dalle condizioni in essa indicate – non solo come un atto di riparazione che intende recare, con lo sguardo rivolto al comune presente e futuro europeo, simbolica soddisfazione a Trieste tutta e ai triestini di lingua slovena in modo particolare, bensì pure come un atto di riappacificazione fra le nazioni italiana e slovena, rappresentate per l’occasione dai Presidenti delle due Repubbliche.
In altre parole: a tale atto si è inteso, alla fin fine, attribuire la veste propria ad una dimensione diplomatica bilaterale, intrinsecamente estranea alla menzionata legge di tutela, la quale, anzi, esplicitamente si ispira a fonti giuridiche autonome, cioè spontanee e non bilateralmente negoziate, e per la precisione agli “articoli 2, 3 e 6 della Costituzione e dell’articolo 3 della legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1, recante approvazione dello Statuto speciale della regione Friuli-Venezia Giulia, in conformità ai princìpi generali dell’ordinamento ed ai princìpi proclamati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, nelle convenzioni internazionali e nei trattati sottoscritti dal Governo italiano”.
Giova, a questo punto, riportare integralmente la disposizione di legge specifica all’art. 19 (“Restituzione di beni immobili”):
1. La casa di cultura «Narodni dom» di Trieste – rione San Giovanni, costituita da edificio e accessori, è trasferita alla regione Friuli-Venezia Giulia per essere utilizzata, a titolo gratuito, per le attività di istituzioni culturali e scientifiche di lingua slovena. Nell’edificio di Via Filzi 9 a Trieste, già «Narodni dom», e nell’edificio di Corso Verdi, già «Trgovski dom», di Gorizia trovano sede istituzioni culturali e scientifiche sia di lingua slovena (a partire dalla Narodna in studijska Knjiznica – Biblioteca degli studi di Trieste) sia di lingua italiana compatibilmente con le funzioni attualmente ospitate nei medesimi edifici, previa intesa tra regione e università degli studi di Trieste per l’edificio di Via Filzi di Trieste, e tra regione e Ministero delle finanze per l’edificio di Corso Verdi di Gorizia.
2. In caso di mancata intesa entro cinque anni, si provvede, entro i successivi sei mesi, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri.
3. Le modalità di uso e di gestione sono stabilite dall’amministrazione regionale sentito il Comitato.
L’edificio di via Filzi, già “Narodni dom”, è attualmente sede della Sezione di Studi in Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori del Dipartimento di Scienze Giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e della Traduzione. Una minima e largamente insufficiente porzione dei vani al piano terra sono da diversi anni concessi, in forza della menzionata legge, in uso alla Narodna in študijska knjižnica – Biblioteca degli studi, la cui sede centrale rimane peraltro in via San Francesco 20.
Vale la pena sottolineare inoltre, che a partire dalle pattuizioni del Memorandum di Londra fra Italia e Jugoslavia, patrocinate verso la fine del 1954 dai governi degli USA e del Regno Unito, il tema del risarcimento per il rogo doloso del Narodni dom apparve in esse soddisfatto ed esaurito: con l’inaugurazione, nel 1964, del Kulturni dom di via Petronio a Trieste, esso infatti cessò di far parte del contenzioso italo-jugoslavo.
Prova ne sia che pure nelle nuove condizioni, sorte dal processo di indipendenza della Repubblica di Slovenia dal nesso federativo jugoslavo agli inizi degli anni Novanta, le autorità slovene non intesero sollevarlo neppure nel contesto delle sollecitazioni di parte italiana a rinegoziare, con la controparte riconosciuta successore della cessata federazione, alcuni aspetti della sistemazione che in seguito agli Accordi di Osimo (1975) e agli Accordi di Roma (1983) si era data all’annosa questione dei beni abbandonati dagli esodati dall’Istria. Sta di fatto che negli accordi siglati il 10 ottobre 1994 ad Aquileia dai due ministri degli affari esteri, Lojze Peterle per la Repubblica di Slovenia e Antonio Martino per la Repubblica Italiana, compare, sì, l’impegno italiano al restauro ed alla restituzione del Narodni dom del rione triestino di San Giovanni, ma non vi è traccia, invece, né di aspettative né di impegni relativi al Narodni dom sito in via Filzi.
