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Rosso Carpaccio a Capodistria

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di Angelo Floramo del 1/5/2020 – Brano tratto da “L’osteria dei passi peduti” (Bottega Errante Edizioni) La via migliore da prendere, per arrivarci con effetto a sorpresa, è senza dubbio quella delle antiche saline di Muggia, evitando i valichi più trafficati, con i loro fastidiosi obblighi di vignette autostradali e tutta la congestione del traffico che soffoca Rabuiese, avvelenando di ottani bruciati e puzzolenti questa meravigliosa e strana terra di frontiera, tutta curve e miracoli. Perché Capodistria è come una bella donna che ama l’approccio indiretto, l’avvicinamento discreto, quasi distratto e timido. E ignora chi ha troppe pretese o chi va di fretta e vuole combinare tutto e subito. Impone i suoi tempi. Sempre estremamente dilatati.

Gli orrendi silos in cemento e metallo di Aquilinia rimangono alle spalle, scomparendo subito dalla vista, presto ingoiati dalla tortuosità dell’andare. Se c’è sole mandano un riverbero maligno, una fata morgana che distrae il viandante dalla contemplazione dei colori, che si stemperano dall’azzurro al verde in una sorprendente danza di sfumature. Di notte invece, complice l’illuminazione di sicurezza, fredda e glaciale anche nel cuore dell’agosto infuocato, sembrano mostruose macchine spaziali, atterrate di nascosto e pronte a scatenare un’invasione aliena. Un tempo qui si rubava al mare quell’oro prezioso, bianco e gemmato, che dava sapore al cibo, permetteva di conservare a lungo il pesce e la carne e trasformava in spianate abbacinanti e bianchissime i lunghi rettangoli d’acqua di esatto perimetro, specchi immoti che riflettevano capovolto il cielo e i suoi gorghi di nuvole. 22 23 Un lavoro durissimo, da uomini che sanno convivere con la fatica tra la terra e il mare: perché concia la pelle inaridendola sotto un sole rabbioso, scava rughe profonde, cucina le carni vive in un brodo umido e denso, per portare a casa quel tanto che basta per sopravvivere alla giornata: «quanto sa di sale lo pane» ebbe a dire anche il Poeta, randagio come tutti gli erranti, per amore o per forza. Soppresse nel 1830, le saline erano nate nel Medioevo; gli imperatori ne reclamavano i privilegi, insaporendo così le terre di Germania con il sudore salato di Muja, dove la lingua del popolo fu per secoli quella friulana, una variante ladina dolcissima, marinara, levigata dalla bora, indorata dalla luce. Mantenere la strada che costeggia il mare a questo punto è un tributo doveroso all’Adriatico: dall’altra parte dello stretto braccio d’acqua, proprio di fronte, i fumi grigi e ferrigni di Servola corrodono la terra, bruciano il verde, asciugano i polmoni dei tanti operai che ormai hanno per lo più cognomi serbi, bosniaci e rumeni. E raccontano ancora di fatica e lavoro, di quartieri popolari, e di rioni con piccole tane arredate alla buona, monolocali in cui lasciar svaporare l’inferno dei turni, per uno stipendio che reclama giustizia, oggi come un tempo. Le facciate delle case sono grigie, socialiste e proletarie, quasi gridassero la loro rabbia contro un mondo imborghesito che se ne frega di tutto.

