di Davide Strukelj del 20/05/2020 – Dopo diversi mesi di pandemia la narrazione quotidiana e la chiacchiera comune ci hanno abituato ad un nuovo gergo, fatto di parole che non conoscevamo, termini presi in prestito dalla scienza, modi di dire dei quali ci eravamo dimenticati e nozioni di biologia, medicina e virologia che non sapevamo neanche esistessero. Tra questi la metafora della guerra ha pervaso il quotidiano resoconto della COVID-19 di volta in volta individuando eserciti, armi, strategie, bollettini, eroi e tutto quanto serve per completare il quadro. Ma come raccontare una guerra senza identificare il nemico? Già, un nemico va necessariamente individuato, altrimenti a cosa serve il sacrificio degli eroi, a che scopo si possono spendere risorse in armi e munizioni, come può essere possibile invocare l’unità e la coesione nazionale? È tutto inutile, senza un nemico chiaramente riconosciuto non c’è una guerra da combattere. E di conseguenza non c’è neanche un’epopea da narrare.
Il candidato principale a diventare il nemico è senz’altro il SARS-CoV-19: l’agente eziologico, ovvero la causa della nostra pandemia. Ma a ben pensare, il virus è un solo un piccolo agglomerato di molecole organiche, non ha strategia, tattica e nemici. Il suo scopo è solo ed unicamente quello di replicarsi. Anzi, immaginare che il virus abbia uno scopo sarebbe già di per sé un clamoroso errore perché significherebbe, in qualche seppur minima misura, antropomorfizzarlo, cioè immaginarlo capace di un pensiero simil-umano. La verità è che il virus esiste solo in quanto macchina biologica capace di replicarsi sfruttando un altro organismo, infatti va da sé che se non ne fosse capace semplicemente non esisterebbe!
Noi, sfortunatamente, siamo il suo ospite di elezione. Siamo la fotocopiatrice del suo RNA e delle sue proteine, niente di più. Il virus non desidera la nostra morte o la nostra malattia: non la programma, non la auspica e non la gestisce. Nessun parassita desidera la morte del suo ospite, nessun predatore può desiderare l’estinzione della sua preda. Solo una specie vivente è così idiota da programmare la scomparsa delle sue prede e addirittura l’uccisione pianificata dei suoi consimili: l’uomo. Il virus è migliore di noi. Più astuto, se vogliamo discuterne dal punto di vista dell’evoluzione.
Per tutti gli altri patogeni, l’uomo è l’eccezione, la perfezione del processo evolutivo risiede nell’inconsapevolezza del loro ospite. La teoria dell’optimal virulence dice che il massimo evolutivo consiste proprio nell’essere invisibile mentre si colonizza l’ospite, così da potersi replicare indisturbati. Da questo punto di vista la malattia o, peggio, la morte dell’ospite rappresentano malfunzionamenti della macchina replicativa, ovvero difetti da rimuovere, evolutivamente parlando (lo diciamo consapevoli della semplificazione, e ben sapendo che l’evoluzione non ha alcun fine espresso…)
Dunque ormai è chiaro a tutti che il nemico non può proprio essere il nostro Coronavirus. Troppo piccolo, troppo stupido e poi, banalmente, senza eserciti, soldati, generali e strategie. Per giustificare una guerra di queste dimensioni una ridicola particella non è sufficiente: non è proprio il degno nemico che ci serve. Abbiamo bisogno di qualcosa di più epico, degno di una vera e propria impresa eroica.
Chi è allora il nemico che cerchiamo e perché lo cerchiamo con così tanta insistenza? Un passo alla volta.
Da quanto vediamo e leggiamo in questi giorni, è evidente che questa pandemia ha risvegliato un individualismo intimo, profondo e radicato. Una forma di primitivo istinto di sopravvivenza, una competizione tra simili, sia tra soggetti singoli che tra insiemi di persone, classi e raggruppamenti di volta in volta formati sulla base di indicatori economici, parametri sociali, interessi o caratteristiche culturali.
Le classi economiche, ad esempio, si guardano con sospetto scambiandosi accuse e minacce. Imprenditori contro pensionati, pensionati contro commercianti, commercianti contro dipendenti, e tra questi i dipendenti pubblici contro i privati, e poi i privati contro gli atipici, e questi contro i professionisti, i professionisti contro i sindacalisti e i sindacalisti contro i capitalisti, e infine i capitalisti contro i politici. Tutti armati di insinuazioni più o meno radicali contro gli altri in un vortice senza fine capace di autoalimentarsi con tanto di recriminazioni e dita puntate.
