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Proteste a Lubiana

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di Andrea Bellavite del 23/6/2020

Dalla fine di aprile, appena concluso il periodo di chiusura nei comuni, ogni venerdì sera a Lubiana si svolge una grande manifestazione di popolo. Tutto è iniziato con il disegno di piedi, incollati sull’asfalto, per aggirare il divieto di assembramento nel bel mezzo della crisi, come risposta alla denuncia dei sistemi di corruzione legati all’acquisto dei dispositivi di protezione dal covid-19.  Appena possibile, è divenuta poi iniziativa di ciclisti che univano l’esigenza di essere in tanti con quella di rispettare le distanze obbligatorie. Infine la protesta si è sviluppata in altro modo, con grande successo in termini di presenze, al punto da portare ogni volta sulle strade tra le 5000 e le 10000 persone. 

La meta principale dei percorsi in bici o a piedi è stata fino a poco tempo fa la piazza della Repubblica, dove sono collocati il Parlamento e le istituzioni politiche e culturali più importanti dell’intera Slovenia. Da un paio di venerdì l’accesso a tale ampio spazio è stato bloccato e presidiato da guardie armate. Molti hanno riconosciuto in tale atto una prevaricazione nei confronti dei diritti democratici e hanno voluto ugualmente scavalcare le transenne, sedendosi tranquillamente per terra, ostentando e leggendo a voce alta la Costituzione, in uno dei luoghi simbolo dell’appartenenza alla comunità nazionale. Sono stati prelevati con la forza e trascinati oltre le barriere da una folla di poliziotti in tenuta antisommossa. Quelle relative a una persona sola, seduta a gambe incrociate in uno spazio pubblico, colpevole solo di leggere e studiare, circondata da una quarantina di appartenenti alle forze dell’ordine, sono immagini molto forti e rilevano una situazione davvero preoccupante.

La repressione non ha comunque indebolito, anzi ha rafforzato i cortei che si sono sviluppati ugualmente in tutta la città, raggiungendo tanti altri centri del Potere statale. 

Ma cosa contestano i manifestanti? Quali sono le loro rivendicazioni?

L’impressione è che tutti siano accomunati – sia pur con diversi accenti e sensibilità – da una generalizzata avversione nei confronti dell’attuale premier Ivan Janez Janša, da 100 giorni presidente del consiglio dei ministri, da subito dichiaratamente vicino all’ungherese Orban e al gruppo europeo di Višegrad. Viene contestata la deriva autoritaria e repressiva, nascosta sotto l’esigenza di combattere il contagio da coronavirus. Soprattutto si lotta contro quella che sembra essere una vera e propria concezione della politica e della vita. Non a caso, protagonisti della contestazione sono anche i giovani che in un contesto di efficace azione intergenerazionale, richiamano le istanze più innovative della cultura mondiale. Esprimono la noia e la stanchezza derivanti da un mondo che non sentono come proprio, anche se da esso provengono ancora i governanti, espressione di una “vecchia politica” ancora troppo radicata nel tessuto sociale sloveno.

Il clima delle proteste è ovunque significativamente pacifico e a volte anche molto simpatico, con cori e balli spontanei ovunque, slogan curiosi e originali, performance artistiche di strada.

In questo contesto, al di là delle ordinarie condanne della corruzione dilagante e delle richieste di una trasparenza che sembra essere sempre più lontana, ci sono anche altri temi proposti dai numerosi cartelli esplicativi, molti dei quali legati a una lettura attenta e fortemente umanizzante delle problematiche internazionali. Anche se sono di fatto vietati gli emblemi di partito e se non appare una regia identificabile, è interessante notare come l’accoglienza dell’invito a scendere in piazza sia stata e sia dipendente da un tam tam informatico e non da posizioni precostituite riportabili a questo o quell’orientamento parlamentare.