Alle spalle del quartiere, torva si acquatta la Risiera di San Sabba che seppe vomitare in cielo ben altri fumi, ben altri dolori, unico campo di sterminio nazista in terra italiana, snodo di carne umana verso Auschwitz, Treblinka, Dachau e tutti gli altri nomi del Male. Incredibile che proprio qui si sforni il pane più buono del mondo. La tradizione è antica: racconta di focacce croccanti, profumate, preparate in casa dalle krušarce, come le chiamano nel dialetto sloveno di Ščedna/Servola, o pancogole in triestino, che lo impastavano di nostalgia, pensando di accarezzare il corpo dei loro mariti, assenti per i frequenti orari notturni imposti dall’altoforno. Pensieri lubrichi, dato che le pagnotte qui si chiamano bighe. Facevano l’amore con l’impasto, quelle vedove bianche, premendo, accarezzando, pizzicando. Sudavano e sospiravano. Ci mettevano il cuore. Nel 1756 Maria Teresa attribuì a questo pane la massima onorificenza della Corona d’Austria, definendolo senza dubbio il migliore dell’impero, nell’ampio abbraccio di terre e paesi fra Cracovia e Zagabria. Da questo rione, a partire dal 1943, cesti fragranti finivano a Cerkno, nel cuore della Slovenia, per i feriti dell’ospedale partigiano. La guarigione sarebbe stata più pronta, masticandone la morbida sacralità. Quasi fosse una comunione. Così, quando nel 1954 le ordinanze di legge – stupide e cieche – ne vietarono la vendita, pare che si sia creata una rete clandestina e operosa. Una Resistenza del Pane. Prima contro i fascisti e poi contro la burocrazia. Cosa ci può essere di più straordinario e commovente? Si dice, e forse non è leggenda, che queste fornaie ribelli e imprendibili tengano viva ancora oggi una rete che si fonda sul passaparola fra iniziati. Chi sarà così tanto fortunato da intercettarla – a me è capitato – chieda anche la cortesia di un piattino con olio istriano, sale di Sicciole e un pizzico di pepe. E anche un’acciughina, se possibile. E qualche cappero, se non è pretendere troppo. Poi vi intinga la mollica, meglio se calda, appena uscita dal forno, morbida come la carne di un bambino, o un bacio rubato. Poi socchiuda gli occhi e cominci a sognare. Ma la strada già chiama. E prosegue, in questo ricciolo estremo di mondo, in un continuo alternarsi di mare, terrazzamenti ombreggiati da vigne che regalano un Cabernet 24 25 denso e pensieroso, sapido e muscoso per la vicinanza del mare e dei boschi; piccoli gruppi di case, orti rinchiusi dentro muriccioli tirati a secco. Si sconfina senza accorgersene, in zona Lazzaretto, non fosse per il Kompas Shop, con le sue colorate e volgari chincaglierie e le sigarette che ti preannunciano che morirai di cancro, ma usano la premura di farlo in sloveno. Alla fine è la Jadranska Cesta (Via Adriatica) che ti rapisce. E lo fa all’altezza di Debeli Rtič (Punta Grossa), uno dei pochissimi promontori in Adriatico dal quale è possibile vedere il sole cadere nel mare, all’ora del tramonto. Oltre i perimetri della Terra, nell’ora dell’esperon, come la chiamavano i greci antichi che arrivarono fin quassù con i loro legni veloci e le vele nere, quando è la speranza di rivedere la luce che ti mantiene sveglio fino all’alba.

Specialmente se hai vicino qualcuno da abbracciare, nell’attesa. E poi all’improvviso, superato Ancarano e i suoi tetti rossi, le convulse rotonde che smistano il traffico intenso del porto, i rumori e le voci della globalizzazione che sogghigna dalle insegne delle firme internazionali, senti che la bianca signora è ormai vicina. Una vela aperta sul mare, raccolta in posizione fetale tra la costa e le colline, una conchiglia che si schiude a chi la sa capire e gustare. Città terrigna, di viti e vini, una campagna ricca e profumata di erba e di fieno che le fa da scialle per proteggersi dalle umide brezze del mare. Lasciare la macchina nella pancia impersonale di uno qualsiasi dei grandi parcheggi che soffocano l’anima del luogo e correre, senza guardare, fino alla “porta del mare” è una necessità, per non farsi contaminare. Poi tutto precipita nella bellezza. Sciatta e disadorna, ben poco turistica e per questo impagabile meta di ogni possibile erranza. Strade lastricate come ne trovi fino a Dubrovnik, piccolissimi pertugi che sbadigliano da archi e portoni schiaffeggiati dalla bora, scalinate che conducono in chissà quale altrove, dominio di gatti randagi e gabbiani. Guai al goloso che abbia la ventura di inciampare nella cantina istriana di Slavček, sulla dolce salita della Župančičeva ulica, quella che conduce nel cuore della città. Perché è un luogo dell’anima, oltre che del fegato e di altre frattaglie. Le sue finestre, incorniciate nel legno, danno sulla strada, ma è già il profumo della cucina che ti apre un corridoio di ricordi che si impastano con i colori dell’infanzia. Mentre Radio Capodistria, perennemente accesa, ricordava all’inizio e alla fine delle trasmissioni che la bandiera rossa avrebbe sempre trionfato sull’ingiustizia, e la voce di Iva Zanicchi cantava di popoli fratelli divisi dalla guerra: «Dimmi un po’ soldato di dove sei / sono di un paese vicino a lei / però sul fiume passa la frontiera / la riva bianca la riva nera». Era il 1971, avevo cinque anni e sognavo anche io di morire per il mio capitano e per la libertà.