Fu solo nel 2008 che la vicenda del rogo del Narodni dom riscosse, al di là dei confini cittadini e regionali, una meritoria risonanza nazionale, grazie alla seconda edizione della versione italiana del romanzo dello scrittore sloveno triestino Boris Pahor dal titolo evocativo Il rogo nel porto, alla riedizione del suo romanzo Necropoli con la prefazione di Claudio Magris, ed infine alla testimonianza resa dall’autore stesso nel corso della trasmissione televisiva Che tempo che fa, diretta da Fabio Fazio, il 17 febbraio di quell’anno.
L’intavolatura “diplomatica” bilaterale del tema della piena attuazione dell’art. 19 va pertanto fatta risalire a tempi relativamente recenti.
Il 7 settembre 2017 il Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni si recò a Lubiana in visita di lavoro. All’ordine del giorno, fra i vari punti, l’ambizione italiana a succedere al Regno Unito, ormai in procinto di rescindere i legami con l’UE, quale Paese membro, ospitante la sede di un’importante Agenzia europea. Il 10 ottobre 2017 si tenne presso la residenza protocollare di Brdo pri Kranju la sesta riunione del Comitato ministeriale di coordinamento fra Italia e Slovenia. Il tema delle more attuative della “restituzione” del Narodni dom fu intavolato e affrontato in quella sede. Il 9 novembre di quell’anno infine il Ministro degli Esteri sloveno Karl Erjavec si recò a Roma in visita al proprio omologo Angelino Alfano e fu altresì ricevuto dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Al termine della visita l’interlocutore sloveno espresse soddisfazione per le intese raggiunte e, fra esse, per l’impegno della controparte italiana ad “una sollecita attuazione dell’art. 19 della legge di tutela” con “il restauro e la restituzione del Narodni dom di Trieste entro il 2020”.
Il successivo 25 gennaio 2018, il sottosegretario agli esteri sloveno Iztok Mirošič, reduce da una visita presso il consolato generale della Repubblica di Slovenia a Trieste, rilasciò al quotidiano sloveno locale Primorski dnevnik un’intervista, nella quale si chiedeva, sin dall’eloquenza della domanda retorica e della sollecitazione contenuta nel titolo virgolettato: “Ma la minoranza slovena ha la più pallida idea, di cosa farsene del Narodni dom?” All’osservazione dell’intervistatore che gli stessi rappresentanti della minoranza avevano manifestato incredulo stupore alle assicurazioni fornite dal ministro Alfano al collega Erjavec circa la restituzione del Narodni dom entro il 2020, il diplomatico sloveno rispose: “… E ché, spetterà mica alla Slovenia decidere? Sta alla minoranza dirigere questo processo. Cosa ha fatto, sinora, in proposito?”
Così strigliati, a luglio del 2018 i presidenti delle due leghe dell’associazionismo sloveno in Italia – quella di ispirazione laica (SKGZ) e quella di matrice cattolica (SSO) – si rivolsero con una lettera ai ministri degli esteri sloveno, Karl Erjavec, e italiano, Enzo Moavero Milanesi, nel frattempo succeduto ad Angelino Alfano. Vi si richiamarono, in termini espliciti, al dettato della legge di tutela, formulando la proposta che lo stabile del Narodni dom – una volta individuata una sede alternativa ed idonea alle esigenze dell’Università – possa ospitare, fra “le numerose istituzioni slovene […] che necessitano urgentemente di strutture adeguate per poter svolgere al meglio le proprie attività culturali e scientifiche”, la Glasbena Matica – Centro musicale sloveno e la biblioteca slovena, peraltro beneficiaria privilegiata ope legis dello stabile in questione. La lettera si richiamava inoltre “allo spirito dell’accordo bilaterale”. Degna di nota, infine, la sottolineatura che la minoranza slovena, “insieme ad altre comunità linguistiche, desidera realizzare qui un centro multiculturale che confermerebbe la tradizione multilingue della nostra città, la quale diventerebbe così simbolo di convivenza”.