Ma queste classi economiche, a ben guardare, sono solo temporanei agglomerati, artefatti necessari per comprendere, ma in realtà gruppi eterogenei composti da individui impauriti e tesi. Persone spinte sulla soglia dell’odio e divenute unità autonome e incontrollabili che di volta in volta si alleano ai loro occasionali consimili.
Così accade che ciclicamente la critica passi dai gruppi economici ad altre stratificazioni più o meno ragionevoli, salvo poi tornare sui propri passi e negare quanto appena affermato. Abbiamo letto delle polemiche contro i runner ed i ciclisti a causa delle loro insensate richieste, salvo poi capire che l’attività fisica ci mette al riparo dalle malattie e anche dalle complicazioni da COVID-19. Ci siamo sbellicati nel leggere le critiche al capitalismo italiano che sarebbe basato sul principio del “dateci i soldi e fatevi i cazzi vostri” (cit.), salvo poi invocare l’impegno degli imprenditori per la tanto auspicata ripresa economica post epidemia e la salvaguardia dei posti di lavoro. Abbiamo scoperto che secondo l’opinione corrente i piccoli commercianti sono parassiti evasori, salvo poi glorificarli quando servono per ripopolare i centri storici. Abbiamo ridicolizzato le richieste degli artisti di tutte le discipline, salvo poi magnificarne il ruolo ai fini della coesione, crescita culturale e formazione. Abbiamo irriso le richieste delle associazioni sportive e culturali, salvo poi richiamarle a corte per concordare la gestione di centri estivi e attività varie (ricordandoci in extremis di quel principio di sussidiarietà niente meno che costituzionale). Abbiamo chiuso scuole, università, musei e biblioteche perché in fondo, nel 2020, si può tutto anche solo via internet, salvo poi capire che stiamo costruendo coorti di pseudo-educati e che digital divide e analfabetismo digitale non sono solo parole ma il triste risultato di anni di inerzia.
Insomma un tutti-contro-tutti che rivela lo schifo sociale senza precedenti nel quale siamo caduti, sintomo di una condizione di sofferenza, è evidente, ma anche di una degenerazione della fiducia reciproca, ovvero di una barbarie diffusa.
Chiamo questa condizione dell’individuo micro-fascismo, e chiamo la generalità che lo caratterizza pan-fascismo, indicando con questo termine il fatto che tale situazione non identifica una classe o un gruppo ideologico, bensì l’intera società, frammentata in gruppi economici e sociali liquidi e l’uno contro l’altro schierati a intermittenza, secondo le temporanee percezioni del rischio personale e dei contesti che lo governano.
Per verificare se il micro-fascismo, ovvero la condizione generale che ho nominato pan-fascismo, siano effettivamente forme di una degenerazione fascistoide della nostra società, mi rifaccio al noto testo di Umberto Eco “Il fascismo eterno” nel quale l’autore identifica le caratteristiche proprie di quello che egli stesso definisce Ur-fascismo. Si tratta di una condizione subdola, non evidente ma infida, forse non capace di generare i mostri dei tempi passati, ma portatrice di degenerazione della democrazia.
Eco ci mette in guardia dalla strisciante minaccia di un tale movimento capace di “ripresentarsi in abiti civili” ovvero senza la liturgia del ventennio, ma con la medesima pericolosità, e citando Roosevelt avverte che “se la democrazia (…) cessasse di progredire (…) per migliorare la condizione di (tutti) i nostri cittadini, la forza del fascismo crescerà nel nostro Paese”.
Eco identifica le caratteristiche tipiche dell’Ur-fascismo, ovvero dell’archetipo eterno del fascismo. Vedremo ora se tali caratteristiche possano essere ritrovate tra i comportamenti della popolazione sottoposta all’emergenza da COVID-19, tenendo presente che, sempre secondo Eco, non è indispensabile che tali specificità siano presenti tutte e contemporaneamente nel fenomeno in osservazione, stante la qualità “non monolitica” del fascismo stesso.
La prima caratteristica è il radicamento nella “tradizione”, ovvero la sacralità dei diritti acquisiti, per loro natura considerati immutabili e intoccabili, e delle certezze (delle categorie economiche più garantite o che si ritengono tali). Quel che è deve restare: il sacrificio necessario vale per gli altri e non per sé stessi. Ne deriva come effetto diretto la “staticità del sapere”, come dire che le regole del gioco sono definite, cristalline, i rapporti tra micro-caste sono dati e non sono in discussione. Anche ciò che conosciamo della malattia e della sua cura è determinato, e chiunque porti nuove teorie che mettono a rischio il paradigma è solo un provocatore. Thomas Kuhn si sta rivoltando nella sua tomba di Cambridge.