Da partigiano, come il nonno. Anche casa mia aveva il sapore di questo menu, oggi stampigliato su fogli plastificati e unti che avranno almeno una cinquantina d’anni e negletto dai turisti in cerca di localini più eleganti, meno popolari, e certamente più anonimi e insignificanti dell’Istrska Klet, che invece ti abbraccia generosa con i suoi odori molto prima di annunciarsi con la sua rustica insegna: ci trovi le juhe della nonna, le mineštre della zia, il golaž per cui il babbo avrebbe dato l’anima, il brodet della domenica, le klobase tenerrime, da gustare con la polenta nei giorni di festa. Inutile tradurre, tutto risulterà chiaro sbirciando nella vaporosa cucina, dietro il bancone sul quale restano perennemente appese pentole e pignatte pronte alla bisogna e una grande affettatrice per il pršut. 26 27 «Qui se ci vieni con una donna innamorata e lei ti chiede di condividere con te una porzione di vampi, allora capisci che il suo è vero amore» mi confida Danka, dottoranda all’Università del Litorale, così tanti anni fa che sembrano appartenere a un’altra vita, ormai. Ha occhi troppo intensi e troppo chiari per farmi rifiutare la sfida, e quindi ordiniamo vampi per due. Quando la šiora ce li porta, la stessa che ancora oggi spignatta intingoli per marinai e innamorati dal piloro robusto, nel piatto bollente che fuma speziati vapori realizzo quanto grande tributo talvolta imponga l’amore: le trippe, preparate all’antica, con il brodo di vitello, i pomodori dell’orto, la paprica dolce, la copiosa cipolla e un pizzico di basilico e di maggiorana (eccolo lì il segreto della cuoca!) accendono in me strani pensieri, in una serata estiva caldissima fuori, torrida dentro. Spegniamo l’arsura con una Malvazija fresca di cantina, ne beviamo tanta da rendere il mondo più colorato e mosso. E poi la città. La piazza Tito, racchiusa dal merlato palazzo, e il duomo, profumato di cera e di incenso, silenzioso e deserto: «Abbiamo noi le opere più belle del Carpaccio, mica sono a Venezia. E si tratta di quelle più pensose, misteriose. Intriganti. È vissuto a Capodistria per dieci anni ed è morto sempre a Capodistria. Nel 1526. Non ti pare strano? Lui già famosissimo a Venezia e nel mondo. Io penso che si fosse innamorato di una musa slovena, molto più giovane di lui, e così non ha più lasciato questa nostra terra. Capita quando si gioca a carte con il cuore». Non so che rispondere. Danka mi guarda e io fingo di guardare le immagini dipinte sulle portelle dell’organo, a firma del pittore veneziano che scelse di morire fra gli sloveni per amore (ma sarà poi vero?) e lascio che gli occhi scendano sul corpo di lei. Indossa un vestitino leggero, che pare di porpora. Rosso Carpaccio. «Non sai tutto tu, gospodična. Una cosa la so anche io, che sono più vecchio di te. Usciamo». In estate la sera di Capodistria sa di sfalcio e di foglie di vite intrise di umori freschi e rugiade. La prendo per mano e nel silenzio assoluto la conduco sotto l’antico battistero, nascosto oltre l’angolo della cattedrale. Il suo enorme bastione cilindrico si alza a tal punto da perdersi nella notte. «Pier Paolo Vergerio, da qui, predicò l’eresia protestante. Aveva conosciuto Primož Trubar. Aveva incontrato personalmente Lutero. Pensava che ci potessero essere altre verità, era profondamente convinto che ciascun uomo debba essere libero di professarle come meglio crede. Hai letto quello che ne ha scritto Tomizza? Maledizione alla Malvazija, come diavolo si chiama quel romanzo?». Coraggioso, il vescovo di Capodistria. Pagò un conto altissimo per questa sua coerenza, che all’epoca voleva dire Inquisizione. Finì esule. Morì a Tubinga. Libero.