Il 16 gennaio 2019 Massimiliano Fedriga (Lega), neoeletto presidente della regione Friuli Venezia Giulia, rese visita a Lubiana al presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor e al ministro degli esteri sloveno Miro Cerar. Destò non poche alzate di ciglia, in quell’occasione, il favore pubblicamente espresso dall’autorevole ospite italiano a formule elettorali volte a svincolare gli elettori appartenenti alla minoranza linguistica slovena dall’agone politico fra i partiti, per convogliarne il suffragio, sul piano delle elezioni politiche e regionali, verso candidati/-e ad un seggio riservato e garantito. “L’esempio sia Bolzano!”, riferì le parole di Fedriga il giornalista del Primorski dnevnik, sollevando non pochi dubbi interpretativi dell’analogia alquanto arrischiata. Che il riferimento, più che alla situazione attuale, fosse al modello dell’accordo De Gasperi – Gruber?
Il 9 marzo 2019 Pierpaolo Roberti, assessore regionale alle autonomie locali, sicurezza e politiche comunitarie, ribadiva dinanzi alle assise della SKGZ, “anche a nome del governatore Massimiliano Fedriga, l’impegno sulla restituzione del Narodni dom di Trieste alla comunità slovena.” Negli stessi giorni tuttavia, intervistata dal settimanale Mladina, pubblicato a Lubiana, la neoeletta presidente della SKGZ Ksenija Dobrila, alla specifica domanda sul Narodni dom, rispondeva:
“Ci troviamo in difficoltà, perché in verità non sappiamo con chi parlare della restituzione della casa di cultura. Il primo interlocutore è, ovviamente, l’Università di Trieste, visto che la regione, decenni fa, le ha regalato la proprietà dell’edificio.”
A quel punto pare essere stato il Capo dello Stato sloveno a rompere gli indugi e a brandire le redini dell’operazione “centenario dell’incendio del Narodni dom”. In occasione del 99° anniversario, il presidente Borut Pahor fu ospite d’onore della consueta commemorazione. Dopo una breve ed improvvisata visita di cortesia al presidente della regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, impossibilitato a presenziare alla cerimonia, nel prendere la parola dinanzi all’uditorio straripante dell’Aula magna del Narodni dom ed in presenza del sindaco Dipiazza, il presidente Pahor rivolse pubblicamente, con dubbio tatto, quasi si trattasse di un pulpito extraterritoriale, un invito al presidente Mattarella a celebrare assieme, l’anno successivo a Trieste, le solennità commemorative del centenario dell’incendio del Narodni Dom, avanzando l’auspicio che in tale occasione “siano regolamentati gli status delle comunità slovene in Italia e viceversa”, prospettando con ciò un’ipotesi di sistemazione giuridica dei diritti delle minoranze entro un quadro negoziale bilaterale.
Non è dato di sapere se e in quale modo su quell’auspicio si fosse innestata la soluzione, non contemplata dalla vigente legge di tutela, di una cessione dell’edificio, non in uso, come previsto dall’articolo 19, bensì in proprietà ad una costituenda fondazione, partecipata dalle due leghe dell’associazionismo sloveno in Italia, che – stando ad autorevoli dichiarazioni alla stampa – si andrebbe profilando.
Questa sottrazione di protagonismo subita – o come tale perlomeno avvertita e percepita – dalla collettività dei cittadini triestini di lingua slovena, ad opera delle massime autorità dello stato di riferimento linguistico e culturale, solleva, a giudizio di chi scrive, non poche perplessità ed interrogativi che sembravano da tempo superati dalla comune proiezione della tutela delle minoranze linguistiche entro l’alveo ordinamentale dell’Unione Europea, imperniato su diritti di cittadinanza condivisi con tutti coloro che di uno stato membro fanno parte, a prescindere da distinzioni di lingua, etnia e religione.