Tale tradizionalismo (altra caratteristica dell’Ur-fascismo di Eco) comporta l’accettazione incondizionata del sapere mainstream (oggi emanazione del comitato dei tecnici) e rifiuta ogni visione “modernista” o alternativa. L’azione che ne scaturisce è conseguente e incapace di contemplare alternative di sorta, cosicché il disaccordo, in genere linfa del progresso scientifico, viene visto come tradimento dell’azione di governo (caratteristiche dal numero due al numero cinque dell’Ur-fascismo Echiano).
Il richiamo all’unità delle classi sociali (coagulate da norme e agevolazioni specifiche declinate dal progredire dei DPCM) e la propaganda xenofoba (i nord-europei che non ci vogliono aiutare, solo perché sono più ricchi di noi e ci rubano le tasse delle nostre multinazionali) completano i punti fino al numero otto del testo di Umberto Eco.
Arriviamo così al punto nove, ovvero alla metafora della guerra e di seguito agli eroi, al popolo come entità coesa e alla neolingua tipica di ogni nuova sfida, che nel nostro caso si arricchisce delle terminologie belliche e pseudo-scientifiche di cui sono piene le chiacchiere reali e virtuali di questi mesi.
Questo è dunque l’Ur-fascismo al tempo del nuovo coronavirus. Non un movimento di una parte, ma bensì un individualismo strisciante che pervade tutti gli strati economici e sociali, armando gli uni contro gli altri e risvegliando le più nascoste frustrazioni e acredini. Se nel fascismo tradizionale il nemico è una razza o una nazione avversaria, nel micro-fascismo il nemico è chiunque non sia io. Tornano così alla luce i luoghi comuni di sempre: commercianti evasori, imprenditori approfittatori, dipendenti pubblici inetti e con secondi lavori in nero, pensionati strapagati, insegnanti pigri, professionisti dal fatturato ridicolo, operai fancazzisti, finti disabili, sindacalisti carrieristi, politici corrotti, mafiosi, spacciatori e tutto ciò che sta in mezzo ad ognuno di questi.
Il pan-fascismo, caratteristica da sempre latente tra le genti italiche, è stato risvegliato da un microscopico virus e dalla nostra incapacità di gestirlo. L’altro, che nel micro-fascismo è chiunque non sai io e la mia stretta cerchia di famigliari, è colpevole della mia personale disgrazia. L’altro è l’inetto, il ladro o il furbastro.
Il pan-fascismo ha cancellato tutto quello che (forse impropriamente) ci vantavano di essere: una nazione, un popolo di volontari, solidale, empatico e capace di capire l’altrui sofferenza. Una sofferenza che non può essere causata solo dalle eventuali colpe personali del nostro vicino di casa. La pessima gestione della pandemia non deriva infatti da un singolo e personale malcostume tra quelli citati, ovvero l’evasione, l’inettitudine, la pigrizia, il carrierismo, il malaffare o la corruzione, ma eventualmente dal concorso di tutti questi insieme, posti in essere dalla collettività intera. In altre parole, la drammatica realtà che stiamo sopportando non è il risultato di uno specifico vizio italico che possiamo imputare ad un singolo individuo, ma piuttosto la fotografia di un Paese schiacciato da anni di malversazioni e le cui responsabilità sono ampiamente diffuse tra tutti.
Ma, proprio perché non riusciamo a responsabilizzare noi stessi e non possiamo certamente incolpare il SARS-CoV-19, dobbiamo ricorrere ai nostri sentimenti più nascosti e viscerali perché un nemico, alla fine, lo dobbiamo pur trovare. Il micro-fascismo insito in ciascuno di noi lo richiede a gran voce. E così, guardando attraverso la finestra della nostra abitazione, scorgiamo quel vicino di casa che spesso abbiamo osservato con distaccato sospetto. Ora questo semi-sconosciuto ci appare un ottimo bersaglio: un colpevole ideale, pronto all’uso e perfetto per sfogare le nostre frustrazioni. Poco importa a quale categoria appartenga, sicuramente gli troveremo una collocazione, e di conseguenza avremo identificato una colpa da attribuirgli.
Ecco fatto: esattamente il nemico che stavamo cercando. La guerra può continuare.