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Bōchōtei Vite che non vedono l’oceano

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di Enrico Graziani da ERODOTO 108, numero 27, Bottega Errante Edizioni

Barriere di cemento per proteggere dallo tsunami i porti e le coste del Tōhoku. Ma i cittadini sentono di essere stati “ingabbiati” e non accettano la separazione dal loro mare

La data è di quelle che non si dimenticano: 11-3-11, palindroma, ma nessuno ha fatto caso a questa particolarità mentre avveniva ciò per cui oggi tutti la ricordano: great east Japan earthquake and tsunami. il terremoto più violento mai registrato in Giappone, che non è esattamente una terra geologicamente tranquilla, seguito dallo tsunami più violento che abbia mai investito il paese, una terra che ha una tale dimestichezza con il fenomeno da averne imposto al mondo la parola.

Tre le prefetture interessate: tutte insieme fanno parte della regione del Tohoku, nel Giappone nord orientale, ricco di attrattive naturalistiche, come la frastagliata e spettacolare linea costiera del Sanriku. Un trenino diesel della OfunatoLline, rimessa in piedi a tempo di record dopo il terremoto, con partenza da Ichinoseki e arrivo a Kesennuma (Miyagi), è il mezzo più pratico e insieme più suggestivo per chi vuole raggiungere la regione dall’interno. Un paio d’ore di viaggio che già sono di per sé uno spaccato della società locale, incomparabilmente diversa da quella che popola le grandi metropoli. Si attraversano paesaggi rurali, per lo più risaie, si scavalcano colline, tra gruppi di scolaretti, contadini e pendolari, per sbucare infine al cospetto dell’oceano pacifico. Kesennuma è uno dei porti di pesca più importanti del Giappone, con una flotta navale in grado di praticare ogni tipo di cattura, da quella con le reti nelle acque locali, praticata da gente del posto (dovreste vederli, questi lupi di mare dagli occhi a mandorla, tutti avanti con gli anni, due dita di salsedine sulla pelle e un immutato rispetto, che sfiora e spesso raggiunge l’adorazione per l’oceano, che pure gli ha rovinato la vita, ma lontano dal quale non riescono a vivere), fino alla caccia al tonno, quattordici mesi senza mai annusare la terraferma. l’economia della città gira intorno alla lavorazione e al commercio del pesce che si svolge nell’immenso mercato all’ingrosso, ricostruito ed ampliato dopo le devastazioni subite a causa del terremoto, che ne ha abbassato il livello del suolo di un metro e, soprattutto, dello tsunami che lo ha quasi spazzato via. da Kesennuma si può raggiungere in autobus Rikuzentakata, altra città simbolo legata al disastro del 2011, con il suo pino solitario, unico esemplare di una foresta di migliaia,sopravvissuto a ridosso della spiaggia. il paesaggio umano e naturale delle zone colpite dall’evento è da allora profondamente mutato. Oggi, nove anni dopo, c’è un elemento che rischia di cambiarlo ulteriormente in maniera forse irreversibile. Il Giappone sta investendo qualcosa come 13 miliardi di euro nella costruzione di muri di protezione anti-tsunami lungo le coste del Tohoku.  Il budget di spesa grava in parte sul governo centrale, in parte sui governi locali (le prefetture), in proporzioni diverse a seconda della zona. Può sembrare un dettaglio di poco conto ad occhi stranieri, ma che si rivela poi importante a livello della partecipazione nelle scelte esercitata dalle comunità locali che sono a grandissima maggioranza contrarie al progetto. C’è una parola giapponese, bōchōtei, che identifica questi muri. Non è la stessa parola con cui ci si riferisce ai muri di casa (kabe), legati al concetto di organizzazione degli spazi. Bōchōtei porta etimologicamente con sé un senso di protezione dal mare. per quanto possa sembrare strano, è proprio questa una delle critiche principali al progetto. I muri finiranno per staccarci dal mare, si sente ripetere in giro, per farcene avere paura, proprio noi, una civiltà cresciuta a contatto con l’oceano, pescatori, navigatori, allevatori di ostriche, consumatori di sushi. Ma non è l’unica critica. Molti sostengono che il governo dovrebbe investire quei soldi per costruire grandi strade di fuga verso montagne e colline dell’entroterra, da sfruttare con ordine in caso di allarme tsunami. Oppure dovrebbe realizzare terrapieni e piantare alberi molto alti, come qualche prefettura fece, con successo, nei secoli scorsi.        I muri, si dice, non proteggono nessuno perché moltissimi abitanti, dopo lo tsunami, sono andati a vivere nell’entroterra. I muri sono brutti, danneggiano il turismo e ti fanno sentire in prigione. Distruggono l’ambiente umido che si crea naturalmente tra il mare e la terraferma e che ospita molte forme di vita, spesso importanti per altre specie, danneggiano i fondali, le spiagge, deturpano l’ambiente.E poi altri argomenti, che suonano molto più familiari alle nostre longitudini: la lobby dei costruttori, il cugino del ministro, i politici che decidono da Tokyo. Scarsissime le voci e le motivazioni a favore: il salvataggio di vite umane, sicuramente il primo obiettivo del progetto, ma anche la protezione delle attività commerciali, porti, infrastrutture, stabilimenti di lavorazione del pesce, tutto il giro d’affari che ruota intorno all’oceano e che lo tsunami ha mandato a picco. insomma, nessuno vuole questi bōchōtei: d’altra parte, quanti berlinesi volevano il muro? Quanti cinesi la grande muraglia? Quanti messicani il filo spinato cementificato? Quanti palestinesi il muro israeliano che taglia in due i loro uliveti? Su tutti quei muri, però, nessuno poteva camminarci (se non poche guardie armate), anche quando lo spazio c’era, nessuno poteva e può liberamente superarli attraverso grandi porte sempre aperte. Qui, nel Tohoku, sì. Ma è improbabile che questi muri entrino nella storia come gli altri, anche se alcuni non ci sono più e altri potrebbero non esserci mai. Siamo in Giappone, non dobbiamo aspettarci manifestazioni di piazza, automobili date alle fiamme, cariche della polizia, lacrimogeni, scontri. Non è raro assistere a riunioni per noi “surreali”, nelle quali delegazioni di abitanti incontrano funzionari del governo o della prefettura e tra inchini e tazze di the trattano sull’altezza del muro,limando centimetro su centimetro. Qui, in una regione che vanta una tradizione poetica fatta da raffinati componimenti haiku, eterei e minimali, che celebrano la bellezza del mare visto dalla propria abitazione, ci sono case e uffici con finestre la cui visuale è di fatto interamente occupata da cemento armato. Quanto sono kabe, questi muri, piuttosto che bōchōtei? Quanto sono organizzazione di spazi piuttosto che protezione/ esclusione? il succo è tutto lì. Accettare di essere consensualmente separati dal mare per esserne protetti. la vita sotto il muro è non-vita. Spesso, non ce n’è affatto.

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