di Carlo Pegorer e Salvatore Spitaleri del 16/4/2020 – I contagi finora registrati nelle case di riposo della regione sono stati resi noti anche all’opinione pubblica e questo consente alcune valutazioni. C’è un dato su cui vale la pena di riflettere e che forse era stato poco evidenziato o sottovalutato, prima di ogni considerazione sui decessi, la loro causa, la loro relazione con i dovuti, e forse mancati, presidi necessari a protezione di ospiti e personale di assistenza: su tutto questo, ci sarà senz’altro tempo e spazio per una approfondita e autonoma indagine su quanto accaduto. Si tratta del numero e qualità dei posti presenti in Fvg nelle strutture residenziali per anziani, sia pubbliche che private. Sono, infatti, circa 11.000 i posti di ricovero per anziani a fronte di una popolazione di poco superiore a un milione e duecentomila abitanti.
E’ un numero significativo, pur in considerazione del dato demografico: per dare dei raffronti, in Emilia Romagna, regione con circa 4 milioni e mezzo di residenti, i posti per simili strutture ammontano a circa 20.000, anche se va considerato che in quella realtà esistono anche circa 505 case famiglia con un massimo di sei persone per nucleo abitativo. La Lombardia, con circa 10 milioni di abitanti, presenta un dato di circa 60 mila posti. Si tratta di realtà certo diverse, anche per modelli, dalla nostra. Certo, però, il modello lombardo, da qualche parte politica così sostenuto e vagheggiato per una sua superiore efficienza, in questa epidemia, sta mostrando segni di difficoltà palesi.
Non è certo tempo di diatribe spesso di parte, ma alcuni punti fermi vanno fissati: è indubbio che in questa emergenza sanitaria, è risultata centrale e fondamentale l’esistenza, nel nostro Paese, di una sanità pubblica, a garanzia di un servizio universalistico che prescinda dalle condizioni sociale ed economica dei cittadini.
Il tema dell’assistenza alle persone anziane e spesso prive di legami familiari e parentali, allora, non può essere lasciato certo né a “benevole esperienze imprenditoriali” né a organizzazioni di vario genere che impiegano personale alle volte senza dovuta preparazione, con direzioni aziendali spesso indirizzate più al profitto che alla cura o a realtà in cui prevalgono modelli di sfruttamento del lavoro di fatica.
L’epidemia, peraltro, ha fatto emergere in maniera alle volte dirompente tutto il sommerso delle decine e decine di badanti, spesso cittadine non italiane, che hanno ripreso, ai primi allarmi, la via di casa, provocando, di rimando, una nuova esigenza di posti residenziali.
La Fase 2 quando partirà non potrà riguardare esclusivamente l’economia, come sostengono alcuni imprenditori locali, ma porre al centro necessariamente gli interventi in materia socio assistenziale, che dovranno sapersi caratterizzare non in una visione ideologica delle scelte da compiere né tantomeno dal colore delle casacche che di volta in volta si trovano al governo della Regione. C’è un dato etico, di cultura sociale, di doverosa attenzione alle generazioni, che va assunto in maniera collettiva.
Sarà certo necessario strutturare l’azione socio sanitaria a partire dal territorio, rafforzando quell’intervento con l’assunzione e l’impiego di nuovo personale a ciò dedicato e formato, dalla diffusione e utilizzo di nuova strumentazione diagnostica e medicale domiciliare, impegnando i medici di base in uno sforzo finalmente integrato al servizio sanitario nazionale. Ma anche fare qualcosa di più, perché la medicalizzazione del tema anziani e grandi anziani (ed in regione sono molti) non può essere una risposta sufficiente, anche rispetto al diritto dell’anziano a non sentirsi parcheggiato.
Certo, negli anni, molto è stato fatto per l’autonomia possibile e l’invecchiamo attivo, ma ad un certo punto, è necessario pensare anche a modelli alternativi o per lo meno integrativi con il sistema delle case di riposo che, purtroppo spesso, fanno perdere ogni elemento di socialità ancora possibile.
Anche qui, allora, dovremo sperimentare un di più di intervento sociale con modelli di residenze più a dimensione di comunità e con un sostegno familiare anche diverso rispetto a quello di carattere economico. Si tratta di un percorso che coinvolge tutti, istituzioni e cittadini.