Ma con il sogno di questi orizzonti azzurri nel cuore. Azzurri come le iridi di Danka. «Si intitola Il male viene dal Nord. Corri, stupido, che ti faccio vedere la faccia di altri uomini valorosi». Schizza via veloce, oltre l’arco d’ingresso della piazza. Una fiamma rossa che svapora e capelli biondissimi e spettinati a perdifiato, lungo la discesa “dei calzolai” che scende al mare. Scalpiccio di sandali che si allontanano senza lasciarmi alcuna speranza. Sono certo di perderla. La giusta punizione per la mia impudenza. Che mi credevo? Per di più sono posseduto dall’anima vendicatrice dei vampi e avanzo pianissimo, ansimando. Poca luce nelle strade ormai buie, a rischio di cadute esiziali sulle levigatissime pietre del selciato. Infarto. E di lei nemmeno il profumo. Solo un non so che di cipolla che bussa alla porta del mio stomaco. Poi la sorpresa di una spinta contro il muro an- 28 29 cora caldo del sole che lo ha accarezzato per ore. «Paura, eh? Che ti avessi abbandonato». Ora il mare è a un passo da noi e la città sembra persa nelle sue finestre illuminate, nell’ombra delle sue vie. «Li hanno messi qui insieme, Janko e Pinko». La guardo e mi viene da ridere. Sembrano due nomi da cartone animato, ma questo non glielo dico. «Sono morti per la libertà. Capisci? Contro i fascisti. Erano giovanissimi. Ora guardano verso il mare. Per sempre. Vedi, non invecchieranno mai!». Mi avvicino ai due busti e ne leggo i nomi: Janko Premrl Vojko e Pinko Tomažič.

Eroi del popolo sloveno. E ricordo. Vergognandomi un po’ per aver anche solo pensato di poter sorridere. Uno è il fratello di Rada, la moglie dell’amico e maestro Boris Pahor, caduto in battaglia nei pressi di Črni Vrh, sul Monte Nanos, nel 1943. Non aveva ancora compiuto ventitré anni. L’altro è stato fucilato nel poligono di tiro di Opicina nel 1941 per mandato del Tribunale Speciale fascista. E di anni ne aveva ventisei. Oh, gli italiani, brava gente davvero! Dal mare sale una brezza umida, pesante come la notte che ormai avvolge il profilo della città, ingoiando tanto i sogni inquieti quanto le eteree speranze. Danka mi scivola leggera sotto il braccio. Nel rumore della risacca, in tutto quel gorgoglio di schiume e sbuffi contro il molo, sembra quasi che tremi, e il mondo, la storia, la follia degli uomini mi paiono infinitamente lontani. Una lampara passa silenziosa e veloce come una stella cadente dentro un cielo di pece nera rovesciato. «Se ora ti chiedessi un bacio, me lo daresti?». Lievi devono essere le mani che sanno raccogliere le lacrime di chi ama.

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