Siffatto impianto europeo, beninteso, non disconosce né intenti risarcitori (si ponga mente al titolo stesso dell’art.19) né, a maggior ragione, il principio della discriminazione positiva: si vedano, ad esempio, nella legge di tutela 2001/38 le disposizioni in materia elettorale all’art. 26 che esigono che le leggi elettorali per l’elezione del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati dettino norme per favorire l’accesso alla rappresentanza di candidati appartenenti alla minoranza slovena, oppure quelle ancora dell’art. 17, volte ad “agevolare e favorire i rapporti tra le popolazioni di confine e tra la minoranza slovena e le istituzioni culturali della Repubblica di Slovenia”. Ma esso si guarda bene dal contemplare le minoranze linguistiche alla stregua di membra mutilate di corpi estrinseci al nesso civico e culturale della nazione, autorizzati ad esercitare nei loro confronti funzioni di vigilanza o patronaggio, per giunta, se del caso – e siffatto caso ricorre appunto nell’area transfrontaliera italo-slovena – in termini di reciprocità bilaterale, costantemente in bilico, come l’esperienza storica insegna, fra reciprocità virtuosa e reciprocità al ribasso.
Il rischio di uno slittamento verso modelli corporativi propri ad anacronistiche concezioni dei diritti delle minoranze risalenti alla prima metà del Novecento è peraltro reale e costantemente in agguato: si pensi solo ai postumi della vicenda jugoslava dell’ultimo decennio del secolo scorso o alle ondate nazional-populiste che investono da diversi anni a questa parte le società dell’Europa centro-orientale.
I tre lustri abbondanti che hanno visto l’Italia e la Slovenia accomunate dall’impegno a costruire e rinsaldare l’Unione Europea, nonché i due lustri abbondanti di condivisione dei benefici dell’Area Schengen, hanno contribuito a diffondere e a radicare nel tessuto civico delle popolazioni conviventi a ridosso del confine italo-sloveno sensibilità nuove, insofferenti nei riguardi delle antiche separatezze, refrattarie ai richiami di comunità chiuse alle reciproche osmosi e contaminazioni, “comunità” peraltro sempre più immaginarie e al più fantasmaticamente confacenti solo a frange di nostalgiche militanze o a comodi funzionariati a vita.
Ne rendono testimonianza l’attrazione crescente esercitata dall’offerta formativa del plesso delle scuole statali con lingua d’insegnamento slovena, l’osmosi transfrontaliera di docenti e studenti fra le Università degli studi di Udine e Trieste da un lato e quelle di Nova Gorica, del Litorale, di Maribor e di Lubiana dall’altro lato del confine, la variegata frequenza dei conservatori statali di musica e dei due istituti di musica sloveni “Glasbena Matica” e “Emil Komel”, l’offerta culturale dei due teatri stabili di Trieste, per non dire, infine, del carattere sempre più eccentrico e residuale dei fenomeni di intolleranza al bilinguismo spontaneo o normativo e, da ultimo, ma significativamente, dell’irritazione con la quale ampi strati di popolazione hanno accolto le restrizioni temporanee – ma il più delle volte asincrone – alle libertà di movimento imposte dalle misure cautelative volte a debellare la pandemia virale.
Insomma: non sarà certo con la zavorra di nuove segregazioni e autoghettizzazioni che l’Unione Europea riuscirà a far fronte alle sfide globali che l’assediano.
Ravel Kodrič – interprete di conferenza accreditato presso le Istituzioni dell’Unione Europea
(dall’archivio della Fondazione Max Fabiani / Ustanova Maksa Fabianija di Štanjel / San Daniele del Carso: fondo arch. Marko Pozzetto, fascicolo 3 http://cak.komen.si/arhiv_ustanove_maks_fabiani/)