C’è chi condivide la protesta planetaria contro il razzismo, stringendo il pugno davanti all’ambasciata americana, curiosamente caratterizzata da un balcone fiorito con i colori della bandiera della pace. Ci sono gruppi ambientalisti che richiamano i disastri del cambiamento globale, così come si mettono in evidenza le associazioni spirituali che ripropongono il ritorno alla terra madre. Molto spazio hanno i temi legati alle migrazioni, con la condanna esplicita dei respingimenti dalla Slovenia alla Croazia e del violento trattamento riservato ai profughi rigettati oltre i confini della Croazia nel territorio bosniaco. Naturalmente c’è solidarietà nei confronti delle persone prese di mira dalla polizia e si esprime forte preoccupazione per i tentativi di reprimere con la forza i moti popolari. Particolarmente significativo è stato il lancio degli aeroplanini di carta per stigmatizzare lo sperpero di denaro pubblico avvenuto con il passaggio degli F16 americani e sloveni sui cieli sopra le città principali, come strampalata e costosa forma di ringraziamento agli operatori medici prodigatisi per curare le persone colpite dal virus.

La forza della contestazione sta forse proprio nella tenacia del ritrovarsi – ogni volta di più – ogni venerdì senza eccezioni. E sta anche nella gioiosa e contemporaneamente preoccupata serenità di una folla capace di resistere a qualsiasi provocazione, in particolare da parte di una polizia la cui presenza è talmente sovrabbondante rispetto alla reale necessità di tutela dell’ordine pubblico e talmente assillante da far pensare proprio a un disegno voluto per seminare paura e sollecitare reazioni. Del resto, forse l’unico modo per disinnescare la forza di una base così corretta e preparata, potrebbe essere proprio quello di costringere a rispondere con la violenza alla violenza, per poi delegittimare e silenziare la forza delle idee. Un film già visto ovunque, dai tempi di Genova 2001 fino a oggi.

Se ne parla poco, in Italia e più in generale fuori dalla Slovenia, di ciò che sta avvenendo a Lubiana e – anche se in modo meno eclatante – in altre città (compresa Nova Gorica). Perché questo apparente disinteresse? Forse perché le migliaia di sloveni che sfilano nelle vie della capitale, nell’orientamento prima esistenziale che politico da essi definito janšismo, nascondono o forse evidenziano un disagio più profondo. Si tratta certamente del rifiuto di un movimento culturale e politico specificamente sloveno, con radici nelle ormai lontane – e percepite soprattutto dai più giovani come irrimediabilmente “vecchie e noiose” – lotte per l’indipendenza, alla fine degli anni ’80.  Ma la critica allo janšismo si configura come qualcosa di ancora più profondo, accomunando questa primavera slovena a ciò che sta accadendo nel resto del Pianeta, in questo periodo dominato dagli eventi legati al coronavirus e dalle successive scelte dei Governi. La speranza non di un “ritorno alla normalità”, ma dell’inizio di “un altro mondo possibile” sembra già ovunque naufragata e sempre più diventa forte il dolore di un’umanità oppressa dal tramonto del capitalismo occidentale. Ciò che sta accadendo a Lubiana potrebbe essere il primo esprimersi di una voce collettiva di protesta, fuori dagli ordinari canali della comunicazione politica. E, come tale, innescare simili eventi a Roma, a Parigi o a New York. In un momento come questo, le incoraggianti folle intergenerazionali e multicolori potrebbero costringere la democrazia rappresentativa a ripensarsi radicalmente. Potrebbero far germogliare una nuova stagione di partecipazione ovunque, nella giustizia e nella trasparenza. Potrebbero rivendicare la libertà di movimento e di azione per ogni essere umano, dare forza ai movimenti ambientalisti che chiedono di porre in primo piano la lotta ai cambiamenti climatici, rivendicare la concreta realizzazione della giustizia sociale, la salvaguardia dei diritti ovunque. E della forza di una piazza enorme, consapevole, preparata, capace di comunicare in modo efficace e moderno, i detentori del Potere, qualunque orientamento post-ideologico abbia, non possono che avere un grande timore…

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org